Bauscia Cafè

Vincere il Mondo

Se andate in Ogliastra, la porzione di Sardegna sud-orientale immediatamente a nord della Costa Rei che si affaccia sul mare e si protende fino all’estremità settentrionale del golfo di Orosei a nord, chiusa dal massiccio del Gennargentu a ovest, scoprirete il posto più bello del mondo. Non è un’opinione: è un fatto. Sì, non sono obiettivo quando parlo dell’Ogliastra e no, non accetto obiezioni. Potrei parlare per ore di tutti i posti meravigliosi che quella terra offre a chi ha il rispetto di andare a visitarla, possibilmente senza disturbare, come fanno invece ormai molti vacanzieri convinti di poter fare quello che vogliono solo perché pagano. Per fortuna, gli ogliastrini non si lasciano incantare da questi arroganti, ed essendo anche molto intelligenti non si fanno rovinare l’umore da costoro. La loro ospitalità, riservata e non sguaiata come il loro carattere, rimane ineguagliata.

Ma nella seconda metà degli anni ’70, e nei primissimi ’80 del XX secolo, l’Ogliastra era ancora selvaggia e lontana da qualsiasi idea di turismo di massa. Per fortuna, anche oggi siamo molto lontani dagli eccessi di altre zone più à la pàge, ma se menziono le “cale d’Ogliastra” molti fra coloro che non vi sono mai stati ne hanno comunque sentito parlare: Cala Luna, Cala Goloritzé, Cala Mariolu, per citare le più famose. A quel tempo, invece, erano così remote da consentire nel 1974 a Lina Wertmüller di ambientare lì una lontana isola deserta, dove Giancarlo Giannini e Mariangela Melato naufragheranno nel celeberrimo film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Io ero uno di quei fortunatissimi bambini che a quel tempo, per favorevoli circostanze, cominciarono a passare tutte le estati in Ogliastra, in uno di questi posti remoti e stupendi lontano da tutto tranne che dal mare, dal sole, dai silenzi assoluti al calare della sera, ai cieli stellati come neanche nei migliori planetari. Perché non c’era nulla se non le case (poche, pochissime) di villeggiatura di chi, per un motivo o per l’altro, s’era trovato ad averne o a costruirne una lì.

A questo punto, vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con il calcio e con l’Inter.

Cala Luna

Questa è la storia di uno dei tanti quindicenni italiani alle prese con l’estate della sua vita, diviso tra il calcio, il mare e un mondo che stava scomparendo velocemente, ma allora non poteva saperlo.

In questo meraviglioso e incantato nulla fatto di spiaggia, di amici, e di una grande compagnia di ragazzi dai 13 ai 30 anni, in qualche modo costretti dalla situazione a stare insieme per non annoiarsi mortalmente, non era contemplata alcuna televisione. Anche perché, nel luogo ogliastrino di cui narro, a quel tempo anche averla non avrebbe fatto una grande differenza: il segnale (analogico, ça va sans dire) arrivava debole e a casaccio. Nel senso che in un punto della grande piana sul mare arrivava, nella casa di fianco no. Ma a volte, non sempre, capitava anche il contrario. Misteri delle onde radio.

Nella casa in cui ogni estate alloggiavo, il televisore quindi semplicemente non c’era. Poco male: il calcio estivo dei tornei americani o asiatici, o le amichevoli dove discutere subito se il nuovo acquisto è una pippa o meno con giudizi inappellabili era molto al di là da venire, e in generale della TV della fine degli anni ’70-inizio anni ’80 fatta dai pochi canali RAI, se ne poteva tranquillamente fare a meno durante l’estate.

SI narrava che qualcuno l’avesse in quelle case, ma nessuno ha mai potuto confermarlo
Però, per i ragazzi appassionati e affamati di calcio, ogni quattro anni era festa comandamentale e sacra: arrivavano i mondiali twittalo

Nel 1978 il problema non si era posto: si giocava in Argentina, a giugno. La vacanza era a luglio, e così ero riuscito a vedere tutte le partite trasmesse dalla RAI, inclusa Italia-Argentina all’una di notte, con deroga paterna influenzata dal tifo sfegatato del mio vecchio per la nazionale, l’unico tifo possibile per lui che, allora, non tifava altro che gli Azzurri.

Un calcio spettacolare quello dei ragazzi di Enzo Bearzot, addirittura migliore di quello degli olandesi poi finalisti. E pensare che alla vigilia dei mondiali, l’ultima amichevole alla Bombonera contro il Deportivo Italiano, serie B argentina, era finita 1-0 per l’Italia tra lo sconcerto generale.

L’idea del C.T. di schierare Rossi e Cabrini, due ragazzi semi-esordienti, poi, era abbastanza nuova per il nostro calcio, sempre molto gerarchizzato (e a quei tempi ancora di più). Certo, il primo aveva appena vinto la classifica dei cannonieri col Lanerossi Vicenza, neopromosso e incredibilmente secondo in campionato anche grazie a questo giovane e imprendibile centravanti, così che vederlo segnare alla prima partita era stato davvero entusiasmante, come tutto quel mondiale. Tutti i bambini volevano improvvisamente essere Paolo Rossi, e l’io undicenne non faceva eccezione.

Il primo gol di Rossi ai mondiali del ’78 contro la Francia

Ma torniamo al 1982: le cose sono un po’ diverse, perché si parte per l’Ogliastra a fine giugno, e il mondiale sarà ancora nel vivo. Oddio, visto cosa è successo alla nazionale italiana dal 1978 a questo giugno 1982, bisognerà vedere se saremo ancora in corsa, a fine giugno.

Paolo Rossi, dopo essersi trasferito al Perugia, è stato fuori gli ultimi due anni per una vicenda di scommesse che, per quanto lo riguarda, non è mai stata chiarissima. Ma insomma, in ogni caso non è mai potuto scendere in campo fino ad aprile, giocando poi le ultime tre gare di campionato con la Juve, squadra nella quale nel frattempo è approdato. Gli Europei dell’80 giocati in Italia sono stati quindi un fiasco, perché Bearzot s’è trovato dall’oggi al domani senza tre o quattro giocatori di quelli giusti, tutti coinvolti in quella storiaccia, per provare a vincere il torneo. La qualificazione ai mondiali è stata agevole ma non brillante, passati per secondi dietro alla Jugoslavia. Da lì al mondiale una serie di amichevoli una peggio dell’altra, ed io sono contento solo per aver visto Beppe Bergomi, interista neanche diciottenne, esordire a Lipsia contro la Germania Est.

Poi c’è stata la faccenda delle convocazioni. A me non è andata giù che non abbia convocato il “mio” Beccalossi, nettamente il giocatore con più classe in circolazione in Italia, alla pari di Bruno Conti. E poi, francamente, anche lasciare a casa “O Rey di Crocefieschi”, Roberto Pruzzo, capocannoniere con 15 gol, per portare ai mondiali proprio Paolo Rossi, un giocatore che in due anni non ha praticamente mai giocato, non promette per niente bene.

Madonna, come mi incazzai

E infatti, anche stavolta, partiamo per il torneo con l’ultima amichevole vinta per 1-0 a Vigo, contro lo Sporting Braga, allora militante nella serie B portoghese.

I giornali si scatenano: vengono fuori illazioni di ogni tipo, e per la prima volta in assoluto avviene un silenzio-stampa di una squadra di calcio, pratica abbastanza conosciuta oggi ma allora mai accaduta prima. Stavolta però non c’è nessun Paolo Rossi che accenda la fiamma azzurra con la sua scintilla, come in Argentina. O meglio, come detto lui c’è, ma in campo è un ectoplasma. Tre partite, tre pareggi. Al gol meraviglioso di Bruno Conti contro il Perù, esplodiamo di gioia e il mio amico Massimo urla “Vincemo er mondiale!” e lo meniamo tutti quanti, sotto lo sguardo divertito di mio padre.

Passiamo il turno solo per un miracoloso gol di Graziani contro il Camerun, e c’è anche chi, come Oliviero Beha, dirà che di miracoloso non c’è niente: solo una cara, vecchia, buona mazzetta per i Leoni Indomabili di N’Kono, Milla e M’Bida, i primi giocatori africani a entrare nell’immaginario di noi affamati di pallone, almeno quelli della mia generazione.

A questo punto comincia un piccolo dramma, perché l’Italia giocherà contro l’Argentina e il Brasile, le due squadre più forti del mondiale: la prima, con un fenomeno assoluto in campo, Diego Armando Maradona; l’altra con uno degli undici più belli mai visti fino ad allora, e probabilmente, anche fino ad oggi.

Valdir Perez, Leandro, Oscar, Falcao, Luisinho, Junior; uno dello staff, Socrates, Toninho Cerezo, Serginho (meno male…), Zico, Eder. E senza usare Google.

Il dramma non è solo sportivo, nel senso che tutti ci immaginiamo l’Italia fatta a pezzi dai sudamericani: il dramma è anche mio che, seppur prevedendo un massacro, non voglio perdermi quelle due partite in alcun modo. E io so che la televisione là, nel paradiso d’Ogliastra, non c’è.

Quell’anno facciamo la conoscenza di una persona che diventerà, da allora, legatissimo ai miei genitori. È un bancario che è venuto a fare le vacanze nello stesso posto, però si diletta nella pittura. Si chiama Aldo Scorza, ed oggi è conosciuto grazie alle sue bellissime opere. Anche lui vuole vedere la nazionale, naturalmente, e quindi bisogna organizzarsi. Decidiamo quindi di esplorare il paese più vicino, quindici chilometri di strada sterrata, per trovare un bar che abbia la tele, e lo troviamo. Sarà quello il posto dove vedremo il massacro. Aldo non è tanto d’accordo sul pronostico, e comincia a dire “Ma chi so’ sti argentini, poi?!?”, naturalmente ridiamo tutti.

Il paese del bar. Potrebbe essere come potrebbe non essere questo.

Parte la spedizione nel più ovvio degli schemi patriarcali: donne, sorella e figli piccoli a casa, disinteressati; io, mio padre, mio cugino e Aldo in macchina, diretti al bar, già molto tesi dal mattino.

Il bar è naturalmente strapieno: avventori regolari che, come tutti i bar dei piccoli paesi, si dividono per fazioni politiche o calcistiche, o di censo, frequentando un bar diverso secondo l’appartenenza. Noi non sappiamo bene che bar sia, ma è l’unico che ha la TV e tanto basta. Ci guardano come neanche uno scanner aeroportuale dei giorni nostri può fare, ma passiamo l’esame perché quando chiediamo se possiamo sederci non ci cacciano né ci dicono che il tavolo e le sedie sono occupati.

Lì inizia uno dei momenti più belli della mia vita. Una lunga cavalcata di emozioni dal 29 giugno, giorno della sfida contro Maradona, Bertoni e Passarella, all’11 luglio, giorno della finale di Madrid. L’Italia gioca incredibilmente molto, ma molto meglio delle tre partite del girone, l’Argentina è immobilizzata da Gentile. Anzi, dalla marcatura arcigna (eufemismo) di “Gheddafi” sul “Pibe de oro”, che non può molto.

Che duello

Al gol di Tardelli, il bar esplode: ci rimettiamo a sedere in mezzo a un “Ma chi so’ sti argentini?!?” euforico di Aldo. Dopo un po’, il due a zero di Cabrini scatena il tripudio. Andiamo via contentissimi, nonostante il gol di Passarella a pochi minuti dalla fine ci abbia fatto passare gli ultimi minuti in apprensione. Non ho contato le Ichnusa bevute da mio padre e da Aldo, quindi non posso sapere se la contentezza sia solo per la nazionale. Nel ritorno a casa, diciamo anche che Paolo Rossi, pur non segnando, non s’è mosso male. Ci diciamo anche che realisticamente il Brasile non si può battere, però insomma, se si esce giocando così contro una squadra come quella, è una cosa che farebbe ovviamente male ma ci può tranquillamente stare. Di certo non sarebbe accettabile giocare come le prime tre gare.

La prossima partita è il 5 luglio, ma il 2 andiamo di nuovo in spedizione di osservazione in paese, naturalmente al bar, a vedere Argentina-Brasile; come previsto, infatti, il Brasile non si può battere. 3-1 per i verde-oro, anche se Aldo cerca di risollevarci il morale (“Ma chi so’ sti brasiliani?!? So’ i vicini degli argentini, no?”). A questo punto devo dirvi che stavo giocando una partita durissima anche io, perché appena arrivato al mare avevo sbattuto contro due occhi verdi in spiaggia che mi avevano levato il sonno. Ma fino a quel momento avevo fatto peggio di Paolo Rossi in campo, e l’ottimismo non regnava sovrano, né per lui né per me.

Più o meno

Il pomeriggio del 5 luglio è torrido. C’è Maestrale, “su bent’e susu”, che raccoglie tutto il calore dell’interno e lo scaraventa sulla costa come fosse un asciugacapelli atomico.

Andiamo in paese presto, perché non vogliamo correre rischi con i posti al bar. E facciamo benissimo, perché se contro l’Argentina era strapieno, oggi è una bolgia. Ci fanno sedere anche questa volta, e addirittura in due o tre ci salutano. Aldo mentre si siede ci tiene a ricordarci il quesito fondamentale di questa fase del mondiale (“Ma chi so’ sti brasiliani?!?”), ma il sorriso è stiracchiato, diviso tra la tensione, la convinzione di prenderne tante, e la timida speranza del miracolo.

Che tensione, mamma mia.

Non starò a raccontarvi della partita, perché è leggenda. Anche piccola leggenda personale è tutto quel che è successo quel pomeriggio nel bar: esultanze, disperazioni, esplosioni di gioia assoluta, “MA CHI SO’ STI BRASILIANIIIII!!!”, abbracci con gli ogliastrini, il momento di terrore vissuto al gol annullato di Antognoni, perché mentre tutti erano nel delirio totale, io non avevo mollato lo sguardo dallo schermo e urlai “L’HA ANNULLATO!!!”, e pensavo che mi avrebbero ammazzato lì sul posto se non avessi implorato la mia innocenza: “NON L’HO ANNULLATO IO, VE LO GIURO!!!”. Il fischio finale, l’abbraccio con mio papà, fortissimo, sapendo quanto contasse per lui la vittoria della “sua” Italia.

Tutte le sensazioni che racconto, le ho dentro come se mi fossero accadute una settimana fa. E un uomo, un uomo soltanto rese tutto possibile: Paolo Rossi.

E uno

Si era risvegliato dal letargo di inizio mondiale e si trasformò in modo letale, tremendo, fortissimo, inarrestabile, magico. E io, come ogni adolescente italiano dell’estate del 1982, cominciai a pensare che niente, davvero niente era impossibile per la nazionale, per lui, per l’Italia, per me. A cominciare da quel paio di occhi verdi, quella sera stessa, festeggiando la vittoria nell’unico bar vicino alle case (che non aveva la tv, altrimenti tutto questo come avrei potuto raccontarvelo?)

E tre

Il bar in paese, invece, divenne il nostro santuario, il nostro talismano, la mia fortezza personale dove non avrei mai visto perdere gli Azzurri da lì all’eternità. Diventammo parte del paese, e per chi non aveva radici profonde come me ogni manifestazione di inclusione e appartenenza mi sembrava – anzi no, era! – bellissima. Il legame con la terra di mio nonno che si rinsaldava, e tutto questo per un pallone? Sì, tutto questo perché Paolo Rossi prese a mettere dentro (“Ma chi so’ sti polacchi?!?”, quanto ti ho voluto bene quei giorni, Aldo, e quanto te ne voglio ancora), ogni pallone che gli passava vicino.

Il giorno della finale, sapevo come sarebbe andata a finire, lo sapevamo tutti. D’altronde c’era Paolo Rossi in campo, cosa mai sarebbe potuto accadere di diverso dalla vittoria? Neanche un rigore sbagliato da Cabrini ha saputo scalfire la certezza di tutti noi, che ormai sapevamo, dicendo ormai in coro “Ma chi so’ sti tedeschi?!?”, che quella coppa l’avremmo alzata in faccia al mondo. L’apoteosi di vedere il mio idolo Spillo Altobelli segnare in una finale mondiale, poi, è stata la ciliegina sulla torta. Il bacio che mi diedero quegli occhi verdi, fu invece la mia copia della coppa del mondo consegnatami direttamente sulla spiaggia, quella sera, dopo la vittoria.

La verità è che Paolo Rossi prese l’Italia intera quel giorno allo stadio Sarrià di Barcellona, e ci portò tutti a suon di gol in un futuro radioso, bellissimo, dove per una volta eravamo noi quelli che vincevano, quelli che festeggiavano, quelli invidiati dagli altri.

Una gioia immensa. Immensa.

Un paese segnato da tragedie di ogni tipo negli anni immediatamente precedenti a quei mondiali, e che ancora avrebbero lasciato dei segni in futuro. Ma c’era di nuovo l’orgoglio di essere italiani, di sentirsi bravi in qualcosa, non eravamo tutti da buttare. Neanche noi quindicenni, storditi dagli occhi verdi.

Ecco perché stavolta ho subito il colpo, fortissimo. Generalmente, pur ovviamente dispiacendomi, non ho mai delle reazioni emotive forti alla notizia della scomparsa di persone famose, anche tra coloro che ho apprezzato. Razionalmente, penso sempre che faccia parte del ciclo della vita. Certo, se accade una tragedia improvvisa come nel caso di Kobe Bryant, ad esempio, uno rimane più colpito e turbato del solito.

Ma Pablito è l’eroe che solo gli adolescenti di allora possono decontestualizzare ponendolo su un piano totalmente fuori dalla realtà, per poi metterlo sul piedistallo di un’epoca, calcistica e non, che ha portato una gioia – per noi ragazzi di quella generazione – mai più eguagliata. Se ne va un pezzo della mia vita, un pezzo importantissimo, ci si sente un po’ più soli, molto più tristi. Ma non potrò mai smettere di ringraziarlo, perché ha fatto rotolare le effimere gioie di un pallone fuori dal campo di gioco, fino a saldarle per sempre nelle nostre menti e nei nostri cuori. Solo il giorno del Triplete ho provato un’emozione simile, e dico simile, perché il Triplete era gioia esclusivamente calcistica. Quella del Mundial è stata qualcosa di molto diverso.

Paolo Rossi ci ha fatto vincere il mondo intero, non solo la coppa. E anche a noi, ragazzi e ragazze italiani di provincia, sembrava un mondo facile da vincere, bello come i suoi gol: il futuro non era mai stato così luminoso. twittalo
Per me sarai sempre in questa posa, non ti sei mai allontanato dal Bernabeu. E noi siamo ancora tutti lì. Grazie Paolo, grazie di tutto.

Hendrik van der Decken

Il capitano dell'Olandese Volante, condannato a guardare il calcio per l'eternità senza mai vedere il 433 in nerazzurro. Posso toccare terra solo quando l'Inter vince in Europa, perché quando accade c'è sempre un "Oranje" in squadra. Mentre navigo, guardo l'Inter, un sacco di Eredivisie, Jupiler League e Keuken Kampioen Divisie, bestemmiando l'Inter e il N.E.C.

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