Julio(non) Cesar(à)

Era il gennaio del 2005 quando l’Inter chiudeva sotto silenzio un’operazione di mercato apparentemente superflua, di quelle relegate in un trafiletto dai quotidiani sportivi, a far da cornice a strilli ben più efficaci ed appetibili: Júlio César Soares Espíndola, ex portiere del Flamengo e nazionale verdeoro, diventava un nuovo giocatore nerazzurro.

Soltanto sulla carta, però: Mancini preferirà spedirlo in prestito al Chievo Verona di Harry Campedelli (l’Inter aveva già raggiunto il limite di giocatori extracomunitari tesserabili), dove il buon Julio troverà l’irresistibile concorrenza di campioni del calibro di Marchegiani e Marcon. Sei mesi di oblìo, qualche presenza nella squadra Primavera e poi il ritorno in nerazzurro per giocarsi una maglia da titolare col buon Toldone.

L’Acchiappasogni (così lo chiamerà Scarpini in telecronaca, contribuendo a renderlo in pochissimo tempo un idolo per tutta la tifoseria) diventerà il nuovo numero uno interista a tutti gli effetti a partire dalla stagione 2006-2007, quella dell’Inter dei Record, quella dei clamorosi 97 punti in classifica, e ne sarà assoluto protagonista grazie anche all’aiuto di una formidabile linea difensiva destinata a diventare persino più forte negli anni seguenti. Piedi educatissimi, da brasiliano D.O.C., coraggio e tempismo perfetto nelle uscite basse, grande reattività tra i pali, la giusta sicurezza in presa alta ed una innata capacità di guidare al meglio i movimenti della retroguardia: queste le caratteristiche di un portiere destinato a rimanere nei ricordi più belli dei tifosi nerazzurri per molto, molto tempo, e che consoliderà una volta di più la grande tradizione nerazzurra in fatto di portieri. La Grande Inter di Mancini e Mourinho passerà anche dal sorriso da eterno guascone di questo ragazzo arrivato in sordina e diventato presto un punto di riferimento imprescindibile per la squadra: professionale, allegro e schietto come uomo, esplosivo e spesso miracoloso tra i pali, tutte qualità che lo renderanno uno dei migliori interpreti del ruolo a livello mondiale. Lo storico Triplete del 2010 celebrerà anche alcune tra le sue prestazioni migliori, con parate da tramandare ai posteri e da far vedere e rivedere in ogni scuola-calcio: doveroso ricordare il sublime tuffo sul rasoterra di Messi durante la mancata remuntada di Barcellona-Inter, il volo a togliere dal sette il velenosissimo pallone calciato da Robben nella finale di Madrid contro il Bayern Monaco e, ovviamente, il rigore neutralizzato su Ronaldinho in uno dei derby di Milano più esaltanti che ogni tifoso nerazzurro possa ricordare.

Perché dunque cedere un portiere di questo calibro? Perché avvertire l’esigenza di spendere 11 milioni (e Faraoni) per un nuovo estremo difensore, avendo già in rosa un fenomeno del genere?
Molti tifosi hanno finto di non essere a conoscenza dei clamorosi problemi fisici sofferti dal buon Julio Cesar durante l’ultimo biennio. Problemi che lo hanno spesso relegato ai box anche per lunghi periodi di tempo (soltanto io ricordo l’era Castellazzi e gli sproloqui provenienti da ogni dove?), problemi che solo un incosciente avrebbe potuto snobbare, problemi che hanno minato in maniera irreparabile i punti di forza del brasiliano: reattività ed esplosività.

Basterebbe ricordare la quantità di gol subiti sul primo palo e con tiri tutt’altro che irresistibili durante il famigerato biennio Benitez-Leonardo-Gasperini-Ranieri per capire come fosse troppo rischioso insistere su un estremo difensore ormai limitato nei movimenti ed in grave difficoltà su quelli che una volta sarebbero stati per lui palloni semplici da addomesticare: da qui la necessità di cambiare, e di farlo proseguendo quella tradizione di grande qualità che da sempre contraddistingue la storia dei numeri Uno nerazzurri. Nessun rancore, nessun rimpianto: basterebbe un minimo di coerenza, quella che troppo spesso sembra mancare non soltanto tra gli addetti ai lavori, ma anche tra coloro i quali prendono il tifo come una questione personale.

Lo leggiamo spesso qua dentro e dovrebbe essere un dogma imprescindibile: c’è solo l’Inter.
E l’Inter aveva bisogno di affidabilità, una garanzia che Julio Cesar non poteva più dare. Non è un caso che la rivoluzione (o ristrutturazione, chiamatela come volete) di quest’anno sia partita proprio dal portiere, ruolo troppo spesso sottovalutato eppure fondamentale negli equilibri di ogni grande squadra che si rispetti. Julio Cesar ha fatto la storia dell’Inter, ed a breve si accaserà in Inghilterra accontentandosi di un QPR qualsiasi: si parla di una buonuscita, forse un’ultima concessione ad un Campione che saluta e che sceglie i soldi e non il blasone perché, forse, in pochi avrebbero potuto permettersi un ingaggio tale. Scelte che non credo di poter giudicare, così come vorrei evitare di dare ancora spazio alla boutade di Suzana Werner su Twitter, sbagliata nei termini e nei toni utilizzati ed inutilmente fatta passare per “malinteso”.

L’Acchiappasogni se ne va, e Bauscia Cafè lo ringrazia per le tante, immense soddisfazioni regalate all’Inter in questi anni, dentro e fuori dal campo. Non dimenticheremo neanche quelle lacrime durante la proiezione delle sue migliori parate, no. Dimenticheremo invece in fretta questo addio all’insegna del vil denaro e della polemica infantile. La realtà è già un’altra, parla sloveno, si chiama Samir Handanovic (ma anche Vid Belec) e corrisponde ad uno dei migliori portieri europei degli ultimi anni.

Ciao Julio.

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.