Derby in 4K, finalmente possiamo ammirare le acconciature nel dettaglio e portare il nostro livello di experience nel nirvana del tifo da #gruccers. Tutto bellissimo ma in realtà resterà nella storia per essere stato il primo derby senza colore: maglie nere contro maglie nere con pantaloncini bianchi, il #Blackderby.

Non c’è nessuna novità lato Inter, è dal 2013 che l’azzurro è infortunato. Ma questo derby ha portato a galla una questione sentitissima tra i tifosi: dove sono finite le nostre maglie?
Come è possibile che un’opera teatrale di livello mondiale come il Derby di Milano, in scena a La Scala del Calcio, in cui la rivalità è anche una questione cromatica che vive nello sgarbo della divisa uguale e contraria, possa essere rovinata da una evidente miopia del costumista? Per favore chiamatemi la produzione, fate portare dell’altro caffè.
Sgombriamo subito il campo, non sono qui a dire che Nike e Adidas non sappiano fare il loro lavoro. Sarei un pazzo e ignorante nel senso che ignoro (cit) anni di maglie che ho adorato, che ho sentito mie, in parallelo ai miei amici di serie B che hanno adorato le loro.

“Storicamente gioca il Milan con i pantaloncini bianchi’
“La divisa dell’Inter è con pantaloncini neri, non funziona con i bianchi'”
Falso, falso, falso: ecco i derby con la medesima combo e una percezione ottima di chi fosse chi.

Falso: si è giocato più di un derby con la maglia di cortesia bianca, ma erano maglie dell’Inter, quelle.

La questione #balckderby?
Tecnicamente basta calcolare la superficie di nero nelle maglie in relazione alle superfici azzurre (?) e rosse: ve lo garantisco, siamo ben sotto al 50%. Considerate il pattern dell’Inter che scurisce, l’azzurro che è un blu petrolio, la sfumatura nera del Milan, il rosso poco brillante e sommateli alla invereconda pezza+pioggia, la distanza tribuna e il 42 pollici di casa = maglie nere.


Il rosso e l’azzurro sono la genesi, l’humus del derby, rappresentano molto di più di 2 opzioni di colore da catalogo, sono lo sgarbo, la sfida, lo sgambetto: l’eterna rivalità.
Il pittore e socio fondatore Giorgio Muggiani scelse i colori che avrebbero rappresentato l’emblema della società: il nero e l’azzurro. Quest’ultimo colore fu scelto perché all’epoca si usavano le matite a due colori, rosse da una parte e azzurre dall’altra quindi simbolicamente l’azzurro* era opposto al rosso.
*il figlio di Muggiani nomina alcune volte l’azzurro alcune volte il blu, ma glielo concediamo.
Avete capito bene. Questa matita da falegname è la mamma del Derby.

Ve lo garantisco, funziona. Provate a passare 10 minuti nella Sartoria Sportiva di Calcio Retrò Milano (un posto di una poesia sconfinata), scambiate due parole con Paolo e capirete come si possa con passione, cotone, fettuccia, il giusto colore, le giuste misure, la giusta conoscenza della storia tessile di un club (senza marchi, stemmi e sponsor) dare ad una maglia l’identità di una squadra centenaria.


Ma abbandoniamo gli amici della serie B, sinceramente loro possono anche fare la maglia marrone. Parliamo di noi.
#MagliaInter
Vorrei analizzare la metà del problema che ci compete, la nostra parte di matita.
Dal 2000 ad oggi ho visto un percorso di graduale appiattimento e decaratterizzazione del feticcio maglia, in termini di identità, a favore del mero prodotto tecnico. Per inciso: non mi interessa da dove esce il sudore, mi interessa che sia la maglia dell’Inter.
Oggi quando guardo una maglia percepisco in primis il modello (cuciture, colletto, jersey, taglio, dry-fit ecc) e poi l’identità della squadra. “Ah, la nuova maglia? No, questa ha il logo del City, sarà così anche quella dell’Inter, del PSG, del Portogallo, degli Usa, della Francia ecc.”
Noia desolante. Involucri con loghi.


La situazione #MagliaInter è drasticamente sforata nel campo del bastian cuntrari dopo il 2013. La tendenza a voler strafare ha portato spesso a ‘non fare’ una maglia dell’Inter. Vi confesso che ho provato invidia nel vedere le maglie del Club Brugge, cioè dell’Inter…no, del Club Brugge tra il 2013 il 2014. Aggiungeteci Mazzarri in panchina e la disperazione è completa.

Sento parlare di #brandInter ogni 5 minuti, brand, brand, brand. Brand? Ma se l’Inter è un brand e l’identità di questo brand è data una forte componente cromatico-culturale (‘chiamati i Nerazzurri’), quindi caratterizzata da nero, azzurro e oro presenti nello stemma, come posso creare una prima maglia che non consideri questi aspetti basilari?
Rosso Ferrari, Rosso Valentino, Nero-Azzurro Int…No, no scusate in realtà quest’anno siamo nero-blu scuro, nero-bluroyal, nero-blunerato, nero-blupetrolio con texture grigioscuro e azzurro mare Adriatico sovrastati da un giallo limone verdato, non oro eh, scorza di limone.
Come posso giocare un derby con la maglia Home per valorizzare il brand, quando la maglia stessa non lo rappresenta?
Eppure basterebbe davvero poco.

La mia professoressa di costume teatrale mi disse: “Non sei il primo e non sarai l’ultimo a disegnare il costume di Arlecchino, lo faranno tutti in questa stanza, ricordati però che prima di essere il tuo Arlecchino deve essere un Arlecchino per chiunque lo veda. L’innovazione si concepisce solo dopo aver compreso identità e tradizione”. Ok, in quel momento avrei voluto cambiare il piano di studi ma, oggi, posso dire che aveva perfettamente ragione.
Domenica sera ho dovuto tarare il mio cervello sui pantaloncini per poter identificare l’Inter sbagliando clamorosamente per almeno 15 minuti, perché guardavo quelli neri. Ho sofferto come se fossi obbligato a vedere una diretta di Barbara D’Urso che intervista Lory Del Santo sulle abitudini sessuali di Donald Trump. Mi ha confortato però constatare che tutti hanno percepito questa distonia, anche se in maniera meno patologica.
Mi piacerebbe vedere delle divise create basandosi per davvero sui concetti di Identità (Prima Maglia), Tradizione (Seconda Maglia) e innovazione/sperimentazione (Terza Maglia) con le dovute misure e il dovuto rispetto.

Sarà per questo che L’inter quest’anno ha concesso la licenza a CopaFootball per fare della maglie vintage, forse noi malati di #tradizionalInter dovremo accontentarci di poter acquistare delle maglie in cotone (non aspettatevi però di avere i dettagli e i modelli fedeli delle MecSport o delle Vittore Gianni) con i colori quasi giusti, ma non di vederle in campo.
Tutto ciò per dire cosa? Da tifoso sento la necessità di una maglia che urli ‘INTER‘ a chilometri di distanza e reputo che sia questo l’unico vero aspetto importante, per il quale spenderei dei soldi volentieri. Non certo per una maglia trendy o ‘che fa discutere’ senza avere nulla, nulla, nulla di Inter.
Il 9 marzo 2018, nella prossima stagione, saranno 110 anni di Inter e io sono già in ansia ora per la maglia celebrativa, non si può sbagliare una maglia del genere.
Sono fiducioso, dite che si può già pre-ordinare?
PS: ho provato a documentarmi, ma anche per Nicola Cecere (Amore sulla Pelle – RCS) non c’è risposta documentata alla eterna domanda su numero, misura e prevalenza delle strisce nere o azzurre. Mio nonno mi ha sempre detto che la maglia è azzurra e le strisce sono quelle nere che vengono cucite sopra, non so se è così ma io ci credo perché è gran Baùscia e da ragazzino la maglia dell’Inter se la faceva con pezze e scampoli, e non ha mai sbagliato.

