Quindi oggi mi sono chiesto di cosa potessi parlare senza scivolare nella retorica e alla fine ho scelto di inquadrare il nostro nuovo allenatore. Non c’è ancora l’ufficialità, ma un cambiamento repentino dello scenario sarebbe grottesco, quindi vediamo di affrontare il tema del tecnico e capire cosa possiamo auspicare.
Ci tengo a fare una dovuta premessa. Sui giornali ne stiamo leggendo di tutti i colori in merito alla presunta squadra nella mente del tecnico: veti su alcune uscite, richieste sul mercato, stile di gioco. Ci tengo a dire che tutta questa roba per me è fuffa – con tutto il rispetto – e che non mi passa neppure per l’anticamera del cervello di prenderla in considerazione. Come si possa prevedere come sarà l’Inter del prossimo anno quando siamo a Giugno e neppure è stato ufficializzato il prossimo allenatore, né ha avuto modo di fare un allenamento, per me è incredibile.

Inzaghi di fatto ha allenato la Lazio dall’Aprile del 2016: le stagioni sarebbero sei, ma ha più senso prendere in esame le cinque “piene”. Ha vinto per due volte la Supercoppa italiana e una Coppa Italia, mentre in campionato ha ballato tra l’ottava e la quarta posizione, qualificandosi per la Champions League l’anno scorso, dopo tanto tempo che la Lazio non raggiungeva questo traguardo. E’ un professionista che dal 1999 – con piccole parentesi in prestito – è sempre e solo stato nel mondo Lazio, questo va immediatamente osservato. Inzaghi non è solo una bandiera della Lazio, ma è anche chi da più di vent’anni vive dentro una sola realtà.
Guardando al suo rendimento vorrei aprire con un confronto, poco simpatico, me ne rendo conto. Cinque anni fa Gasperini e Inzaghi vengono assunti rispettivamente da Atalanta e Lazio. I bergamaschi venivano da un 13° posto in Serie A, mentre i biancocelesti nel 2016 erano arrivati 8°. Nello stesso arco di tempo, Inzaghi si è piazzato quarto una volta in cinque anni, mentre Gasperini ha fatto piazzamento nella top4 per quattro anni su cinque. Cinque anni sono un lasso di tempo significativo per giudicare il lavoro di un allenatore e ognuno può legittimamente avere la propria opinione – i numeri sono questi.
Il mio pensiero è che Inzaghi abbia fatto bene complessivamente, i titoli addolciscono ulteriormente il suo percorso e andare d’accordo con Lotito per cinque stagioni è una medaglia al valore, ma – risulterò impopolare – non riesco davvero a vederci nulla di trascendentale, almeno sul piano sportivo. La Lazio ha fatto discretamente, ma non ha mai fatto davvero l’ultimo step. Ha fatto piazzamenti nel complesso proporzionali al valore della rosa, ma mettendola in questi termini allora il percorso di Mazzarri al Napoli è da lanciare il cappello per aria. Inzaghi ha fatto il suo percorso, la sua esperienza ed è un allenatore emergente, ma rappresenta un’incognita in un ambiente diverso ed in una grande squadra.

Può bastare questo per allenare l’Inter? Per me – da che ho memoria – non è mai bastato “essere bravi” per allenare questa squadra: Gasperini era bravissimo, Benitez era tutto tranne che scarso e potete continuare senz’altro voi al posto mio. Penso che ogni allenatore sia strettamente legato alle tempistiche, che a volte fanno letteralmente le fortune di un tecnico e ne abbiamo parecchi esempi, altre volte invece no. Incrociamo le dita, perché è evidente che la prossima stagione sarà davvero complessa e porterà con sé pressioni che – nonostante Roma non sia una piazza semplice – non sono paragonabili a quelle che puoi incontrare alla Lazio.
Per quanto riguarda il lato tecnico, quello che abbiamo visto di Inzaghi è che si tratta di un allenatore in grado di adattarsi e di lavorare con il materiale umano a disposizione. Nella stagione 2016/17 ha schierato la Lazio con il 433 con Felipe Anderson e Keita larghi dietro ad Immobile, solo l’anno successivo è passato al suo odierno 352. Quindi è ipotizzabile che verrà data continuità al lavoro di Conte, ma non si tratta di un allenatore rigido per quanto riguarda il sistema di gioco.
In genere adotta un sistema a tre e sa variare l’atteggiamento a seconda dei giocatori e dell’avversario. Non è un fondamentalista del pressing alto ad ogni costo, al contrario sa scegliere e adattarsi al materiale umano in suo possesso. Abbiamo avuto modo di vedere molte partite in cui il suo 352 proponeva un pressing a tutto campo, ma anche sfide in cui si è più orientato verso un blocco difensivo più basso e un comportamento analogo all’Inter di Conte (dalla gara con il Sassuolo). Per quanto riguarda le caratteristiche dei giocatori al momento avrebbe un blocco difensivo che è perfetto per le sue esigenze, con De Vrij che era già il suo perno centrale alla Lazio.

Sui meccanismi di pressing al momento fare ipotesi è superfluo, ma l’Inter ha conoscenze di squadra che sono vicine alle richieste di Inzaghi nella Lazio, con la mezzala che si alza e altri automatismi che abbiamo visto spesso in questi anni. Una scelta che possiamo quindi immaginare sarà quella di ripartire dalla struttura – giocatori permettendo – dell’Inter di quest’anno. Non prevedo sul breve periodo grosse variazioni sul piano del gioco, almeno non in un primo momento: l’input sarà riprendere immediatamente da dove lasciato e partire bene sarà la chiave.
La posizione che entrambi i sistemi adottati da Inzaghi hanno in comune è quella del mediano davanti alla difesa, che in entrambi i casi rappresenta un perno nel suo calcio. Biglia era più “playmaker” rispetto a Lucas Leiva, ma complessivamente possiamo dire che quel giocatore sia una costante nei sistemi che ha proposto Inzaghi. Non occorre che sia un regista puro, oppure un metodista, ma in quella posizione un giocatore forte tatticamente, maturo e in grado di organizzare il gioco gli sarebbe certamente funzionale: Brozovic in tal senso corrisponde al profilo ideale.

Quello che possiamo ricavare quindi è che l’Inter – ad oggi – almeno sul piano della struttura di squadra ha un’ossatura che si sposa bene con quanto mostrato da Inzaghi. Poi – come si è letto – che lui veda meglio Gagliardini e Vecino, oppure Eriksen, e che preferisca Caio invece di Sempronio, questo è tutto fumo.
Quello che vorrei sottolineare è che indipendentemente da tutto se una squadra gioca con un blocco relativamente basso quando difende, allora ha poi bisogno di giocatori in grado tecnicamente e fisicamente di ribaltare il campo e attaccare la profondità: alla Lazio c’erano Lazzari, Correa e Immobile che avevano in effetti queste caratteristiche. L’Inter aveva due fuoriclasse del settore: Hakimi e Lukaku. Vicino a questi poi c’erano diversi giocatori di gamba o forti negli spazi (Lautaro, Perisic, Barella), ma i due crack da quel punto di vista erano i precitati.
Un punto a favore di Inzaghi è la sua capacità di essere pragmatico. La Lazio, giustamente, non disdegnava alzare la palla andando a cercare Milinkovic-Savic e la squadra si comportava in maniera differente a seconda che la coppia di attaccanti fosse composta da Caicedo/Immobile oppure da Correa/Immobile. Sembra scontato, ma mi sento di dire che non lo è per nulla, specialmente in un mondo dove troppo spesso il sistema viene prima delle risorse umane. In tal senso Simone Inzaghi ha a parer mio diversi punti di contatto con un approccio alla Allegri, più che alla Conte, nonostante pubblicamente in questi giorni si batta il tasto del 352.

Per quanto riguarda le mezzali e gli esterni quello che sarà davvero importante sarà avere uomini “freschi” che sappiano calarsi prima di tutto nella parte con serietà. Sono più preoccupato da quello che potremo offrire al mister, rispetto che a quello che il tecnico possa chiedere a chi giocherà in quel ruolo. Anche la parte atletica sarà molto delicata l’anno prossimo: perdiamo Pintus e in un anno dopo gli Europei non è mai semplice farsi trovare subito brillanti, specialmente dopo un’intera stagione dove la squadra ha pagato tanto sul piano fisico con Conte.
Sul piano tattico, di fronte ad una lavagna, non credo che Inzaghi avrà mai alcun tipo di problema – cessioni permettendo. I miei dubbi principali vanno prima di tutto a riguardare l’impatto che avrà con uno spogliatoio che in questo momento è più grande di lui e che viene da un martello come Conte. Non è semplice. La mia convinzione è che per fare bene un allenatore debba sempre essere più grande – o almeno sullo stesso piano – dei giocatori che allena, oppure che alle sue spalle ci sia una società fortissima che lo sostiene.
La società avrà il dovere di sostenere e difendere coesa il nuovo allenatore. Lasciarlo solo equivale ad un fallimento annunciato. twittaloSe l’allenatore è grande (Conte, Mourinho, Mancini, Trapattoni) e di carattere, allora è in grado di fare quadrato, conquistare i giocatori che “riconoscono” chi hanno davanti e trarre forza nelle difficoltà. Se il tecnico non è di quel calibro, per quanto bravo, ha bisogno di una società solida dietro, che tracci bene i confini e imponga il rispetto dei ruoli a tutte le componenti della squadra. Non mi piace citare il Milan, ma Sacchi – sebbene fossero altri tempi – ottenne esattamente questo. Più recentemente Gasperini all’Atalanta al suo primo anno aprì la stagione perdendole tutte e con mezzo spogliatoio che storceva il naso. La cosa peggiore che ci possa capitare è che il giocatore si senta più grande della squadra in cui gioca o del suo allenatore.

Per questo sono abbastanza allerta. La situazione in casa nostra al momento lascia qualche perplessità, almeno vista da fuori. L’unica colonna a cui personalmente mi affido è Marotta, che ha certamente grande esperienza ed è una figura che offre stabilità e sicurezza agli occhi di un calciatore, ma è fondamentale che il club sia coeso in tutte le sue componenti (proprietà, dirigenza, staff tecnico) perché i giocatori non cadano in tentazione.
Inzaghi va sostenuto, difeso, protetto dagli attacchi interni ed esterni, altrimenti rischia di diventare l’ennesimo buon allenatore che da noi ha fallito, lasciato solo e stritolato dalle pressioni. Quello che sarà l’elemento chiave su cui costruire la prossima stagione per me è esattamente questo, ancora prima di ogni acquisto o cessione. Alle prime difficoltà -che prima o poi arrivano sempre – siamo tutti sufficientemente in grado di prevedere che cosa ci aspetta su diversi piani e sarà allora che la società nella sua totalità dovrà dare risposte chiare e difendere la propria scelta.

