Bauscia Cafè

Una partita ripetutamente unica.

CCome poter raccontare una delle partite più surreali, in uno dei giorni più surreali, insomma, una giornata intera di calcio che di calcio aveva ben poco e di ansia ne aveva fin troppa?

Beh, con una sconfitta dell’Inter, che parole.

Un paio di giorni fa, mi ricordo che, mentre camminavo per strada, mi ero trovato a pensare alla preparazione di una sfida del genere. Il destino aveva riservato la sfida più sentita a livello di ambiente, in uno dei momenti più particolari della intera carriera sportiva di tutti i protagonisti. Per cui, in che modo avrebbero Inter e Juventus preparato questa partita? Mi ero convinto che, date le condizioni più che eccezionali del contesto attorno alla partita, questa avrebbe avuto ben poco di gambe, ma tantissimo di testa. Tutto l’ambiente, le grandi preoccupazioni che girano nel nord Italia, le notizie poco rassicuranti anche dal resto dell’Europa, di sicuro non aiutavano gli atleti a concentrarsi a dovere per questo incontro. Inoltre, la stessa partita di oggi è stata per un breve periodo in pericolo questa mattina, quando perfino Parma-SPAL ha rischiato di non disputarsi. Per cui sì, la componente tattica quest’oggi avrebbe giocato un ruolo molto marginale e la forza di volontà, la testa, la voglia bruta di prevalere sull’avversario della vita, quella sì, sarebbe stata importante.

Nonostante tutte le squalifiche del campo, ci e’ voluta una epidemia da film di Emmerich per avere uno Juventus stadium veramente a porte chiuse, senza “i-bambini-sugli-spalti”. E, lo stesso, stavano cercando di…

Invero, la partita ha detto tutt’altro per 50 minuti buoni. Le squadre si sono affrontate in maniera abbastanza aperta (hanno aiutato un paio di defaillances a centrocampo da entrambe le parti), e la tattica ha giocato una parte molto importante. La Juventus ha cercato di fare pressione al centro del campo grazie alle sue triangolazioni, per poi liberare velocemente il pallone sugli esterni, per mettere in difficoltà i tre centrali ed aprirli (in questo senso Douglas Costa dal primo minuto era una mossa molto temibile); dall’altra parte, l’Inter ha giocato attendendo l’avversaria nella sua metà campo e ripartendo con azioni manovrate, con ritmo sicuramente minore, ma in alcuni casi egualmente efficaci. Purtroppo, il ritmo minore ha fatto sì che i due marcatori della Juventus riuscissero ad avere vita relativamente facile sulle nostre due punte (in fase ampiamente involutiva da qualche settimana a questa parte), tanto è vero che ci siamo resi pericolosi soprattutto con i centrocampisti.

Si puo’ giocare una partita allo Juventus stadium anche senza sentire ogni cinque minuti oooommerda. Grazie Samir, sei un eroe.

La testa, quindi, dove era finita? C’era, c’era. Sorniona aspettava il momento giusto per uscire. La testa non esce mai quando le cose sembrano essere in controllo. Come il subconscio che coglie di sorpresa durante il sonno, quando le difese calano e il sogno si fa incubo, anche in questo caso la testa è uscita fuori solo dopo il momento critico della gara. Purtroppo la testa era quella nerazzurra, e l’incubo aveva il numero 8 degli alternativamente colorati. Da lì, è calato il sipario.

Non c’è più niente da dire. La partita termina lì. Sì, c’è stato un altro goal. Volete saperlo? Non l’ho neanche visto.

Juventus-Inter, nella sua unicità, ci ha riproposto un leit motiv che da troppo tempo vediamo nelle partite dell'Inter di questo periodo dell'anno: un problema da risolvere, alla base, al più presto. twittalo

Al che, al momento di mettermi a scrivere questo post, due sentimenti contrastanti mi hanno affollato la mente. Il primo è stato di assoluzione, data la reale unicità di questo evento nella storia del calcio Italiano, quello di un’epidemia che ha proprio in Milano uno dei suoi epicentri, che ha reso questa partita e tutto il campionato che resterà, così fuori da ogni logica che davvero ogni giudizio relativo dovrebbe rimanere sospeso, senza peso, come una piuma che vola per aria. D’altra parte, quante volte una stagione sportiva è stata funestata da un’epidemia di un virus? Quante volte il campionato di calcio è stato sospeso?

Va bene, questo però è lo Yin del mio pensiero post-partita. Il mio Yang, molto più attaccato alle cose materiali e a quello che meramente osservo con i miei occhi miopi, ha visto una squadra che rimane tale fin quando le cose restano secondo dei binari controllabili, ma che ancora, sempre, ripetutamente, inesorabilmente, si scioglie alla prima difficoltà. Una squadra orso, che va in letargo durante la stagione invernale. Che, cambino gli uomini, gli allenatori, gli ambienti, non sa reagire neanche quando la partita non ha bisogno di motivazioni, di carica emotiva.

Quosque tandem abutere, Inter, patientia nostra?

Consci di tutti gli alibi del mondo, questo è un vero problema. In campionato, in Champions League, quasi quasi anche in Coppa Italia, sono molte, troppe, le partite dove pecchiamo maledettamente di capacità di risolvere le sfide importanti, di abilità di portare a casa i punti contro le squadre forti, quella che gli Americani con i loro sport chiamano la clutchness. Senza questa, quali possibilità avremo di crescere dove vogliamo arrivare? Quante volte dovremo stare ad accontentarci di un buon piazzamento nonostante i buoni investimenti che adesso stanno arrivando, perché perdiamo due, quattro, sei punti negli scontri diretti? Perché non riusciamo a fare questo passo tanto piccolo quanto cruciale per le nostre ambizioni ad alto livello?

Sono domande che ovviamente al momento, specialmente dopo una sconfitta di questo tipo, non possono avere risposta. E mi va anche bene, data la peculiarità e gli incredibili problemi di questa surreale stagione sportiva. A una condizione però, che questi problemi li affrontiamo alla prima occasione utile. L’Inter dovrà assolutamente cominciare a fare i conti con questi fantasmi, ne va del processo di crescita della squadra e della società, e coinvolgono allo stesso tempo i calciatori, il tecnico, la dirigenza, e la proprietà. Tutti insieme, trovare una strategia, un piano.

È un passo piccolo, ma incredibilmente importante per quello che vogliamo diventare nei prossimi anni.

Insomma, Antonio, c’e’ da lavorare eh..
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Tzara

Nella vita ha cambiato città, Nazione, lavoro e amori ma l'Inter è sempre rimasta. Non ha molti desideri, ma se riavesse un centrocampo con Veron, Cambiasso Stankovic e Figo non si dispiacerebbe.

MVP LUDOGORETS – INTER

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