La stampa nazionale non ha mai perso occasione di rimarcare virtù e pregi dei giardini dei nostri dirimpettai, mentre di noi sbatteva in prima pagina l’annosa fatica ad estirpare la gramigna, a contenere le siepi, a ritinteggiare lo steccato.
I bilanci si fanno in casa propria, conteggiando perdite e ricavi, entrate ed uscite, aspettative e realtà. Il nostro bilancio è estremamente soddisfacente. La vittoria dello scudetto numero diciannove, dopo una cavalcata con pochissimi mezzi passi falsi e nessun vero intoppo, è stata trionfale. Eppure abbiamo letto per mesi che il gelo societario avrebbe potuto avvizzire i nostri fiori, che il fertilizzante di Conte si sarebbe presto esaurito, che gli innesti (Perišić, Eriksen…) non avrebbero mai germogliato. Ed invece il raccolto è stato abbondante. Andiamo allora, solo per una volta, a sbirciare noi, nel giardino degli altri. Cercando di essere obiettivi, trattando la sterpaglia da sterpaglia, e non da prato inglese.

Il Milan di Pioli chiude da secondo in classifica. A dodici punti di distacco dalla prima, a due dalla quinta. Qui sta la dimensione della squadra, più vicina al dimesso giardino dell’Europa League, che non allo scudetto. Il Milan ha vinto la partita decisiva con gli ultimi due dei venti rigori concessi in stagione. Un’enormità, un altro numero probabilmente poco considerato da certi narratori del calcio italiano. Il Milan di Pioli ha alternato sprazzi di bel gioco a partite disastrose. Per un intero girone è stata incensata come favorita, per poi finire schiantata nel Derby. A leggere certi commenti, pare siano forniti del miglior centrocampo d’Italia (“se la Champions vale 50 milioni, Kessie quanti ne vale?” – sempre la Gazzetta). Sarà curioso vedere questa squadra nella prossima Champions, peraltro raggiunta dopo sette anni di insuccessi. Perché pensare di condurre degnamente campionato e Champions con Kessie, Bennacer, Meitè ed il pensionando Ibra, sarebbe come pensare di presentarsi alla notte degli oscar con i Goonies e fare bella figura. Ragazzi giovani e simpatici, per carità. Ma la qualità è altrove.

Atalanta terza, esattamente come l’anno scorso, esattamente con gli stessi punti. Difficile, per un osservatore esterno, apprezzare la crescita di una squadra che, ancora una volta, si scioglie sul traguardo, ad un passo dalla vittoria di un trofeo. Gasperini piange miseria, lamenta le difficoltà a tenere un posto al vertice con un budget ridotto rispetto ai suoi competitor. Eppure, nell’anno in cui in Europa, in diversi campionati, il terzo incomodo si è laureato campione, la Dea lascia la sensazione di essere un’incompiuta. Fino a quando il popolo nerazzurro si accontenterà (andrà orgoglioso, come viene riferito dagli addetti ai lavori) di una stagione alla pari con, mai sopra, le grandi?

La Juve, nella sua peggior stagione degli ultimi dieci anni, porta a casa due trofei. Questo è il mantra che ripete il suo allenatore. Che dopo l’insperata conquista dell’ultimo posto utile per l’accesso in Champions League, ha la faccia del miracolato che si è improvvisamente scoperto affezionato alla cadrega, come un qualsiasi forzista della seconda repubblica. Dimentica, il maestro, che uno dei trofei gli è stato praticamente messo in braccio dall’assai più solida Juve di Sarri. E che ha vinto la Coppa Italia giocando un solo tempo, come spesso gli è accaduto in questa stagione, contro una squadra esaurita dal punto di vista psico-fisico e dagli urlacci isterici del Gasp. Omette la vergognosa passeggiata negli ottavi di Champions contro il Porto. Scotomizza l’invereconda sceneggiata di Cuadrado, che ha reso tre punti decisivi. Ignora che, qualora venisse riconfermato, avrebbe una difesa da rifondare, un centrocampo da costruire, un Ronaldo da sostituire. Contento lui.

A seguire, il dramma sportivo del Napoli, squadra troppo fragile psicologicamente. Inaspettatamente, considerato il carattere del suo allenatore. Come da facile previsione, considerato l’umore instabile del suo Presidente, abituato a fare e (soprattutto) disfare squadre e progetti tecnici. Delle due romane: la Lazio deve fare i conti con il caso Inzaghi, finalmente esploso dopo anni a fare le nozze con i fichi secchissimi di Lotito; la Roma invischiata in un’altra stagione incomprensibile, fra beghe societarie, elementi sopravvalutati ed ambiente in costante fibrillazione. Il clima ideale per il rilancio o il definitivo collasso del vecchio (nuovo) Mou. Auguri.
Conte ha reso fertile un ottimo terreno messo a disposizione dalla società. Speriamo di poter continuare a raccoglierne i frutti, insieme. twittaloPer noi si è aperta la settimana delle riflessioni, dopo la strameritata festa. Riflessioni soprattutto per il mister, che appare in bilico tra la conferma e la rincorsa a nuove strade. Sorvolo su quanto potrebbe essere stimolante per lui, e per noi, continuare insieme e provare a cucirci addosso la seconda stella. Sorvolo perché il mister è uno che, spesso, si è guardato intorno a lavoro più o meno finito, per cercare nuovi prati verdi su cui correre. Ho un solo consiglio, per mister Conte. Stia attento a farsi abbagliare dai colori lontani dal nerazzurro. Tutti i giardini europei hanno subito pesantemente le ripercussioni della crisi. E anche l’erba del Santiago Bernabéu non è più scintillante come una volta.

