Bauscia Cafè

Covercianers e De Profundis

Tanto per cominciare, lasciate che auguri a tutti voi interisti, Bauscia e non, un buon anno. O semplicemente un anno meno stronzo del solito, in tutto e per tutto.

Ci siamo finalmente lasciati alle spalle il mese di Dicembre, periodo che per la nostra Inter da molte stagioni corrisponde ormai a pessimi risultati, moriremo tutti assortiti, tiro al piccione nei confronti di allenatore e giocatori, armageddon societario e altre amenità che contraddistinguono da sempre la tifoseria più folle, nel bene e nel male, d’Italia.

Ed effettivamente anche questo 2018 che abbiamo salutato con sdegno da poco più di 72 ore ha contribuito attivamente ad alimentare la leggende dal DicembreDiMerda, vero e proprio tormentone del tifoso nerazzurro che sa a cosa stia andando incontro; 2 punti persi a Roma e a Verona per manifesta mancanza di intelligenza calcistica, una sconfitta prevedibile, benché maturata dopo una prestazione tutt’altro che negativa a Torino contro gli innominabili imbattuti e anch’essa evitabile, se solo avessimo almeno un giocatore in rosa in grado di garantire i gol necessari quando Icardi non è in giornata o, semplicemente, quando gli altri sono più bravi a marcarlo, e un suicidio calcistico europeo annunciato a San Siro, contro il derelitto PSV, troppo impegnati nel ciapanò per mettere sul campo il massimo sforzo evitando di tifare Barcellona e di giochicchiare con un orecchio verso le indicazioni di Spalletti (forse) e l’altro al Camp Nou: il dildo finale era previsione fin troppo facile, per chiunque conosca bene l’Inter e la sua storica incapacità di decidere autonomamente le proprie sorti.

Dopo l’eliminazione in Champions League molti hanno chiesto la testa di Spalletti, altri hanno ribadito come questa squadra – a ragion veduta – non sia ancora abbastanza forte per certi palcoscenici, altri ancora hanno sancito che la stagione fosse finita, come se il tifo fosse soltanto una questione di obiettivi da raggiungere e come se l’Inter non avesse altri traguardi, in questa stagione 2018/2019. Traguardi che, peraltro, con il sorteggio di Europa League prima e i risultati in campionato poi hanno improvvisamente riacquistato vigore, grazie alle faticose vittorie di misura contro una direttissima concorrente come il Napoli e contro la classica provinciale che, solitamente, ti porta dritto al cenone di San Silvestro col muso più lungo del naso di Chiellini.

Tutto vero.
Tutto vero.

Molti erano troppo impegnati con l’ennesimo funerale anticipato per accorgersi come l’Inter, nonostante le disgrazie dicembrine, abbia chiuso il girone d’andata al terzo posto e, soprattutto, a +7 sulla quarta in classifica e +8 sulla quinta, la squadra delle tabelle-rimonta-non esattamente tali: tradotto per i non udenti, significa essere pienamente in corsa e con un buon margine di vantaggio per l’obiettivo stagionale di Serie A, ovvero ribadire la qualificazione in Champions League e restare nel calcio europeo che conta per riprovarci il prossimo anno con una squadra finalmente completa, con quella qualità in più tremendamente necessaria per evitare figure barbine su certi palcoscenici, e per consolidare risultati sportivi che faranno da traino ai futuri investimenti e a mercati finalmente meno soffocati dalle morse del fair play finanziario.

Tutto questo per ricordarvi che giusto qualche anno fa, in uno dei momenti “meno peggiori” di un buio sportivo durato fin troppo a lungo, l’Inter schierava contro la Juventus un 352 con Campagnaro, Rolando e Juan Jesus, Nagatomo e Jonathan esterni, Kuzmanovic, Kovacic e Taider in mezzo, e un attacco formato da Alvarez e Palacio. Oggi, al netto di quello che manca e del legittimo desiderio di ogni tifoso interista di vedere tra i titolari Campioni con la C maiuscola e giocatori davvero in grado di fare la differenza in qualsiasi istante, l’Inter è una squadra di calcio, non un insieme di calciatori estratti a sorte da un generatore random di formazioni; è un 11 che cerca, con tutti i propri limiti, in campo e in panchina, di portare avanti un discorso tecnico/tattico preciso, talvolta inciampando banalmente, altre volte facendo perdere la pazienza per quella stupidata di troppo che una squadra compiuta non commetterebbe mai.

Serve pazienza, una volta di più: abbiamo sopportato i cicli finiti, l’incapacità manageriale di cedere e rinnovare, le scelte senza senso di inutili strapagati e svincolati alle soglie della pensione, abbiamo mandato giù il boccone amaro del non poter agire liberamente sul mercato, ma c’è una luce in fondo al tunnel e, che vi piaccia o no, un allenatore come Luciano Spalletti era e rimane la scelta migliore per un club che non può ancora ambire a certi nomi, non avendo a oggi la possibilità di garantire loro gli acquisti che chiederebbero come condizione irrinunciabile per allenare i nostri colori.

Questo è quanto, ed è inutile chiedere teste a giorni alterni, urlare al mondo dei bar dello sport “AVEVO RAGIONE IO!” o sentirsi più esperto di chi, sul campo e sulle scrivanie, ci lavora quotidianamente. C’è una differenza, enorme e sostanziale, tra senso critico e nichilismo, e temo che molti non l’abbiano ancora capita, tra qualche mania di protagonismo di troppo e la tendenza, tutta italiana, alla tuttologia d’assalto.

Buon 2019 a tutti voi, e che i colori nerazzurri possano tornare a regalarci i sorrisi che meritiamo.

Forza Inter.

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NicolinoBerti

Coglione per vocazione, interista per osmosi inversa dal 1988 grazie a un incontro con Andy Brehme. Vorrei reincarnarmi in Walter Samuel, ma ho scelto Nicola Berti per la fig...ura da vero Bauscia.

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