Un Calciatore

C’è chi diceva che era solo un uomo copertina. Un attore. Uno strumento di marketing. Una bella figurina da sventolare in giro.

A questi ha sempre risposto sul campo. A Fabio Capello, per esempio, che al Real lo ha tenuto fuori squadra per mesi, salvo poi ricredersi e reintegrarlo quando la squadra era in difficoltà e rischiava di perdere la Liga. Risultò decisivo per la vittoria finale, come mille altre volte. Dai suoi piedi partirono i due calci d’angolo che cambiarono la storia della finale di Champions League più emozionante di tutti i tempi, quel Manchester-Bayern del ’99 in cui tutto si ribaltò nel giro di due minuti. Dai suoi piedi è partito un numero incalcolabile di assist, di sventagliate da una parte all’altra del campo, di punizioni meravigliose, di tiri ad effetto.

 ”C’è differenza: giocatore è colui che gioca bene, calciatore è colui che conosce il calcio. Beckham è un calciatore. Ed è un calciatore da calcio totale”

(Arrigo Sacchi)

Poteva perdersi in almeno centomila modi diversi. Bello e ricchissimo già a vent’anni, sulle copertine delle riviste di tutto il mondo. Fidanzamento e poi matrimonio con una pop-star quantomeno scomoda, per un calciatore già così in vista.

Invece è stato un esempio di professionalità e dedizione. Di sportività e di eleganza, e non mi riferisco ai vestiti firmati. Uno a cui piace davvero giocare al calcio. Uno che lo ha fatto alla grande fino a 38 anni, nonostante un infortunio gravissimo nel 2010, identico a quello di Zanetti, che sembrava aver sancito la fine della sua carriera.

Uno che mi ha fatto divertire.

Si ritira un campione, onore a David Beckham.

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First Englishman to win league titles in four different countries (England, Spain, USA, France)
First England player to score at three World Cups
First British footballer to play 100 Champions League games
Has the joint-second most goal assists in European Championship finals history
Has been England’s best regular World Cup player since England last won it in 1966 – having created the most chances.
Third in the Premier League’s all time time assist provider chart, with 152 assists in 265 appearances.

UEFA Footballer of the Year – 1998/99
England Player of the Year – 2003
Real Madrid Player of the Year – 2005/06
English Football Hall of Fame – 2008
Fifa 100

Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico

Neri per caso

Tra un’intervista da marciapiede di Moratti ed il toto-allenatore che già impazza, sembra passato sotto silenzio un episodio (l’ennesimo) che avrebbe meritato ben altro risalto sulle pagine dei quotidiani, sportivi e non: parlo ovviamente dei cori razzisti contro Balotelli durante Milan-Roma del 12 maggio scorso.
Gli opinionisti di turno si sono precipitati a stigmatizzare l’accaduto, a colpi di slogan effimeri e vane promesse di porre fine allo scempio che rovina lo sport preferito dagli italiani; anche il buon Giancarlo Abete ha subito alzato i toni, come già in altre occasioni, invocando la chiusura dei settori dello stadio interessati dall’attegiamento razzista, poiché le multe sono provvedimenti inutili che non risolvono il problema.
Due giorni dopo è infatti arrivata la tremenda sanzione di 50mila euro contro la Roma, incapace di ammutolire i subumani che ne popolano la curva per evidenti problemi di natura politica e di sicurezza comuni ad altre società, quando si tratta di dover “mediare” con la parte più oltranzista dei propri ultras.
Subumani che continueranno imperterriti ad utilizzare le domeniche calcistiche per sfogare tutta la loro ignoranza becera, utilizzando la partita come mero veicolo mediatico per dare risalto alla loro demenza, dal momento che a distanza di anni nessuno si è degnato di adottare politiche convincenti per affrontare il problema una volta per tutte.

Un problema che va ben oltre il discorso legato al calcio, un problema che si intreccia col tessuto culturale di un paese che continua imperterrito a mostrarsi razzista nel quotidiano, con l’italiano medio prigioniero della sua xenofobia becera, quella che al semaforo ti fa chiudere il finestrino e la porta della macchina perché “con questi negri non si sa mai”.
Oppure perché “io non sono mica razzista eh, ma questi negri sono ovunque, andassero a lavorare”. E magari lo dice un disoccupato.
Si sottovalutano i micromessaggi provenienti dagli eventi di tutti i giorni, ognuno di noi si nasconde dietro un dito, salvo redimersi per la giornata del razzismo o per gli episodi che magari toccano la propria squadra del cuore: una sorta di moralismo a comando che rende ancor più grottesca l’incapacità di affrontare con coraggio la multietnicità che ci circonda.

Difficile altresì aspettarsi qualcosa di diverso quando i primi a dover dare l’esempio e, puntualmente, ad evitare accuratamente di farlo sono quelli che dovrebbero forgiare l’opinione pubblica, i politici ma anche i calciatori.
E allora via con le offese al neo-ministro Kyange, anch’esse criticate giusto perché era doveroso farlo ma senza alcun tipo di provvedimento, via con Borghezio a rappresentarci indegnamente al Parlamento Europeo, via con i titoloni a quattro colonne dedicate agli “ASSASSINI NERI”. Tutto intorno un silenzio assordante.
Tornando ai fatti di Milan-Roma, fa amaramente sorridere constatare come ancora una volta le promesse di qualche mese fa si siano rivelate fumo negli occhi per i molti che avevano creduto, ad esempio, alla buona fede di Boateng durante la famigerata amichevole Pro Patria-Milan. Ve la ricordate? In quel caso i rossoneri non ci pensarono su due volte, e al persistere degli ululati razzisti avevano abbandonato il campo in preda al disgusto.
Il centrocampista ghanese aveva poi dichiarato alla CNN:”Non mi importa di che partita si trattava – amichevole, campionato italiano o Champions League – l’avrei fatto ugualmente.”
Evidentemente era sottointeso che una partita decisiva per il terzo posto e la qualificazione a quella stessa Champions per la quale Boateng abbandonerebbe il campo sarebbe stata da escludere, giusto? Il dubbio, per inciso, è venuto anche a Firicano, attuale DT della Pro Patria.
Ci è voluto il buon senso dell’arbitro Rocchi per dare un timido segnale di rifiuto verso quel costante atteggiamento denigratorio, ancora una volta davvero troppo poco.

Sì, credici.

Sì, credici.

Dopo i fatti di Busto Arsizio molti si precipitarono a sottolineare come sarebbe improbabile uscire sistematicamente dal campo per ogni episodio simile, perché significherebbe partita persa per la squadra che protesta. La rinuncia ai tre punti evidentemente è qualcosa che il calcio non può permettersi, di fronte a “i soliti cori di qualche imbecille”.
Tutti continueranno quindi a sottovalutare il problema, perdendo ogni volta una grande occasione per riabilitare il tanto vituperato calcio italiano, che dovrebbe e potrebbe diventare colossale veicolo di protesta e di rifiuto verso ogni atteggiamento di stampo razzista, anche a costo di subire penalizzazioni in termini di punteggio.
E continueremo ad aspettare leggi e provvedimenti che non verranno, perché tanto il razzismo a comando è fin troppo comodo per esser messo da parte: pensate a quelli come Roberto Renga, che qualche anno fa chiedevano il Daspo per quelli come Balotelli, simulatori e provocatori nati, mentre adesso, dopo quanto accaduto durante Milan-Roma, si limitano a qualche frasetta di circostanza, senza approfondire troppo, ci mancherebbe.
Oppure ripensate alle dichiarazioni di Seedorf, che dopo i “se saltelli muore Balotelli” di Juventus-Inter del 2009, si precipitava a chiedere al buon Mario un comportamento migliore, bollando certe frasi come semplici dimostrazioni di ignoranza, alle quali non dare troppo risalto. Perpetuando, di fatto, la connivenza col problema.

Impossibile chiedere allo sport di farsi carico di una questione che chiunque si ostina a minimizzare, spesso contribuendo a svalutarla mezzo stampa con titoli volgari e ben più gravi di un qualsiasi ululato da stadio.
Impossibile chiedere al calcio di farsi carico di un difetto che l’italiano medio sembra non soltanto non voler affrontare, ma nel quale sguazza volentieri, convinto di non far parte di esso, pronto ad indignarsi se il proprio idolo di colore viene fischiato ma altrettanto pronto a girare il viso dall’altra parte se un senegalese che chiede l’elemosina viene apostrofato volgarmente dal passante di turno. L’odio è odio, con o senza cassa mediatica.
Dovrebbe essere un dovere civico combatterlo quotidianamente, per contribuire nel nostro piccolo ad abbattere l’assioma “è solo ignoranza, non razzismo”.
Il razzismo si ciba di ignoranza, lauti pasti con i quali si ingrassa rafforzando il proprio disgustoso metabolismo. Mettiamolo a dieta.

Genoa – Inter 0-0

Genoa: Frey; Granqvist, Portanova, Manfredini, Antonelli; Rigoni, Matuzalem, Vargas (45′ st Moretti); Floro Flores (30′ st Kucka); Bertolacci, Borriello (42′ st Immobile)

Inter: Handanovic; Ranocchia (32′ st Spendlhofer), Cambiasso, Pasa; Schelotto, Kuzmanovic, Kovacic, Nagatomo; Guarin (38′ st Benassi), Alvarez (15′ st Cassano); Rocchi

A parte Spendlhofer e Pasa nessuno in futuro si ricorderà di questa partita, due soli tiri nello specchio più una traversa di Rocchi abbastanza casuale sono il magro bottino di 90 minuti di noia, tipici di una partita di serie A di fine stagione.

Occasioni tutte create con tiri dalla distanza, giusto per ricordare a chi di dovere quale sarà il reparto che avrà maggior bisogno di essere migliorato per la prossima stagione.

whoscored.com

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Sfogliando le statistiche della partita possiamo trovare un altro dato che evidenzia l’incapacità dell’Inter di dare profondità alla manovra e di mettere quindi in difficoltà una squadra arroccata in difesa come il Genoa: 645 passaggi e 0 (zero) passaggi filtranti o verticalizzazioni se preferite.

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Ha ragione quindi Stramaccioni quando dice che “l’Inter ha giocato la sua partita, l’ha fatto per grandi tratti e ha fatto un passo in avanti dal punto di vista del palleggio, del possesso. Nel secondo tempo col rientro di Cassano abbiamo avuto poi più pericolosità” è evidente però che l’assenza di Milito e la mancanza di un sostituto all’altezza non diano lo sfogo necessario a questo possesso palla davvero migliorato nelle ultime partite con gli ingressi nell’undici titolare di Kovacic e Kuzmanovic nei ruoli che prima di gennaio erano coperti da Cambiasso e Gargano.

Giusto per chiarire il peso del Principe per questa squadra: con lui in campo 41 punti in 20 partite, senza Diego 13 punti in 17 partite.

Non è questo chiaramente l’unico motivo  della mancanza di risultati della seconda parte di stagione ma resta per me l’assenza più importante tra le tante che ci sono state e di sicuro l’errore di valutazione più rilevante in fase di mercato quando si è pensato di poter fare a meno di un sostituto all’altezza. (ci sarebbero poi da fare mille discorsi sulle disponibilità economiche del momento per cui invece di un Balotelli è arrivato Rocchi)

Manca l’ultima partita, per una volta festeggeremo come se fosse una liberazione.

Inter-Lazio 1-3

Come si definisce una partita in cui alla fine dei primi 45′ sei sotto di due gol pur avendo subito un solo tiro in porta (per di più su rigore)?
O peggio: come si commenta?

Non lo sa Stramaccioni, in evidente difficoltà (anche) nel postpartita, non lo so nemmeno io. Perché quello che si è visto in campo . . . → Continua a leggere: Inter-Lazio 1-3

Napoli – (mezza)Inter 3-1

Marcatori: 3′, 33′ (rig) e 33′ st Cavani, 23′ Alvarez (rig)

Napoli: De Sanctis; Gamberini (17′ st Rolando), Cannavaro, Britos; Maggio, Behrami, Dzemaili (21′ st Armero), Zuniga; Hamsik; Pandev (40′ st Insigne), Cavani

Inter: Handanovic; Ranocchia (38′ st Schelotto), Chivu, Juan Jesus; Jonathan, Kuzmanovic (38′ st Pasa), Kovacic, Benassi (1′ st Cambiasso), Pereira; Guarin, Alvarez

Nel girone d’andata . . . → Continua a leggere: Napoli – (mezza)Inter 3-1

Riflessioni fatte bene

Stavo approfonditamente interrogandomi sul momento della nostra squadra, analizzando meticolosamente le varie vicissitudini di questa stagione in modo da schiarirmi il più possibile le idee e riuscire nella – seppur difficile – impresa di trovare le parole giuste per descrivere la situazione che si è creata, quando sono giunto alla conclusione che guardare le partite di questa . . . → Continua a leggere: Riflessioni fatte bene

Il giorno in cui il Torino è morto

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli,
d’aeree frane!
G. Pascoli

Il 3 maggio 1949 il Torino di Valentino Mazzola aveva affrontato il Benfica di Francisco Ferreira. I due erano amici e quando Ferreira chiese a Mazzola di giocare un’amichevole per il suo addio al calcio, Valentino . . . → Continua a leggere: Il giorno in cui il Torino è morto

Futbol Menager

1 Handanovic; 23 Ranocchia, 6 Silvestre, 40 Juan Jesus; 42 Jonathan, 4 Zanetti, 10 Kovacic, 17 Kuzmanovic, 31 Pereira; 11 Alvarez, 18 Rocchi.

Eccola qua, la formazione scesa in campo domenica scorsa contro il Palermo.
Un campione in porta, un potenziale gran giocatore in difesa (più un giovanottone da recuperare, Tancredi Palmeri piacendo), un campioncino in erba a . . . → Continua a leggere: Futbol Menager

Domani nella battaglia penserò a lui

Sono passate quasi 24 ore e io non riesco a pensare ad altro.

Ho una tempia che rimbomba e il rumore che fa sembra proprio ripetere senza pietà “s’è rotto Zanetti”. Sono entrata in una bolla spazio temporale nella quale non esistono 4 partite alla fine del campionato, né classifiche da riprendere per i capelli, né . . . → Continua a leggere: Domani nella battaglia penserò a lui

Palermo-Inter 1-0: #ForzaJavier

Una brutta giornata di calcio ieri. No, non un’altra, non l’ennesima: la più brutta di tutte.

Pensavamo di averle viste tutte quest’anno, pensavamo di aver toccato il fondo con l’infortunio del Principe. Ma a questo, invece, proprio non eravamo preparati. Minuto 16 del primo tempo, Zanetti va sul fondo, mette una palla in mezzo, prende una botta, . . . → Continua a leggere: Palermo-Inter 1-0: #ForzaJavier