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di Bauscia Cafè, 17/5/2012
No, perchè poi gliene dici tante durante le partite. Li maledici per gli errori fatti, quasi gli rinfacci il non rendersi conto dell’età che avanza, quasi gli rinfacci -come se fosse una colpa loro- il non essere più decisivi e infallibili come erano fino a un paio di anni prima.
Però quando poi se ne vanno fa male.
Eccome se fa male.
Lucimar da Silva Ferreira, in arte Lucio, non sarà più un giocatore dell’Inter.
Lo ha detto il suo agente Sandro Becker ieri sera: “Ha disputato tre ottimi anni all’Inter ed è arrivato il momento di cambiare. Abbiamo parlato con la società la scorsa settimana e lo abbiamo fatto di nuovo oggi. Abbiamo espresso la nostra intenzione e l’Inter l’ha accettata. Ora cercheremo un nuovo club”
Se ne va un campione vero, un pezzo di storia dell’Inter, un pezzo di storia del calcio.
Ricordiamo benissimo quando Lucio arrivò da noi: era il 16 luglio 2009 quando, improvvisa come ieri, scoppiò la bomba dell’accordo tra Inter e Bayern Monaco per il trasferimento del brasiliano, ma solo il 29 luglio arrivò l’ufficialità. Qui su Bauscia Cafè lo accogliemmo in questo modo, presentandolo come il Campione che già era, ponendo l’accento su due cose: il suo palmarès e la sua integrazione -sulla carta- con Walter Samuel.
Mai, mai, mai avremmo immaginato che in tre anni con la maglia dell’Inter avrebbe incastonato le perle più pure all’interno di quello splendente palmarès.
Mai avremmo immaginato di vedere una coppia di centrali così affiatata, così impenetrabile, così perfetta come quella formata da Lucio e Samuel.
Un altro pezzo di QUEI giocatori e di QUELLA Storia se ne va. Sapevamo sarebbe successo, ce lo siamo continuamente augurati quando le cose sono andate male, ma non sapevamo che sarebbe stato ogni volta così difficile. Perché quando un pezzo di Inter va via, fa male come se fosse un arto, un organo, un pezzo di noi.
Lucio se ne va nei tempi e modi giusti, con enorme dignità e rispetto per la squadra e per sè stesso. Senza piagnistei, senza filmati dalle caverne come i talebani, senza reti unificate. Se ne va per cercare di giocare il Mondiale di casa sua.
Buona fortuna Lucio e grazie di tutto.

Miss Green e Nk
Stramaccioni, giustamente tutti dicono che l’Inter le ha offerto l’occasione della vita. Proviamo a vedere l’aspetto anche paradossale: non è che l’Inter, involontariamente, le ha tolto la possibilità di crescere? In futuro trovare una squadra migliore sarà praticamente impossibile…
«Non avevo mai visto la cosa da questa angolazione e in effetti è vero. Sicuramente la scelta dell’Inter è stata qualcosa di incredibile e mi ritenevo già fortunato quando il presidente mi ha convocato in uno studio legale per parlare della prima squadra. Alla fine di quelle 2 ore mi ha detto che ero il nuovo allenatore dell’Inter e mi sono passate tante cose per la testa. Una cosa però è prendere una squadra in corsa, per 9 gare, un’altra è partire dall’inizio. In questo periodo fuori dal campo per me è una specie di master accelerato. Neppure 100 anni in Primavera ti preparano alla prima squadra dell’Inter e ogni partita ne imparo una nuova».
L’ultima qual è stata?
“Come si vincono le partite parlando con… il quarto uomo. Nelle giovanili non c’è e mi devo adattare. Reja domenica gli ha parlato di continuo e poi il quarto uomo riferiva all’arbitro. Alla fine a Reja ho detto che la partita l’aveva vinta lui…».
Tra qualche settimana farà la prima preparazione estiva con tanti campioni. Preoccupato?
«Devo avere l’intelligenza e l’umiltà di ascoltare. Non a caso ho tenuto lo staff di Mourinho e degli altri tecnici dell’Inter e i miei due collaboratori li ho messi dietro a quelli che c’erano. Faremo una riunione e da lì nascerà la mia preparazione estiva. Non sono preoccupato e anzi il presidente è stato straordinario: facendomi allenare queste 9 partite mi ha dato un vantaggio incredibile e mi ha permesso di conoscere lo spogliatoio e i ragazzi».
Ha pensato per un attimo “Perché Moratti non mi ha chiamato quando ha sostituito Gasperini?”
«Sinceramente no. A settembre avevo la sensazione che l’Inter non mi conoscesse bene e al momento del primo avvicendamento non c’era ancora quell’empatia data dal lavoro e dai risultati. A marzo, invece, ho avuto la sensazione di essere stato “pesato” e “respirato” dal presidente che ha visto giocare dal vivo la Primavera e che mi ha parlato spesso. Moratti e il figlio addirittura sono venuti a Londra per la finale della Champions della Primavera invece di andare a Torino per Juve-Inter. Non eravamo la squadra più attrezzata, ma vincemmo e quei 2 successi ai suoi occhi mi hanno dato qualcosa in più».
Chi deve ringraziare per essere arrivato all’Inter?
«Le scelte decisive sono state di Roberto Samaden e del direttore sportivo Piero Ausilio che mi conosce meglio di tutti anche se pure Casiraghi, lo storico osservatore dell’Inter, mi ha seguito molto».
Dove ha iniziato ad allenare?
«Al quartiere Nuovo Salario con l’AZ Sport, poi sono andato alla Romulea che in quegli anni era affiliata alla Lazio (adesso grazie a Stramaccioni sarà affiliata all’Inter, ndr). Iniziai a fare anche l’osservatore per il club biancoceleste e per 6 mesi ho avuto il tesserino che lo attestava, poi però è arrivata la Roma. Ringraziai tutti e firmai per i giallorossi. Scoppiò un macello…».
Allora è destino che quando lei passa da una società all’altra si crei un polverone…
«E’ successo anche quando dalla Roma sono andato all’Inter, ma la colpa non è mia. Nel 2010 avevo una grande offerta da parte della Fiorentina e l’Inter provò a inserirmi nell’affare Burdisso, ma i dirigenti non mi lasciarono andare. La presidentessa Sensi mi diceva che ero il futuro, ma non mi potevano dare la Primavera. Mi rinnovarono il contratto e ottenni di inserire una clausola unilaterale ovvero la possibilità di avere una settimana di tempo prima di una certa data per liberarmi se la società non mi avesse garantito una cosa (la panchina della Primavera, ndr)».
La scorsa estate quella panchina non gliel’hanno affidata e così…
«Il mio problema era la crescita professionale. Giustamente la Roma voleva continuare con Alberto De Rossi che è un’istituzione e un ottimo tecnico, il cui lavoro è sotto gli occhi di tutti, ma io avevo bisogno di progredire. Mi sono comportato correttamente e sono stato favorito dal fatto che i nuovi proprietari non hanno letto la clausola del mio contratto».
Con De Rossi senior si è rotto qualcosa?
«La cosa purtroppo è stata montata e ci hanno messo contro. Non ho mai avuto e non ho niente contro di lui. Alberto giustamente ho voluto rimanere ad allenare la Primavera. Niente da dire, ma io non potevo restare a vita agli Allievi. Si è creato un dualismo interno tutto romano e a quel punto ricucire lo strappo era impossibile».
Com’è stato l’addio alla Roma?
«Dolorosissimo e non mi vergogno a dirlo. Sono stato con tante persone, tra le quali Conti, Totti, Vito Scala e la dottoressa Mazzoleni, con le quali ho un bel rapporto e grazie alle quali sono cresciuto».
La separazione ha inciso sul suo tifo giallorosso?
«Sono rimasto molto male per come è stata gestita la situazione e ho sofferto tanto. In situazioni come questa perdi un pochino di quel disincanto che hai da ragazzo. Diciamo che è come se ti lasci con un grande amore e poi ti sposi con un’altra donna. Adesso sono innamorato di un progetto e dell’Inter».
Rispetto agli altri giovani allenatori, Guardiola, Conte e Luis Enrique, lei è l’unico che non ha un passato da giocatore a certi livelli. Un limite o solo una diversità?
«Non ho avuto la loro carriera da calciatore, non ho frequentato grandi spogliatoi e non ho disputato partite a certi livelli, ma allo stesso tempo ho un piccolo vantaggio: ho vissuto più da allenatore perché a 23 anni già avevo intrapreso questa carriera».
In questo assomiglia a Sacchi.
«Sacchi è il mio maestro e con lui è nata subito un’empatia notevole, ma con tutto il rispetto e l’affetto che ho per lui (sorride divertito, ndr), Sacchi non sa fare due palleggi. Io ero un difensore centrale di qualità e sono andato via da Roma a 14 anni per giocare al Bologna. Ulivieri e Reja mi conoscono e possono testimoniare. Ho giocato nella nazionale Under 15 con Totti, Nesta e Di Vaio. Ero bravino, promettente, tanto che dai Giovanissimi mi mandarono direttamente in Primavera. E lì mi sono gravemente infortunato, a 15 anni e mezzo. Mi hanno dovuto operare 3 volte. Ho provato a tornare in campo con il Monterotondo, dove c’era Pietro Leonardi come direttore sportivo, ma non ce la facevo e così ho iniziato ad allenare».
Qual è il suo modulo preferito?
«Il modo migliore per coprire il campo è con 4 difensori, 3 in mezzo e 3 giocatori offensivi. Può variare l’interpretazione della mediana, con un vertice alto o basso, perché sono i calciatori che fanno il modulo. Non sono integralista sul modulo, sull’idea di calcio sì. La conferma è stata la prova di domenica a Roma: per la prima volta non potevamo giocare con 3 elementi offensivi, ma abbiamo comunque disputato una partita offensiva per 60′. L’idea di gioco va oltre il singolo. Poi se hai Sneijder la sviluppi in un modo, senza di lui in un altro».
Qualcuno sostiene che Stramaccioni assomigli a Mourinho.
«Mourinho mi ha dato più di un consiglio».
Vuol dire che lei e Mourinho parlate?
«Sì, ma non l’ho mai detto neppure ai giocatori. Ho deciso di avvicinarmi a lui dopo che mi ha contattato. Lo ha fatto credo per quanto ama l’Inter. Me lo ha scritto anche in uno dei messaggi».
Quando le è arrivato il primo sms cosa ha pensato?
«Era firmato José Mourinho e credevo fosse uno scherzo. Davvero… Poi ho chiesto al team manager, Andrea Butti, che conosce bene Mourinho e mi ha detto che era stato lui a dargli il mio numero. Ho ascoltato i consigli di Mourinho e lo ringrazio. Non l’ho mai incontrato di persona, ma è un piacere anche solo parlare con uno dei migliori allenatori al mondo».
Qual è il suggerimento che ha più apprezzato?
«Il più bello, dopo che ha visto giocare la mia Inter, è stato quello di non cambiare di una virgola, di non farmi “contaminare”. Non ho intenzione di farlo perché il presidente mi ha scelto per quello sono. Ho cercato di rimanere me stesso e di dare un’impronta alla squadra anche in queste 9 partite. Credo di esserci riuscito. Devo imparare e migliorare, ma non stravolgermi, non farmi cambiare».
Tra gli allenatori della Roma invece con chi ha legato di più?
«Luciano Spalletti, anche se lui mi ha chiamato dalla Russia e mi ha detto “Non dirlo più perché ti fai un danno…”. Da lui ho preso tanto, sul campo. La Roma delle 11 vittorie di fila, la Roma della qualità, la squadra senza attaccanti veri e della palla “addosso” mi ha ispirato. Con Spalletti ho parlato tanto».
Non c’è Zeman tra i suoi riferimenti?
«Zeman è unico ed è impossibile imitarlo. Ha idee che sono sue e basta perché è il massimo esponente di quella corrente. Di lui o prendi tutto o non ce la fai perché il suo calcio coinvolge in fase offensiva tanti di quei giocatori che non si può trovare una via di mezzo».
Manca molto all’Inter per tornare ad essere competitiva per lo scudetto?
«Se ti chiami Inter devi puntare allo scudetto. Lo dico con poca diplomazia, anche se il dato oggettivo è che tra noi e la Juventus ci sono oltre 20 punti di distacco. Io però alleno giocatori abituati a lottare per vincere, a competere per grandi obiettivi. Per questo dopo una settimana dal mio arrivo ho parlato subito di terzo posto da conquistare. Da noi ci sono giocatori che sanno solo vincere».
Questa Inter è da ritoccare o da rifondare?
«Bisogna fare dei ritocchi che le permettano di rifondarsi. La rifondazione parte da una linea precisa che abbiamo chiara in testa».
Per puntare in alto quanti acquisti saranno necessari?
«Questa campagna acquisti-cessioni è fondamentale perché, come ci siamo detti con il presidente, per noi è l’anno zero. Lui ha detto che resterà chi lo merita ed è davvero così. Stiamo lavorando d’equipe e siamo un gruppo molto compatto dal quale uscirà la nuova Inter. Ad oggi c’è ancora qualche variabile interna che Moratti deciderà».
Zarate è una di queste variabili? Può restare o tornerà alla Lazio?
«Mauro lo stimo tantissimo e penso che in queste 8 partite abbia inciso non poco. La scorsa settimana secondo me non ha fatto bene, forse perché sentiva molto la gara con la Lazio, e io do grande valore agli allenamenti. Con Zarate sono in ottimi rapporti ed è un giocatore interessante, ma a quelle cifre è fuori mercato. Certo però che in un campionato come quello di quest’anno, dove 12 squadre hanno giocato con la difesa a 5, avere gente che salta l’uomo e crea superiorità numerica è importante».
Per questo state puntando su Lavezzi e Lucas?
«Sono due elementi che trasformerebbero qualsiasi squadra. Lucas è uno dei talenti emergenti del calcio mondiale e Julio Cesar, Maicon e Lucio me ne hanno parlato benissimo. E’ un ‘92 molto forte e chi lo acquisterà, farà un grande investimento. Lavezzi con questa stagione ha dimostrato che può fare la differenza anche a livello internazionale. La sua Champions è stata molto positiva e ha confermato grandi capacità nell’uno contro uno. L’argentino è più seconda punta, mentre Lucas può fare anche l’esterno. Nel mio modulo con 2 giocatori larghi o alle spalle di una punta potrebbero giocare entrambi. Del resto il calcio sta andando nella direzione della qualità. Guardate il Bayern che in passato era soprattutto forza e ora ha tanta qualità. E poi le convocazioni di Prandelli che segnano un passaggio epocale: ha creato una squadra per giocare con punte imprevedibili».
Le piacerebbe gestire un talento come Balotelli?
«Non lo conosco personalmente, ma nell’ambiente dell’Inter tutti dicono che è un bravo ragazzo. Le sue qualità non si discutono, è giovane ed è un patrimonio incredibile del calcio italiano. Ha fatto i suoi errorucci, ma non lo giudico».
Il prossimo anno in Serie A che derby sarà quello tra lei e Montella?
«Il mio rapporto con Vincenzo è particolare. Ha studiato, ha fatto la sua esperienza con il vivaio e poi si è messo in gioco. Più che un collega è un amico. Non a caso nell’aprile 2010, quando per la prima volta sono venuto a Milano a parlare con l’Inter, lui mi ha accompagnato. Alla riunione andai solo io, ma la sera guardammo insieme in tribuna Inter-Barcellona 3-1 e il giorno dopo ripartimmo in treno insieme. Mi diceva che dovevo restare a Roma. Su lui posso sempre contare perché i suoi consigli sono spassionati e da amico. Gli auguro di andare alla Roma e di fare un punto meno di noi il prossimo anno».
Quello che ha firmato/firmerà con l’Inter sarà il contratto più importante della sua vita?
(sorride) «Aspetta… Ci penso un anno… Sì. I tempi dell’annuncio però li deve dire il presidente».
Pensa che nella sua nuova Inter saranno inseriti giovani della “sua” Primavera?
«In ritiro ci saranno dei ragazzi aggregati, ma tra la Primavera e Serie A c’è… il Grand Canyon. In pochi sono subito pronti per il salto: penso a Balotelli, De Rossi, Faraoni… Ci vorrebbe un campionato intermedio per far crescere i giovani, per far loro capire che le giocate tra i professionisti sono fatte con un’intensità diversa. Per i ragazzi ci vuole un progetto, altrimenti si rischia di bruciarli».
Chi sono i 2-3 giovani della Roma che lei ha allenato e che arriveranno in alto?
«Sono contento che Caprari faccia bene a Pescara e anche Piscitella e Ciciretti sono bravi, ma la Roma di questi ragazzi di talento e dal fisico non eccezionale ne ha tanti».
Le piace il calcio della Juventus?
«Il segreto della Juve è stato l’aver messo a disposizione di Conte i giocatori più funzionali alla sua idea di calcio. I dirigenti gli hanno consentito di lavorare. Conte è stato bravo a sfruttare l’esplosione dei tre centrocampisti».
Lei invece in mediana ha sfruttato il ritorno su buoni livelli di Guarin.
«E’ un ottimo giocatore, uno in continua crescita. Si esprime al meglio come interno e abbina grande forza a qualità. Veniva da un grave infortunio, ma ha fatto bene».
Che cosa le manca di Roma?
«Solo la mia famiglia. Sono una persona semplice e mi piace pranzare con mio padre, mia madre e mio fratello. Non mi capita da un po’. Per il resto Milano mi ha accolto alla grande e ci sto bene».
Non so quanto tempo era che una intervista a un allenatore dell’Inter non suscitava in me questo interesse. Non so quanto tempo era che non mi prendevo la briga di ripubblicarla sul blog, per dare modo a tutti di leggerla attentamente e per spenderci due parole di commento. Non so quanto tempo era, ma in realtà non so neanche se l’ho mai fatto o meno…andare a controllare comunque non serve a niente perchè il passato, finalmente, è archiviato.
Sono vere queste parole di Stramaccioni o sono dette ad uso e consumo della stampa? Chissenefrega: in entrambi i casi sono un’ottima notizia. Quanto tempo era che non avevamo un allenatore così forte, così chiaro, così deciso? Quanto tempo era che non avevamo un allenatore così presentabile? Neanche Mourinho si concedeva alla stampa in questo modo, neanche Mourinho è mai stato così trasparente e così aperto…o almeno, neanche Mourinho riusciva a fingere di esserlo così bene.
La riassumiamo in tre parole, questa intervista? Orgoglio, determinazione, preparazione. Nel senso più esteso e ampio possibile dei termini.

Avete mai sentito Stramaccioni parlare della sua brevissima carriera da calciatore? Orgoglio smisurato, sin da piccolo, sin da quando aveva 14 anni. Ci tiene sempre a specificare che era un difensore di classe, apprezzato da tutti, riconosciuto dai suoi allenatori e dai suoi compagni che non hanno avuto la sfortuna di farsi male come invece è successo a lui. Orgoglio nella sua carriera da giocatore, orgoglio in quella da allenatore che “è iniziata prima” di quella di molti suoi colleghi: trovare il lato positivo in tutto, trasformare le difficoltà in vantaggi.
Orgoglio nella carriera di allenatore che si trasforma in determinazione e sicurezza nelle proprie idee, nelle proprie convinzioni. Non parla di 433 Stramaccioni: parla di “4 difensori, 3 in mezzo e 3 giocatori offensivi“. Significa 433, rombo, albero di natale e tutte le varianti del caso: significa esattamente quello che abbiamo visto in queste 9 partite. Significa che conta l’idea di gioco, non il modulo e i numeretti. L’idea di gioco, ufficialmente quella di Spalletti, quella della squadra senza attaccanti, la palla addosso: il “Luna-Park Roma”, ve lo ricordate? Di fatto qualcosa in più. Un gioco offensivo ma equilibrato, perchè Zeman resta giustamente un estremismo da non inseguire: non conta chi si diverte di più, conta chi vince le partite. Non conta solo la tattica, conta la preparazione. Innanzitutto la preparazione mentale.
“Questi ragazzi hanno bisogno di obiettivi impossibili“, disse Stramaccioni in privato qualche tempo fa. Lo ripete oggi: “Io alleno giocatori abituati a lottare per vincere, a competere per grandi obiettivi. Per questo dopo una settimana dal mio arrivo ho parlato subito di terzo posto da conquistare. Da noi ci sono giocatori che sanno solo vincere“. Puntare allo Scudetto, subito, senza paura di saltare in aria. Poi si raccoglierà l’obiettivo vero -che ad oggi, fra anno zero, ricostruzione e rifondazione, non può essere più del terzo posto- ma la testa deve essere sempre puntata verso l’alto, verso qualcosa di irraggiungibile: è così che scatta la determinazione dei campioni che abbiamo in squadra. E’ così che anche gli altri possono diventare campioni.
Orgoglio, determinazione, preparazione. Non solo preparazione per i giocatori, ma anche prepazione per sè stesso. Maniacalità. In Serie A 12 squadre quest’anno hanno giocato con la difesa a 5: lo sapevate? Lui lo sa alla cieca, al punto da parlarne in una tranquilla intervista di fine stagione. Non 10 o 15: 12. Maniacalità e coscienza di ciò che serve per vincere: avere l’appoggio della società. Avere una società che metta a disposizione dell’allenatore giocatori funzionali alla sua idea di calcio. Come ha fatto la Juventus con Conte, come non ha fatto, oggettivamente, l’Inter negli ultimi due anni. Il mercato è conseguenza: un regista di centrocampo innanzitutto, sul resto si può giocare. Chiacchiere da giornalisti, niente di serio. I discorsi veri sono altri.
Maniacalità, coscienza di ciò che serve, coscienza dei propri limiti: Zeman lo abbiamo già citato, la Primavera no. La differenza tra Primavera e professionisti è enorme, non è la prima volta che Stramaccioni lo sottolinea. “I ragazzi devono capire che le giocate tra i professionisti vanno fatte con una intensità diversa“: a chi ha seguito la Primavera quest’anno sarà sicuramente venuta in mente un’azione di Longo domenica scorsa contro la Lazio. Dal fondo sulla fascia sinistra voleva entrare in area palla al piede, saltando un difensore di fisico e potenza come ha fatto spessissimo tra i giovani. Risultato: è stato rimbalzato in corner. Intensità diversa, preparazione diversa: “per i ragazzi ci vuole un progetto, altrimenti si rischia di bruciarli“. E’ quello che ripetevamo alle primissime apparizioni di Stramaccioni sulla panchina della prima squadra, quando la formazione era praticamente identica a quella di Ranieri: i giovani arriveranno, ci vuole tempo, non li vedrete in campo dalla sera alla mattina. Le convocazioni delle ultime partite parlano da sole, e ancora più chiaramente parlerà la prossima stagione.
Sì, perchè Stramaccioni sulla panchina dell’Inter sente di essercisi seduto proprio al momento giusto. Non all’inizio della stagione, quando non c’era empatia, non alla fine, buttando al vento 9 partite che invece sono state un vantaggio fondamentale per entrare nel gruppo, per capire certi meccanismi per iniziare ad imparare.
Empatia, idea di gioco, capacità comunicative spinte al massimo: parla e si muove come i grandissimi, Stramaccioni. Troppo bene e troppo precisamente per non far pensare che sia tutto studiato e preparato a tavolino: ma è solo un altro punto a suo favore. L’ennesimo. “Non cambiare, non farti contaminare” gli ha detto Mourinho: e non è stato l’unico a dirgli di fare attenzione a questo, non è stato l’unico a dirgli di non cadere nelle banalità, di non lasciarsi affondare dalla mediocrità del calcio italiano. Glielo diciamo anche noi, nel nostro piccolo: mantenere questa freschezza, mantenere queste idee, questa determinazione e questo orgoglio smisurato. Perchè l’Inter è fatta di orgoglio, di tantissimo orgoglio. Restare Andrea Stramaccioni, perchè è Andrea Stramaccioni ad essere stato scelto per allenare l’Inter.
E’ Andrea Stramaccioni a sembrare così dannatamente perfetto per allenare l’Inter.
E’ stata una giornata strana domenica scorsa, piena di lacrime versate per addii fasulli. La sublimazione della cialtroneria del giornalismo sportivo italiano, che ha passato 24 ore a raccontarci addii al calcio…che non sono addii al calcio.
Non si ritirerà Alessandro Nesta e non si ritirerà Gennaro Gattuso, che stanno solo cercando un’altra squadra. Non si ritirerà Inzaghi, che addirittura potrebbe continuare a giocare proprio con il Milan (praticamente tenta di simulare anche l’addio: fenomeno). Non si ritirerà Mark Gertruda Van Bommel, che ci ha ammorbato con le più ridicole lacrime della storia del calcio dopo neanche due anni a Milanello. Non si ritirerà neanche Alex Del Piero, anche se nel suo caso l’infamia (l’ennesima) compiuta da andreagnelli e da tutta la società Juventus meriterebbe un discorso a parte.
Non si ritirerà nessuno insomma, a dispetto delle chiacchiere di Sky. Anzi sì: si ritirerà -si è già ritirato- Ruud Van Nistelrooy, uno dei più grandi attaccanti europei degli ultimi 15 anni. 656 partite e 381 gol fra Olanda, Inghilterra, Spagna e Germania, un palmarès da far brillare gli occhi, 4 volte capocannoniere in campionato e 2 volte in Champions League, una classe e una concretezza infinite al servizio di tutte le squadre con cui ha giocato (Manchester United e Real Madrid, fra le altre). Gli dedichiamo queste pochissime righe qui sopra insieme a un affettuoso saluto anche perchè i “grandi media”, impegnati a celebrare addii fasulli, sembrano essersi completamente dimenticati di questo fenomeno del nostro calcio.
E così fra il finto rispetto di andreagnelli e le recriminazioni di Gattuso (“I giovani non sono più rispettosi come una volta“: sarà perchè una volta avevano come esempio Maldini e ora hanno come esempio te?) passano in secondo piano due addii veri, sentiti. Toccanti e dolorosi per chi, come noi, ha vissuto insieme a loro mille partite e mille trionfi.
“Scusa un attimo…voglio salutare e ringraziare di tutto due grandi compagni, Ivan Cordoba e Paolo Orlandoni, che stasera sono stati per l’ultima volta con noi… grazie di cuore.”
Diego Milito
RAMIRO – Era l’11 agosto 1976 quando a Medellin, Colombia, nasceva quello che sarebbe diventato una delle più longeve e vincenti bandiere della storia dell’Inter. 455 partite, 18 gol, più di 40mila minuti passati in campo con la maglia nerazzurra, terzo giocatore di sempre per numero di presenze con la maglia dell’Inter in Champions League: tutto questo e molto altro è stato Ivan Ramiro Cordoba.
Molto altro, soprattutto. Arriva all’Inter a 23 anni dal San Lorenzo dopo 174 presenze e 10 gol fra Colombia e Argentina, Ramiro, nel gennaio 2000. Debutta in un Inter-Perugia (5-0) e si prende subito una maglia da titolare che non lascerà per molti, moltissimi anni. Per vedere una sua stagione con meno di 35 presenze bisognerà aspettare il 2007/2008, anno in cui si rompe il legamento crociato a Liverpool, in Champions League. Quella Champions League che ha vissuto sempre, ininterrottamente in ogni sua stagione con l’Inter, quella Champions League che è riuscito finalmente a conquistare insieme ai suoi compagni nell’anno di Gloria 2010. Scelto sempre, sistematicamente, da tutti gli allenatori che si sono alternati sulla panchina nerazzurra, con la sua maglia numero 2 ci ha messo la faccia sempre nei momenti di difficoltà e alla fine è riuscito a prendere -come tanti- la sua rivincita.
C’era nel 2000, Cordoba, c’era nel 2002 e c’era nel 2005. C’era soprattutto nel 2005, quando inizia a riempire un palmarès che arriverà quasi a scoppiare. Non dimenticherò mai quella sera, uno dei momenti più belli ed emozionanti vissuti insieme all’Inter: era il 15 giugno 2005 e a Milano si giocava la finale di ritorno di Coppa Italia fra Inter e Roma. 2-0 per noi all’andata con una doppietta di Adriano, e a San Siro ci pensa Sinisa Mihajlovic con una punizione delle sue all’inizio del secondo tempo a chiudere il discorso. L’Inter vince la Coppa Italia: solo chi c’era all’epoca può ricordare le emozioni dietro quel trofeo. Si tornava ad alzare una Coppa al cielo dopo la UEFA del ’98, si tornava a vincere, si tornava a festeggiare: a dispetto di quanto dicono troppi revisionisti con il dente avvelenato, il ciclo della Nuova Grande Inter inizia quella sera, ben prima di calciopoli. Quella sera lì Zanetti non c’era e il Capitano era proprio lui: Ivan Ramiro Cordoba. A lui l’onore di alzare la Coppa, a lui l’onore di dare il via ad un ciclo che non si fermerà per 6 anni, fino a un’altra Coppa Italia: saranno 4 alla fine, insieme a 4 Supercoppe Italiane, 5 Scudetti, 1 Champions League e 1 Mondiale per Club.

12 anni, una vita intera per Ramiro. Fino a questa stagione, l’ultima: 5 presenze in campionato, solo 1 in Coppa Italia, la coscienza di aver dato tutto sul campo. Mai una polemica, mai una parola fuori posto, sempre a testa bassa ad allenarsi ad Appiano e a buttare il cuore su tutti i campi d’Italia e d’Europa. Mezzi atletici ai limiti del credibile, velocità ed elevazione fuori dal comune che gli consentivano spesso di superare qualche limite tecnico, ma soprattutto cuore, testa. Soprattutto interismo.
E’ diventato uno di noi in questi 12 anni Ramiro, e resterà uno di noi anche se in giacca e cravatta. Di certo quella maglia numero 2 sarà un po’ strana l’anno prossimo, senza Caffè Colombia dentro.
IL VECCHIO ORLA – Uno di noi lo è sempre stato invece il vecchio Orla, sin da piccolissimo. Arriva all’Inter -pensate- nel 1987: ha 15 anni e dalla Virtus Don Bosco di Bolzano Paolo Orlandoni arriva nelle giovanili nerazzurre. In prima squadra ci sono Zenga, Bergomi e Riccardo Ferri, Passarella e Baresi, Matteoli, Altobelli e Serena: dalle giovanili guarderà lo Scudetto dei Record di Trapattoni per poi raggiungere in prima squadra Brehme, Matthaus, Klinsmann e Nicola Berti. Ci resterà una sola stagione -è il 1990/91- per poi iniziare un personalissimo giro d’Italia che lo porterà prima nelle categorie inferiori e poi, nel 1999, in Serie A con Reggina, Bologna, Lazio e Piacenza.

Il cerchio si chiude 15 anni dopo: nell’estate 2005 il vecchio Orla torna nella sua Inter per una presenza fisica e morale che andrà ben al di là dei 6 gettoni collezionati in queste sette stagioni. Guardia del corpo silenziosa di Julio Cesar, Toldo e Castellazzi, il ragazzino che 15 anni prima aveva lasciato da sbarbatello la compagnia per andare a cercare fortuna altrove torna giusto in tempo per godersi il più grande ciclo di vittorie della storia del calcio italiano. E ci mette del suo: lui è il grande consigliere e il grande motivatore, quella presenza indispensabile in qualsiasi gruppo. Lui è un Uomo vero, prima ancora che un grandissimo professionista. Non è solo la sua voglia di allenarsi fino a 40 anni, non è solo l’esempio per i più giovani: è la sua umanità, è la sua disponibilità. E’ quel meraviglioso sorriso di chi di battaglie nella vita ne ha vinte tante, troppe per lasciarsi preoccupare da una partita di calcio: è la concretezza e la serenità di chi il calcio lo vive con il cuore, ed è pronto a spiegare a tutti come si fa. Sempre una parola di incoraggiamento, una battuta spiritosa, un consiglio a chiunque ne abbia bisogno.
Una presenza talmente forte e talmente silenziosa, da essere concretamente percepibile a chiunque dentro e fuori dall’Inter. Sembra un paradosso, ma proprio grazie al suo profilo bassissimo Orlandoni è stato un vero e proprio idolo per molti tifosi: al punto da spingere la Curva Nord alla più amorevole delle richieste all’allora tecnico Mourinho. Al punto da portare uno stadio intero a urlare a squarciagola il suo nome quando sei mesi dopo quella richiesta, durante Inter-Siena, lo stesso Mourinho lo manda in campo al 33′ al posto di Julio Cesar nel giorno della festa Scudetto.
Segnali forti, riconoscimenti importanti, standing ovation dovute a chi, anche fuori dal campo, ha contribuito in maniera decisiva ai successi di questi anni. E continuerà a farlo, speriamo, da preparatore dei portiere nelle giovanili o in prima squadra. Continuerà a farlo da grande professionista e da grande persona, continuerà a farlo da grande interista. Continuerà a farlo come un uomo che, nella sua ultima sera da professionista, sceglie con cura le ultime parole da lasciare ai tifosi.
“Forza Inter, sempre”
Grazie di tutto Paolo, grazie di tutto Ramiro.
La nostra unica speranza è che l’Inter possa riuscire a trovare uomini come voi, prima ancora che semplici calciatori.
Lazio: 1 Bizzarri; 5 Scaloni, 21 Diakité, 20 Biava, 29 Konko; 27 Cana, 24 Ledesma; 87 Candreva (47′ st Zampa), 6 Mauri (47′ st Garrido), 19 Lulic (38′ st Gonzalez); 18 Kozak
Inter: 12 Castellazzi; 13 Maicon, 6 Lucio, 25 Samuel, 55 Nagatomo; 4 Zanetti, 14 Guarin, 19 Cambiasso, 18 Poli (31′ st Longo), 11 Alvarez (16′ . . . → Continua a leggere: Lazio – Inter 3 – 1
E così siamo arrivati, alla fine, all’ultima partita della stagione. E per quanto riguarda la classifica ci siamo arrivati con poche, pochissime certezze. Una: l’Inter ha un posto assicurato in Europa. Ci ha tenuto a ribadirlo anche Stramaccioni in conferenza stampa: “Un dato comunque innegabile e importante rispetto a quando ho iniziato è che l’Inter è . . . → Continua a leggere: Aspettando la Lazio, aspettando la nuova stagione
Da zonalmarking traduciamo e pubblichiamo una interessantissima analisi tattica del derby.
La formazione inziale
E’ stato un derby di Milano decisamente emozionante: non solo per i sei gol (di cui tre su rigore), ma anche perchè il risultato ha consentito alla Juventus di vincere lo Scudetto.
Al contrario di quanto ci si potesse aspettare nel leggere le formazioni . . . → Continua a leggere: Inter-Milan, l’approccio tattico: come Stramaccioni ha vinto il derby.
Eppure io non riesco a togliermeli dalla testa.
E’ passato più di un giorno dal derby, ma c’è questo chiodo fisso. Questo sassolino fisso nella scarpa, che devo proprio tirare fuori.
“Meglio che vinca il Milan“, mi dicevano. “Non lasciamo vincere questo Scudetto alla Juventus“, ripetevano.
“Lasciamoli vincere“.
“Scansiamoci“.
Lasciamoli vincere. Scansiamoci.
Mi è tornato in mente tutto questo nei primissimi minuti . . . → Continua a leggere: Scansamose
L’Inter aveva una dannata voglia di vincerlo, questo derby.
Lo si è visto nei primi, splendidi 40 minuti, quando i nerazzurri meritavano di stare almeno un paio di gol avanti, e Abbiati confermava la sua specializzazione, avviata su Thiago Motta l’anno scorso: effettuare parate strepitose quando il pallone è già entrato.
In quei 40 minuti si . . . → Continua a leggere: Imparare da una vittoria, stavolta
Questo, a differenza delle altre volte, non sarà il solito resoconto post partita. Niente disamine tecnico-tattiche, niente tabellini, niente cronaca . Si, perchè dopo una serata del genere sarebbe pleonastico. Bando alle elugubrazioni quindi, perchè l’unica cosa da fare adesso è godersi questa vittoria, arrivata dopo una partita dalle mille facce e dalle mille emozioni. La . . . → Continua a leggere: Inter-Milan 4-2
. . . → Continua a leggere: Milano siamo noi
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