Bauscia Cafè

#SaveRafinha

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“in così poco tempo un sentimento che non posso spiegare”
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A volte le squadre non si costruiscono solo con il cervello, con razionalità. Aggiungere centimetri, aggiungere muscoli, comprare gol, come annunciava Sabatini mesi fa. Alzare la difesa, allargare la squadra, acquistare un partner d’attacco di Icardi magari, aumentare la profondità della rosa.
A volte le squadre si formano con il cuore. Con il sentimento di appartenenza, con quella scintilla che ti fa dare quel qualcosa che non pensavi nemmeno di avere. A volte, si dice, che queste qualità mentali e caratteriali si possano trovare in giocatori che hanno avuto la fortuna di giocare per la squadra della propria città, o per la quale tifavano sin da bambini.
Altre volte arrivano quando meno te le aspetti, un po’ di nascosto, dall’altra parte del mondo. Magari da un ragazzo arrivato quasi per caso, che di nome fa Rafael Alcântara do Nascimento, in arte semplicemente Rafinha.
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Un giocatore fermo da mesi e mesi, reduce da svariate operazioni al ginocchio destro, che arriva in punta di piedi, senza clamore particolare, pur venendo da una delle squadre più blasonate del mondo, nella quale è cresciuto. Un giocatore che riprende fiducia pian piano, che si appoggia per prender forza sulle spalle degli 80.000 di San Siro, con i quali nasce un amore accecante, immediato, inaspettato.
Un sentimento che non si riesce a spiegare.
Il ragazzo prende forza, inizia a correre, il vento del Meazza lo aiuta a muoversi, la spinta dei tifosi lo rende leggero; il ragazzo è forte. Gioca ovunque, ha classe, ha testa, è sveglio, non solo come calciatore – quello si vede facilmente – ma come uomo.
Il ragazzo ci aiuta a conquistare il nostro obiettivo, lottando, sbraitando, incazzandosi – perchè serve anche quello -, la gloriosa maglia nerazzurra gli sembra cucita addosso. Ha grinta, ha voglia, stravoglia di emergere, di risollevarsi, e di farlo insieme a noi, ha voglia di tornare a respirare finalmente, di guardare verso l’alto, di rivedere le stelle.
Ma i conti non tornano sempre, non sempre le storie hanno il lieto fine si direbbe, il ragazzo deve tornare nella sua vecchia casa, che però in questi ultimi mesi è diventata tutto fuorché “casa“. “Casa” ora è da un’altra parte, è a Milano. E’ giusto che sia così, è palese, è chiaro a tutti. E’ un destino che si deve compiere. E a cui il ragazzo continua a pensare, ad ogni occasione utile. Il ragazzo è innamorato di noi, e noi di lui.
L’Inter sta trattando molti centrocampisti, tutti molto forti, Vidal, Modric, tutti campioni affermati, certo. Ma le squadre non si costruiscono solo con il cervello. Serve quel dannatissimo cuore.
Riportate a casa il ragazzo.
Riportate a casa Rafinha.
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Vujen

Classe '85, marchigiano, interista da tre generazioni. Appassionato di fotografia, Balcani e cose inutili ma costosissime. I suoi pupilli sono Walter Samuel e l'indimenticabile Youri Djorkaeff. Lautaro più altri 10.

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