Bauscia Cafè

Redenzione

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“Ciao. Ti avverto, sei il primo juventino dichiarato che entra in questa casa, vedi di non farmi pentire per l’enorme concessione che ti faccio”
E’ questa la maniera molto calorosa con la quale in un tiepido pomeriggio di fine settembre accolgo Luciano (pseudonimo che ho deciso di utilizzare in quanto so che il nome è molto in voga tra gobbi e affini).
Luciano è un quattordicenne, amico di mio figlio, francese da una generazione, la sua, figlio di emigranti italiani venuti qui anni fa come tutti per seguire una traccia, cercare qualcosa o scappare da qualcos’altro.
Mio figlio mi guarda e con gli occhi sembra implorare “papà per favore non mangiartelo subito, è mio amico, lasciaci almeno fare un partita a Fifa 17″. Luciano abbozza un sorriso stiracchiato e mi porge una mano floscia e sudaticcia.
Lo osservo. Capello nero, carnagione mediterranea, vestiti di marca. Scandaglio attentamente il suo corpo per vedere se per caso ostenti un qualsiasi orpello bianconero, che in quel caso verrebbe immediatamente distrutto.
Mi chiudo in studio a lavorare, li ignoro per un paio d’ore.
Busso alla porta della stanza. Entro.
Dovrei essere ormai abituato ad avere un figlio adolescente ma in realtà non lo sarò mai, forse per principio. Il miasma che mi arriva al naso, misto di ormoni in subbuglio, scarpe da tennis ai piedi da qualche ora e mancanza di doccia da qualche minuto, mi stordisce.
Sullo schermo del computer leggo con soddisfazione JUV 2-4 BAR e non domando nemmeno chi ha chi (mio figlio mi confesserà poi che voleva andare sul sicuro e non se la sentiva di prendere l’Inter… frase che fa male e riassume bene i nostri ultimi cinque anni).
Luciano mi lancia uno sguardo impaurito che è un insieme di “mi spiace ho fatto due gol ma come vede ho perso, le prometto che non succederà più, se vuole smettiamo subito, io non volevo giocare a Fifa 17 ma suo figlio ha insistito, posso andarmene, vorrei chiamare li mio avvocato, mamma aiuto”.
Decido per una tregua delle ostilità. Con finta nonchalance apro una finestra, visto che la mia tenuta in apnea non è più quella di una volta. E con gesto plastico, come nei film americani dove i padri si siedono sui letti dei figli e parlano del senso della vita e dello score al bowling, prendo uno sgabello e mi accascio.
“Allora.. come va la scuola? Difficile questa ‘troisième’…?” Approccio soft, argomenti neutri, resto vago il giusto.
Discutiamo per qualche minuto. Con tutto il tipico imbarazzo, mio, nelle conversazioni con quattordicenni, età bastarda dove sei in mezzo a tutto e lontano da tutti, dove il corpo ti sfugge e la vita cambia troppo in fretta.
Luciano ha lo sguardo sfuggente. Ma quando lo afferro mi piace il lampo nei suoi occhi.
Generazione nuova, pochi legami con il passato.
Per lui come per mio figlio, mi chiedo a volte cosa rimanga dell’Italia, delle loro origini. Mondo lontano, ricordi senili di padri e madri, cartoline patinate di viaggi recenti che si mescolano a immagini sfocate.
Cercano un qualcosa che li leghi alla loro storia. O forse guardano solo ed esclusivamente avanti. Come è giusto che sia.
“Senti… -dico all’improvviso quando sono più in imbarazzo io di loro due- mi sembri un ragazzo sveglio e simpatico…toglimi una curiosità…come fai a tifare Juventus…?”
Esitazione.
Gira la testa verso mio figlio. Poi solita scudisciata di occhi, i suoi che incontrano i miei.
Non lo aiuto molto. Lo guardo fisso.
Mi aspetto di tutto, anche che mi mandi affanculo e che se ne vada sbattendo la porta.
Dopo un silenzio di qualche secondo, a mia grande sorpresa se ne esce invece con un timidissimo “Bah…tifo Juventus da sempre…j’aime bien…”
La sua remissività mi spiazza.
E quel suo modo infantile di pronunciare la frase, con un misto di imbarazzo e lingue, mi ricorda che ho davanti un ragazzino. Ancora innocente e forse, realizzo con un lampo di perfidia, ancora plasmabile.
Ripongo la mazza (simbolica eh…), decido di andare di fino, se lo merita e poi ha un qualcosa che me lo rende simpatico.
“Quali sono i primi ricordi che hai…? La stagione, le partite, i giocatori…?”
Esita.
“Bah…allora…giocatori…Buffon…je crois…oui, Buffon…”
Ricaccio in gola la voglia di svegliarlo brutalmente alla vita dicendogli che il suo mito è un fascista e pure scommettitore accanito.
“Buffon…ok…e chi altro che ti…” Non mi lascia finire la frase e con il tipico sollievo dello studente che in extremis si ricorda della buona risposta di fronte al professore, sputa tutto d’un fiato:
“…e Conte…Conte, sì…bravissimo…piace molto a mio padre…perchè è lui che mi ha fatto tifare Juventus…”
Colpito e affondato.
Il riferimento al padre è un colpo basso. Lo accuso. Pausa. Stavolta mia.
I padri.
Che si interstardiscono e si immischiano sempre in passioni trasmesse a tutti i costi neanche quest’ultime fossero scomodi tesori da dare in eredità a generazioni future.
Padri che passano ‘malattie’ non necessariamente trasmissibili e non per forza scritte nel codice genetico.
Malattie che possono essere ignorate, volendo, da entrambe le parti.
Ripenso alla mia di storia, la storia di figlio-padre, iniziata con la maglietta nerazzurra ricevuta a Natale e il ‘nove’ di Bonimba fatto con lo scotch, prima di passare alla versione de luxe con il nastro bianco cucito alla perfezione da mia madre, milanista accanita.
E con un filo diretto, storia proseguita poi con la prima bandiera per mio figlio, maggio 2007, festa scudetto (per noi emigranti) durante Inter-Torino. E poi Siena, Madrid. E così sia.
Ricordi. Scelte non so fino a che punto autonome e coscienti. E responsabilità.
Responsabilità di padre, che vanno pari passo con i sensi di colpa, per un amore, un virus, una follia. Forse senza senso, forse inutile, di cui spesso si sente il peso della vacuità. E alla quale non si riesce però a rinunciare.
Silenzio.
Non dico nulla. Sono altrove.
Luciano mi guarda dritto negli occhi. Quasi sia lui a cercare l’affondo ora.
Mio figlio mi tocca una gamba con un dito come si fa con un canotto sgonfio per vedere se galleggia ancora.
Mi riprendo.
Lo slancio che sento dentro vorrebbe che l’abbracciassi. Che gli dicessi bello, giusto così…tuo padre…ora tu…la Juve…con chi giocate la prossima in Champions…?
Ma poi, prepotentemente, si fa largo un’immagine violenta: questo stronzetto che tra due o tre anni, sui vari social, vaneggerà di ‘57 scudetti’ (che tra due o tre anni, tanti ne avranno), ‘road to Dubai’ (che tra due o tre anni, le finali Champions le faranno tutte lì), ‘kartonati / preskritti / zero scudetti / vi meritate Sonetti’ (che tra due o tre anni, sarà lui il nostro esimio allenatore).
E l’immagine si mescola all’atavica fiamma catto-comunista che mi spinge a sentire il dovere di salvare le nuove generazioni dal piattume piccolo borghese e a indottrinarli alla rivoluzione.
Dal magma di sentimenti mi esce tutto d’un fiato, senza nemmeno riflettere:
“Conte…uhm…capisco…ma dimmi un po’, hai mai sentito parlare di Moggi…?”
Lo colgo impreparato. Adesso esita lui. Riprendo il vantaggio. Affondo nel suo ventre molle. Facile. Senza pietà.
“Conosci solo la storia recente della Juve…normale, vista l’età…ma nel 2006, quindi non nel medioevo visto che avevi quattro anni, sono successe un po’ di cosette che riguardano la tua amata squadra…cosette che si trascinavano da anni ma sono emerse con tutto il loro fetore solo allora…se hai cinque minuti ti racconto un po’…”
Non gli do il tempo di rispondere e attacco come il Supremo Pubblico Ministero del Giudizio Finale che respira profondamente, prende posto nella sua arringa, e sa che porterà l’auditorio dove vuole lui e dove l’esito è già scritto.
Non ricordo esattamente tutto quello che ho detto nei dieci minuti (tre ore?) che hanno seguito quel ‘ti racconto un po’…’
So solo che gli ho vomitato addosso, con gentilezza e rispetto che si deve a un pargolo non ancora avvezzo a tutte le nefandezze della vita ma pur sempre di vomito trattasi, tutto lo scibile sulle porcherie fatte nel corso degli anni dalla succursale sportiva della Fiat, di come l’Inter sia una forma mentis e di come l’anti-juventinismo rappresenti un caposaldo della critica kantiana che introduce poi alla filosofia morale.
Ho passato in rassegna Agnelli e Boniperti, spaziato su Moggi con aneddoti su schede svizzere e la chiave dello spogliatoio di Reggio Calabria, la ‘colazione dei campioni’ dell’epoca di Lippi, del ‘vincere è l’unica cosa che conta’, e via via tutte le schifezze e il ribrezzo che i colori bianconeri hanno suscitato nei tifosi di tutte le squadre, italiane e non, che l’hanno affrontata, mai ad armi pari, nel corso degli anni.
La carrellata storica è stata infarcita da esempi su come l’interismo sia uno vero stile di vita e l’unica vera via sovversiva e rivoluzionaria al marciume del ‘capitale’ bianconero e alla decadenza mascherata da lifting e riporti dell’ex-yuppismo rampante dell’altra squadra di Milano.
Insomma, due palle pazzesche e un pistolotto senza fine per il quale devo ammettere che ora, a distanza di qualche giorno, provo un po’ di vergogna.
Mi fermo. Respiro.
Mio figlio, abituato ai sermoni interisti-rivoluzionari di quel rincoglionito di suo padre, si è buttato di nuovo su Fifa 17 e prepara la nuova partita cercando di schierare il Barcellona con un lisergico ‘3241’ che farebbe impallidire i buon Pep sotto acidi.
Luciano, come un pugile suonato, mi guarda confuso in cerca di un appiglio, una scusa, per stare ancora in piedi.
“Non conoscevo tutte queste storie…” – mi dice con aria arrendevole e con quell’ingenuità bastarda che la vita ti fa poi perdere inesorabilmente nel corso degli anni. “Sono ancora troppo giovane…”
‘Troppo giovane perchè quel cazzone di tuo padre queste storie non te le ha raccontate volutamente’ sto per dire ma mi fermo in tempo.
La mia volontà di indottrinare un giovane e fargli vedere la vita in modo diverso attraverso le lenti della passione sportiva, si scontra con quel viso prima fresco e ora stanco e quello sguardo perso chissà dove dietro il computer, il letto, la finestra, i tetti di questa città e il cielo di inizio autunno.
“Ora devo andare” – butta lì in fretta e leggo la delusione sul viso di mio figlio, già pronto a una nuova partita con un ‘3133’ che non credo sia esistito nemmeno nei sogni bagnati di Zeman. Il suo sguardo di disapprovazione e compatimento rimescolano per un attimo i ruoli e sono io che mi sento ora quasi in dovere di scusarmi con un ‘ho già fatto tutti i compiti, apparecchio la tavola?’
Sulla soglia di casa, guardo Luciano e i suoi capelli neri. Mio figlio si propone di accompagnarlo fino alla fermata dell’autobus che nel nostro codice ultra-segreto significa ‘papà, sparisci in fretta e lasciami in pace, grazie’.
Mentre apre la porta, gli dico:
“Ciao Luciano…grazie di essere venuto…” Di slancio, mi esce poi un goffissimo “non prendertela eh…” e faccio un ancor più goffo gesto per abbracciarlo.
Dura qualche frazione di secondo. E mi sembra un modo puerile per farmi perdonare per averlo così brutalmente risvegliato alla vita.
Forse non era compito mio.
Sorride impacciato, “à la prochaine”. La porta si apre, spariscono nelle scale.
E chiudendo la porta, mentre mi riprometto (invano) per la centesima volta che vorrei impedire che l’Inter prendesse così tanto spazio nella mia vita, con un gesto meccanico e istintivo, tocco con la mano la tasca posteriore dei pantaloni per vedere se il portafoglio c’è ancora.
Non me ne volere, Luciano. Non è colpa tua. Chiamasi esperienza da vita vissuta.

Adriano ‘5thofNovember’

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Adriano 5th of November

Nasce già extra-extraparlamentare. Se un giorno sarà scelto per una missione sulla stazione spaziale in orbita attorno a Marte, si porterà la maglia di Bonimba, una scacchiera, la manovella di un winch e un erogatore. Forse.

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