
Di fronte troveranno dei veri specialisti, una squadra che vanta l’incredibile record di 5 finali di Europa League giocate in 14 anni, tutte vinte, rappresentando così la compagine che ha vinto più volte di tutti il trofeo. È questo lo spauracchio che Conte teme più di ogni altra cosa: l’abitudine a vincere del Sevilla FC, contrapposta alla necessità di far cominciare un ciclo di vittorie ai suoi ragazzi, per l’identico ma opposto motivo: perché senza rompere il ghiaccio con una vittoria, il suo gruppo di giocatori rimarrebbe col dubbio che gli manchi ancora qualcosa, e più nella testa che non nei piedi, generando una serie di problemi sicuramente poi difficili da superare.
Perché lo Shakhtar ha detto a Conte, al club, ai giocatori ed ai tifosi che a questa squadra manca solo un ultimo “step” per presentarsi al cospetto dell’élite europea e nazionale: la certezza che solo una coppa in bacheca può dare.
Certo, non rinnego ciò che ho scritto solo pochi giorni fa: che si vinca o meno, passata la (grande) delusione che attanaglierebbe tutti noi per un bel po’ di giorni, il messaggio che l’Inter ormai ha già dato raggiungendo questa finale è quello: i nerazzurri sono pronti a prendersi il ruolo di protagonisti in ogni competizione che andranno ad affrontare. ma è pacifico che andarci con un titolo europeo in tasca avrebbe tutto un altro sapore.
Come gioca il Siviglia? Lopetegui, che ha preso in mano la compagine sulle rive del Guadalquivir solo l’estate scorsa dopo i quattro terribili mesi al Real, parte con un 4-3-3 che vira in 4-5-1 in fase di non possesso. L’azione parte sempre dai centrali con il vertice basso del centrocampo che scende mentre i terzini si alzano secondo una classica “salida lavolpiana”. Le fasce e le combinazioni tra i terzini e gli esterni offensivi sono il punto di forza degli andalusi, che hanno in Ocampos e Suso , vecchie conoscenze della serie A, gli attaccanti a piede invertito che cercheranno di trovare la giocata vincente dall’esterno.

A centrocampo, l’estro di Banega e gli inserimenti dell’altra mezzala Jordan danno i tempi e il fosforo alla manovra offensiva. In difesa nella propria metà campo scendono tutti dietro la linea della palla e il centravanti marocchino En-Neysri (occhio a Luuk de Jong però, sempre in panchina o quasi quest’anno, ma è uno che ci ha già dato fastidi col PSV) si occupa di portare solo la prima pressione, pressione che in ogni caso portano in maniera molto aggressiva quando invece difendono nella metà campo avversaria.
Lì, forse, sta il loro punto debole più evidente: quando perdono palla in avanti, lasciano spazi dietro che possono essere sfruttati se si è abbastanza bravi da superare la linea di prima pressione nel loro tentativo di riconquistare la palla subito. Ed è lì che le nostre punte insieme a Barella possono infilarsi per mettere nei guai la loro difesa.
Il Siviglia è più forte dell’Inter? No, io non lo credo. Ma ha tutte le caratteristiche per rappresentare materiale altamente tossico, e va maneggiato con cura.
È una finale, e già questo basta e avanza per dare le probabilità secondo il più scontato dei 50-50. Poi certo, a me sembra che l’Inter sia arrivata a questo appuntamento con tutte le carte in regola e gli assetti giusti per fare il proprio meglio, e con successo, sia dal punto di vista fisico, che tattico, e soprattutto mentale, con una serie di dimostrazioni di forza date di fronte ad avversari diversissimi tra loro, ma eliminati con la stessa spietata efficienza. Però quando vedi una squadra come il Siviglia che ad ogni turno passato pensi che abbia avuto culo, beh, la mia esperienza mi dice che una volta è culo, due volte è molto culo: ma quando arrivi in finale il culo, 99 volte su 100, non c’entra una beata fava.
Come scritto nel pre-partita della semifinale, come disse quel tizio portoghese dieci anni fa, le finali si vincono, non si giocano. Purtroppo, si possono quindi anche perdere. Ma l’Inter non ha nulla da rimproverarsi, ad oggi, per quanto fatto finora, tenendo conto dell’assoluta anomalia della stagione, del lavoro di Conte al suo primo anno in nerazzurro, degli ottantadue punti in campionato: la finale è il giusto riconoscimento al miglior anno post-triplete. Alzare al cielo di Colonia la coppa, sarebbe bellissimo.

Ed è così che, come i soldati di Ungaretti, stiamo tutti noi tifosi nerazzurri oggi, in questo insolito fine agosto, che invece di vederci accapigliati sul mercato e sulle amichevoli ci vede trepidare per una finale che abbiamo desiderato con tutte le nostre forze.
Nello splendido duomo di Colonia, è custodita l’Arca dei re Magi, la Dreikönigenschrein, un’opera d’arte medievale di eccezionale valore artistico e storico che contiene quelle che, secondo la tradizione, sono le reliquie dei re magi, trafugate dall’imperatore Federico Barbarossa dalla chiesa di Sant’Eustorgio a Milano. Non chiediamo chissà quali risarcimenti alla città, ma sarebbe giusto cominciare col ridarci qualche dono, perso da ormai troppo tempo: una coppa, una notte felice per tutti i nerazzurri, una gloria europea.


