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Sediamoci al tavolo

Voltiamo immediatamente pagina. Per quanto il ricordo del derby vinto sia ancora impresso nelle nostre menti, oggi si gioca una partita che rappresenta una prova decisiva nel capire cosa ne sarà della nostra stagione. Negli ultimi anni in Coppa Italia abbiamo spesso sprecato occasioni alla nostra portata: con una migliore espressione qualitativa e una maggiore concentrazione si poteva davvero arrivare in fondo ad un torneo che non vinciamo ormai da nove stagioni. L’anno scorso trionfò la Lazio, che nei nostri anni di digiuno ha sollevato due volte la Coppa Italia, superando in finale l’Atalanta

Siamo nelle condizioni di poterci giocare un titolo, senza girarci troppo intorno. Bastano tre partite. Tre partite per tornare a vincere. Parto dalla conclusione: non esiste nessun reale motivo sulla faccia della terra per snobbare questa coppa. Nessuno. L’imperativo del tecnico risuona come un monito chiaro: dobbiamo sederci a più tavoli possibili, se vogliamo mangiare. La Coppa Italia è proprio uno di questi e la voglia di vedere un cambiamento rispetto al recente passato nel modo di approcciare questo tipo di partite è grande. Perchè l’abitudine a sedersi al tavolo in questi anni è mancata troppe volte: dobbiamo allenarla.

L’avversario è di grande valore, sebbene stia attraversando un periodo non semplice in campionato: il Napoli di Rino Gattuso. In due gare non esistono favoriti e il ritorno al S. Paolo rende fondamentale stasera giocare una partita di grandissimo spessore. Suona banale, scontato probabilmente, ma queste sfide temprano e formano una squadra. Abituarsi a giocarle nel modo giusto e soprattutto vincerle fa tutta la differenza del mondo non solo nel breve periodo, aprendo alla possibilità di vincere un titolo, ma anche nel lungo periodo.

Lautaro, Bentornato.

Troppe volte nelle ultime stagioni abbiamo mostrato una scarsa consistenza in partite da vincere, senza possibilità di rimediare. Se in campionato l’impatto di questa scarsa brillantezza, definiamola in questo modo, viene fortunatamente diluito su trentotto gare, in competizioni da dentro fuori le lacune qualitative e mentali emergono e si pagano senza possibilità di appello.

Volendo andare a ripensare a qualche ricordo spiacevole, basta guardare proprio ai vicini flop in Coppa Italia contro Milan e Lazio (due volte), alle tristi prestazioni con PSV e Eintracht Francoforte ed ancora alle più recenti occasioni sprecate in Champion’s League, nel secondo tempo di Dortmund e nell’ultima sfida casalinga contro il Barcellona per esempio.

C’erano alibi per queste prove, certamente, giustificazioni dettate dalla rosa a disposizione in momenti chiave della stagione e da una qualità probabilmente non sufficiente, ma quando nell’arco di poche stagioni si sbagliano tante partite di questo tipo, allora l’analisi non può fermarsi alla singola partita, ma deve tenere conto dell’andamento complessivo.

Come potete vedere oggi il mio tono è differente rispetto al post-derby, ma nel profondo guardo davvero con grande speranza alla partita di stasera. Una gara difficile, ma alla nostra portata, che se approcciata correttamente e vinta può darci una spinta importante nel nostro processo di crescita e rinforzare le nostre certezze, specialmente di fronte ad un periodo del calendario che si preannuncia molto complesso.

Il Napoli, dicevamo, di recente sta fornendo prestazioni contraddistinte da alti e bassi. Ha giocatori di grande qualità in diversi ruoli, ma molti di questi stanno sotto-rendendo. Le motivazioni fanno tutta la differenza del mondo. Per un Napoli che vince in modo convincente contro la Juventus, c’è anche quello che perde in casa contro il Lecce subendo tre gol. Questi risultati sono caratteristici di quelle squadre che sono arrivate alla fine di un ciclo, con molti giocatori all’ultima stagione nel club, ma che in gara secca possiedono qualità tali da giocarsela con chiunque.

Mi aspetto quindi di vedere un Napoli differente nell’approccio da quello del campionato. In una gara importante, in uno stadio pieno, ci sono giocatori che possono fare il carico di energie mentali e di motivazione: noi non dovremo essere da meno. Perchè la prima regola per sedersi a più tavoli per mangiare è avere fame.

Per arrivare in fondo a tutte le competizioni serve una trainante voglia di vincere. Una voglia matta di superare i propri limiti in ogni occasione. twittalo

Il derby vinto in questa maniera, da questo punto di vista può raccontare e darci molto. Da un lato è il segnale di una squadra che nelle difficoltà trova la forza di reagire e che mentalmente riesce a rimanere attaccata alla partita. Dall’altro è chiaro che il primo tempo possa servirci da monito e per crescere: ci permette di fare auto-critica per capire dove migliorare sotto ogni punto di vista e può essere una molla decisiva nel nostro percorso di crescita.

Voglia di vincere: ne abbiamo.

Un miglioramento che deve avvenire su più piani e che è condizione necessaria per arrivare a giocarci i nostri obiettivi. Ad inizio anno la squadra sembrava girare al massimo delle proprie possibilità, mentre oggi con l’arrivo di Eriksen, Young, Moses e il recupero di Sanchèz si ha la sensazione che si possa ancora migliorare, che ci siano margini e che il tecnico ci stia lavorando. Anche le recenti conferenze stampa mi suggeriscono questa lettura.

Guardo in modo particolare a Eriksen, perchè dalla sua qualità passano tante possibilità per fare un salto tecnico in mezzo al campo. Il suo utilizzo al momento è stato centellinato, come se tecnico e giocatore stessero prendendo l’uno le misure dell’altro, ma è innegabile che questo giocatore ha tutto per essere una colonna del nostro undici iniziale. Approfondiamo il tema, come avevo anticipato nell’ultimo post.

Non calcia male questo signore!

Si è discusso molto su quella che potrà essere la sua collocazione nel sistema di Conte e mi sento di dire la mia. Credo che il vero discorso vada fatto non sulla posizione “statica”, sul cartaceo insomma, ma sull’interpretazione del ruolo. In fase di non possesso per esempio sembra che l’Inter in presenza di Eriksen si stia muovendo verso un 3412. Le posizioni in campo vanno poi calibrate sulla base di come si schiera l’avversario, ma senza palla stiamo cercando di rivedere la nostra pressione alta, al fine di non costringere il danese a scendere troppo indietro.

Va ancora inquadrata la questione quando saremo costretti ad abbassarci. Fino ad un mese fa quando schiacciati difendevamo con due linee |5 e 3|, ma credo che con Eriksen la questione vada riesaminata. Non si tratta di un giocatore pigro, badate, non è un 10 vecchia maniera. Al contrario si tratta di un giocatore che – al suo ritmo – copre tanti metri tutte le partite: è sempre stato uno dei giocatori al top del Tottenham per chilometri percorsi a partita. Al netto della sua buona volontà, tuttavia, è innegabile che si debba fare uno sforzo per metterlo nelle condizioni di esprimere tutta la sua qualità in fase di possesso e nella trequarti avversaria.

Quindi in fase di non possesso stiamo cercando di trovare quelle soluzioni che ci permetteranno di preservare Eriksen e di non allontanarlo troppo dalla porta avversaria. Si tratta di un giocatore che non ha il passo per ribaltare l’azione in campo aperto correndo, ma ha il piede e la testa per farlo. Quindi proprio come Mourinho in fase di non possesso cercava di risparmiare a Sneijder di abbassarsi troppo e lo lasciava in posizione centrale, dove era più facile per i compagni trovarlo riconquistata palla, così oggi stiamo cercando di costruire un canovaccio che ci permetta di sfruttare le qualità del giocatore.

Molti giornalisti hanno sollevato diversi dubbi sulla compatibilità tra il sistema di Conte ed Eriksen. Francamente credo che sia assurdo e lo trovo poco rispettoso nei confronti del danese, ma soprattutto nei confronti del tecnico. Conte può essere rigido sul piano del sistema, tanto che giocheremo quasi certamente sempre a tre, ma è un allenatore che sul lungo periodo sa dipingere un quadro all’interno del quale i suoi giocatori riescono ad esprimersi al meglio.

Non è autolesionista. Sa che al momento la squadra ha degli equilibri e che andare a metterci mano da un momento all’altro può – nel breve – non essere semplice e togliere qualche riferimento: quindi ci dobbiamo aspettare di vedere la squadra mutare in modo graduale. Il suo obiettivo è uno solo: vincere. Proprio per questa ragione, ne sono convinto, non si priverà mai della possibilità di sfruttare al massimo un talento come Eriksen.

La mia sensazione è che Conte, come un abile sarto, gli stia confezionando il migliore dei vestiti per mettere in risalto le sue qualità – con e senza palla. Servono tempo e pazienza. Finchè questa transizione nel modo di difendere da un |5-3| ad una nuova distribuzione in campo che comprenda il trequartista è in atto, non dovrà sorprendere l’utilizzo di un 3511 come sistema: è il segnale che ancora la squadra trova maggiore sicurezza nel difendere seguendo un canovaccio tattico che conosce dal ritiro. Tuttavia, ripeto: occorre pazienza.

La Danimarca non è poi così male…

In fase di possesso palla la posizione di Eriksen al momento è più volatile e per comprenderla meglio possiamo solo in parte prendere come riferimento Sensi. Si tenga conto anche qui di un aspetto: molte delle giocate delle squadre di Conte richiedono l’occupazione sistematica di certi spazi in un dato tempo. Sono soluzioni ripetute, memorizzate. Ne consegue che per rendere al meglio serva tempo per assorbire le conoscenze richieste a muoversi insieme ai compagni. Rivediamo sul tema alcune parole di Lukaku.

“Quando c’è movimento attorno a me, qua e col Belgio, sono al meglio perché posso creare e posso essere pronto per l’ultimo tocco. Con l’Inter giochiamo con un sistema nel quale devi farti trovare al posto giusto e se lo fai, hai delle belle occasioni. È diverso rispetto al Belgio, dove c’è più libertà, ma mi trovo bene.”

Lukaku – 24 Gennaio 2020

Anche per questa ragione la posizione di Eriksen, in combinazione con le due punte, è in fase di sviluppo. Attenzione, cerchiamo di essere chiari: Conte non chiede ad un pesce di scalare un albero. Torno a ribadire un concetto: il tecnico nerazzurro all’interno del suo sistema di gioco cerca di valorizzare i suoi giocatori in base alle loro qualità. La sua filosofia è rigida nel richiedere a tutti grande attenzione, conoscenza tattica e abnegazione nel proporre in campo certe situazioni, ma le richieste sono modellate in base alle caratteristiche del giocatore.

Anche qui ne abbiamo lette di ogni. C’è chi sostiene che Conte giochi sempre con due mezz’ali e due punte e che di qui si parta. Ha vinto un campionato con il Chelsea giocando 343, con un tridente composto da Hazard – Diego Costa – Willian/Pedro. Sostenere che Conte giochi sempre con due punte centrali è gratuito e sbagliato. Piuttosto cerca – in base a ciò che ha a disposizione – di trovare le combinazioni più efficaci in campo. Fino ad un mese fa la squadra era pensata nell’ottica di un 352, mentre oggi la nostra massima espressione qualitativa si sta spostando verso il 3412. Ci arriveremo, ma la scelta dei tempi per farlo spetta al tecnico, nei confronti del quale possiamo avere piena fiducia.

Fatto questo lungo discorso, che spero sia stato interessante, anche per ipotizzare cosa aspettarci di qui in avanti, stasera avremo un altro test importante per capire se la squadra è davvero cresciuta nella testa, in una tipologia di sfida dove nelle ultime stagioni non abbiamo fornito prestazioni all’altezza. Non ci resta che attendere.

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Il_Casa

Interista, fratello del mondo. Dal 1992 un'unica fede a tinte rigorosamente nerazzurre. Sobrio come Maicon, faticatore come Recoba.

MVP LUDOGORETS – INTER

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