Bauscia Cafè

Quiero verte otra vez

È una milonga, è un tango, è un passo argentino, che lega Buenos Aires a Milano!
Francesco Repice, 22/05/2010

Svegliarsi di soprassalto sei anni dopo, e scoprirsi improvvisamente più soli.

Le ‘solite’ celebrazioni per la Giornata della Gloria Interista, quest’anno, hanno avuto un sapore completamente diverso. Più triste, ma allo stesso tempo più orgoglioso. Ero andato a letto la sera prima con immagini provenienti dall’altra parte del mondo, da Avellaneda per la precisione. Allo stadio Juan Domingo Perón -el Cilindro- il Racing celebrava l’ultima partita del “gran capitán“: el Principe de Bernal, Diego Alberto Milito, ha dato l’addio al calcio.

Milito

Come si fa a spiegare chi è stato Diego Milito? A chi lo ha vissuto di più, a chi meno, a chi ricorda ogni gol e a chi -dopo sei anni- ha visto solo i video, come si fa? Da dove si inizia, dove si trovano le parole?

Forse parole non ce ne sono. Diego Milito è stato, semplicemente, il più decisivo attaccante della storia dell’Inter. Sicuramente non il più forte, forse non il più vincente, di certo non il più amato o il più ammirato o il più attaccato alla maglia. Ma il più decisivo, quello sì, senza nessun dubbio.

Roma 5 maggio, Siena 16 maggio, Madrid 22 maggio: nel 2010, 18 giorni che hanno squarciato la storia del calcio italiano. 18 giorni da leggenda, 18 giorni che mai nessuno prima o dopo ha vissuto. Tre finali, tre titoli in bilico fino all’ultimo secondo, tre partite decisive. Potevamo essere tutto o niente. Tre volte la firma di Diego Alberto Milito, e siamo stati tutto.

Anzi quattro volte, perché non poteva essere tutto così lineare, perché il 22 maggio lui, l’eterno 22, doveva metterla 2 volte.

Arrivato esattamente un anno prima dal Genoa, il 20 maggio 2009 l’annuncio di Preziosi, aveva già 30 anni Milito: una carriera inspiegabilmente da sottovalutato. Il debutto a casa sua, nel Racing, poi due anni in Serie B a Genova dove finisce secondo nella classifica cannonieri dietro Gionatha Spinesi (!). La retrocessione in C1 del Genoa lo porta in Spagna al Real Saragozza, che Milito con i suoi gol trascina prima in finale di Coppa del Re eliminando Barcellona e Real Madrid (segnando 4 gol in una partita al Real) e poi alla qualificazione in Coppa UEFA, finendo ancora secondo nella classifica marcatori, stavolta dietro Van Nistelrooy. A quel punto il Genoa ritorna in Serie A e va di nuovo a prendersi Milito, perché lui è così: magari da lontano sembra avere un profilo basso, ma chi l’ha visto da vicino non vuole lasciarselo più scappare. Torna in Italia e, manco a dirlo, finisce di nuovo secondo per gol segnati: stavolta davanti a lui c’è Zlatan Ibrahimovic.

Racing Club, Genoa, Real Saragozza, ancora Genoa, 30 anni: bravo, certo. Ma voi davvero investireste su uno così?

L’Inter sì. Si muove in anticipo, larghissimo anticipo, e prima che finisca maggio annuncia già i primi due acquisti: dal Genoa arrivano Thiago Motta e, appunto, Diego Milito. 25 gol Ibrahimovic, 24 lui, sulla carta una coppia da sogno. “All’Inter serve una punta più mobile”, “Ibrahimovic dovrà sacrificarsi per Milito”. Forse era vero, forse no: non lo sapremo mai, perché lo svedese quello stesso anno fa le valigie per andare a vincere la Champions (cit) a Barcellona, e con Milito non giocherà mai. Al suo posto, la “punta mobile”: Samuel Eto’o. Si compone una coppia che devasterà le difese d’Italia e d’Europa, anche se ci metterà un po’ ad ingranare.

Il primo gol di Milito, insieme a due assist, arriva il 29 agosto alla terza partita ufficiale in uno bugiardo 0-4 contro il Milan. Bugiardo nel senso che potevamo fargliene serenamente il doppio.

Ma è in Champions che il Principe, chiamato così da sempre per la pazzesca somiglianza con Francescoli, deve scrivere la storia, ed è in Champions che mette in chiaro come staranno le cose.

Dopo 3 pareggi nelle prime 3 partite, all’85’ della quarta giornata l’Inter è sotto di un gol a Kiev. Ultima nel girone e con la prospettiva di una partita ancora da giocare con il Barcellona: virtualmente fuori da tutto. Ancora un assalto mancato all’Europa che conta, è già quello il pensiero di tutti e il titolo del giorno dopo su ogni giornale. All’86’ però suona la carica il Principe, e all’89’ Sneijder porta a casa i tre punti.

Sarà questa la nostra Champions: una missione impossibile davanti e un gol del Principe a sistemare le cose, una missione impossibile davanti e un gol del Principe a sistemare le cose. Tocca a tutti: il Chelsea di Ancelotti agli ottavi, il CSKA Mosca ai quarti, ancora il Barcellona in semifinale, infine il Bayern, due volte, in finale. Nessuno passa indenne davanti a Diego Milito. Una sola finta, sempre la stessa, con la quale potrebbe andare avanti all’infinito e continuare a superare qualsiasi difensore gli si pari di fronte. Una sola conclusione, sempre la stessa: in rete.

Potrebbe andare avanti così per decenni: lui che fa questa finta, e i difensori che lo perdono. Tutti.
Potrebbe andare avanti così per decenni: lui che fa questa finta, e i difensori che lo perdono. Tutti.

Eppure ci ha provato Diego, lui ci ha provato davvero, me lo ricordo, a far segnare qualcun altro in quella finale: ci ha provato con Sneijder, ci ha provato con Pandev, ma niente niente niente. Niente e nessuno poteva scrivere la storia di quella partita se non lui, niente e nessuno doveva timbrare quei trionfi se non lui. Era arrivato da buon giocatore, fa una stagione da fenomeno assoluto ed è tutto e solo merito suo, della sua intelligenza tattica, dei suoi piedi, delle sue finte.

Che sia Inter, Saragozza o Genoa per lui non cambia, siano la Champions, la Liga o la Serie B non fa differenza: Diego Milito c’è sempre, con lui gioca meglio chiunque, dare la palla a lui è come metterla in rete. Come si fa a spiegare chi era Milito, come si fa a raccontare cosa voleva dire vedere la palla tra i suoi piedi, fosse anche sulla trequarti da solo con cinque avversari intorno?

Il Principe è eleganza e semplicità messe su un campo di calcio, lui è un professore del football, non c’è un altro modo per definirlo: sempre il movimento giusto, sempre al posto giusto, sempre col tempo giusto. Non sbaglia mai un passo, e per quelli come lui l’età non conta. Le stagioni successive passano quasi in sordina, quasi vengono nascoste dall’abbagliante 2010. “Ha avuto tanti infortuni” sentirete dire in giro. Ed è vero, è verissimo, al punto che contro il Cluj in Europa League si teme addirittura per la sua carriera. Ma oltre agli infortuni, cosa c’è stato?

Dei soli 8 gol realizzati nel 2010/11, se ne registrano uno nella semifinale della Coppa del Mondo per Club e uno nella finale di Coppa Italia vinta a Roma contro il Palermo, tanto per non perdere l’abitudine alle sfide decisive. La stagione successiva è quella del record personale in nerazzurro: 24 gol in campionato tra i quali spiccano i 4 gol in una sola partita, contro il Palermo, e la tripletta al Milan, terzo giocatore nella storia a fare una tripletta nel derby (tutti interisti gli altri: Amadei e Nyers). Poi iniziano gli infortuni, sì, ma non prima di diventare il primo a segnare una doppietta allo Juventus Stadium e, con quella, a siglare la prima sconfitta della Juventus nel nuovo stadio. Gol leggeri mai, al Principe non sono mai piaciuti, lui si scomoda solo quando c’è da scrivere la storia.

Ah già, a proposito di storia: torna a casa, al Racing, e porta l’Academia a vincere il campionato dopo un’attesa lunga 13 anni. L’ultima vittoria? Nel 2001. Indovinate chi c’era al centro dell’attacco anche in quella stagione?

Troppo facile la risposta, sì. Con Diego Milito è sempre tutto troppo facile, lui è una scommessa sicura. Non è mai stato interista, no, queste frottole non fanno per lui: si è sentito amato ed ha amato questi colori, ha dato tutto per noi, ricorda con orgoglio e con amore i nostri trionfi insieme a lui. Ma la sua casa è sempre stata Avellaneda e non ne ha mai fatto mistero. Ed è l’Academia che lo ha trattato come un Re stavolta, nell’ultimo giorno della sua carriera. Un rigore segnato per mettere dentro il gol numero 22, una ovazione al minuto 22, una festa infinita e le inevitabili lacrime finali. I suoi tifosi sono impazziti: “non lasciarci ancora Diego, non siamo pronti”.

Nessuno è mai stato pronto a salutarlo, è questa la verità. L’unico pronto al momento giusto è sempre stato lui.

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E’ la notte del 21 maggio 2016, il Principe di Bernal appende gli scarpini al chiodo e torna a casa dalla sua famiglia e da Morena, l’ultima nata solo pochissime ore prima. Si mette a dormire con i ricordi freschissimi della serata in cui è stato celebrato come merita, e il giorno dopo si sveglia. E’ la mattina del 22 maggio 2016.

Sei anni dopo, Principe, noi continuiamo a ricordarti con un enorme nodo in gola. Continuiamo a rivedere i tuoi gol e a sentire i racconti di quel giorno. Continuiamo a rivivere ogni minuto trascorso insieme a te.

E’ stato un onore immenso, Diego.
Stai pur certo che non ti dimenticheremo mai.

Gracias, Diego Milito.

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Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l’Inter è l’unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.

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