A scanso di equivoci, visto che è nota ai quei due o tre che mi leggono la mia idiosincrasia verso un calcio di puro contenimento, cerco di spiegare perché credo che l’Inter domenica sera abbia raggiunto una vetta notevole.
La ragione è semplice: l’Inter HA SCELTO di giocare così, pur avendo dimostrato ormai moltissime volte che preferisce comandare il gioco e mettere i piedi ben saldi nella metà campo avversaria, non ultimo esempio di ciò le due gare di coppa Italia contro la Juve.

Ma quando si arriva al punto in cui una squadra sceglie a priori lo spartito da eseguire, lasciando inalterata la composizione dell’orchestra, ecco, lì si è davvero raggiunto un altro livello. Poco importa se si arriva da un calcio propositivo e si impara a giocare anche di contenimento, o viceversa. Quel che conta è che il meccanismo di gioco sia riconoscibile, e questo lo è stato sempre per tutta la stagione. E lo direi anche se, puta caso, il risultato non fosse stato così favorevole.
Perché parliamoci chiaro, domenica sera contro la Lazio era la classica partita che poteva girare su un qualsiasi episodio. È girato a nostro favore (ma non casualmente, perché l’azione che porta al fallo di Hoedt su Lautaro è eccezionale), in altri momenti dell’Inter contiana ha girato molto peggio, e magari non con maggior demerito o minor merito.
Ecco, qui riprendo una delle dichiarazioni di Antonio Conte nel post-partita, quella in cui si affretta a ribadire, ai suoi giocatori ed a se stesso, di non compiacersi troppo perché questa prestazione e il primo posto in classifica sono da considerarsi un punto di partenza. Per cosa, ognuno di noi immagina facilmente: ma quello è solo il primo livello di lettura. Io vorrei fare un paio di considerazioni a più largo orizzonte.

Innanzitutto un punto di partenza per una consapevolezza diversa della propria forza. L’Inter delle ultime stagioni, inclusa quella targata Antonio da Lecce, ha sofferto molte volte le partite da dentro/fuori, anche quando non lo erano letteralmente: la partita che doveva dare una svolta, la partita che doveva dare conferme, la partita da vincere a tutti i costi: ecco, tranne una manciata di casi sicuramente notevoli e da ricordare, ce ne sono state molte in cui la volontà di fare lo step successivo si è infranta contro la mediocrità di una prestazione scialba o fuori contesto.
Invece nella gara contro la Lazio questo step c’è stato e s’è percepito con grande chiarezza, quasi tangibile, da chiunque abbia visto la gara. E ripeto: tanto di più quanto la prestazione dell’avversario è stata tutt’altro che pessima, come invece si potrebbe dire, ad esempio, della vittoria in campionato contro la Juve, dove una grande performance dei nerazzurri ha scavato nel burro di un’inconsistente prestazione dei bianconeri, troppo brutti per essere veri e difatti incontrati poi due volte dopo di allora con ben altra solidità strutturale.
Questo punto di partenza non garantisce sedici vittorie nelle rimanenti sedici gare che riempiranno la stagione interista da qui alla fine, orfana purtroppo di ogni altro impegno: però dà ai giocatori in primis e a tutti i tifosi l’idea chiara di quel che questa squadra può diventare. E a tutti diventa ancora più doloroso pensare a cosa potrebbe essere stata questa stagione con una situazione societaria più limpida e meno incerta.

Detto, questo, la diversa consapevolezza di cui sto trattando porta ad una altrettanto differente dimensione sul medio periodo delle prossime una-due stagioni, e qui le cose si fanno molto più complicate proprio per il motivo societario appena accennato. Perché la maturità di campo vista contro la Lazio, e presumibilmente – almeno questo è il mio pronostico e la mia sensazione – da qui alla fine del campionato, diventa un valore aggiunto se le si darà seguito ben al di là di come andrà a finire la corsa-scudetto: una terza stagione con interpreti e meccanismi rodati, uniti per l’appunto alla convinzione intrinseca di potersela giocare con chiunque, diventerebbe molto, molto interessante a quel punto anche in campo europeo.
Perché, e non ci credevo minimamente, quel che abbiamo visto negli ultimi tempi anche a livello di individualità, apre prospettive impensabili fino a pochissimo tempo fa. Sto parlando di Eriksen, naturalmente.
Il danese ha giocato due partite contro Juventus e Lazio facendo esattamente ciò che vuole Conte. E se contro la Juve lo aveva fatto a fari spenti, dando modo a qualche osservatore distratto (eufemismo) di pensare che avesse giocato male o da sei stiracchiato, contro la Lazio si sono viste cose molto interessanti, alcune qualitativamente di un altro livello, come non eravamo più abituati a vedere a San Siro da troppo tempo. Chiaro, non sarà mai per caratteristiche la mezzala ideale di una squadra di Conte, ma questo suo adattamento potrebbe anche spingere Conte a limare alcuni meccanismi, e poter così sfruttare l’ex-Tottenham per più dei 60-70 minuti che, oggettivamente, sembrano il limite massimo che il danese può fare all’intensità che richiede il ruolo nell’idea tattica contiana.

In ogni caso, un enorme passo in avanti rispetto ad un inutile orpello in panchina con un ingaggio da sette milioni e mezzo l’anno che avrebbe gridato vendetta anche in tempi di vacche grasse, figuriamoci in tempi di COVID-economia e in un club che non può più spendere neanche un centesimo. E chissà che il mantra cruyffiano del “ogni svantaggio ha il suo vantaggio” non possa rivelarsi ancora una volta azzeccatissimo proprio nel caso di Eriksen: un ingaggio impossibile da rilevare per tutti o quasi lo costringe a rimanere a Milano, e poi…
Il punto di partenza è quindi un gruppo di 22 giocatori all’altezza del compito, dove anche i 5 minuti di Pinamonti sono funzionali alla causa, e quindi importantissimi, senza la minima retorica: e dove un futuro societario meno ballerino e più solido potrebbe davvero proiettare questo gruppo ai livelli che inseguivamo da troppi, troppi anni.
Ci riusciranno i nostri eroi? Per quanto riguarda le prossime due stagioni sono troppe le incognite al momento per dare una risposta compiuta, per quanto, qualsiasi sia la nuova proprietà, la soluzione più logica e funzionale sarebbe dare continuità tecnica. Ma poiché non sappiamo le condizioni economiche (qualche pezzo da 90 dovrà andarsene?) né quelle di elementi chiave del progetto (Conte vorrà rimanere?), pronostici al momento è davvero difficile, se non impossibile, farne.
Quel che invece si può pronosticare è che il punto di partenza dello sprint finale di questa stagione l’abbiamo visto, e ne abbiamo davvero goduto tutti.
Speriamo che sia veloce, travolgente e irresistibile come quella corsa di Lukaku: e che finisca allo stesso modo. twittalo

