Instagram ci propone immagini e Twitter un numero massimo di caratteri. Le immagini sono immediate, arcaiche, suscitano emozioni, ci parlano per simboli ed associazioni. Gli audiolibri ci offrono l’illusione di poter gustare un libro facendo altro.
L’interazione, il click, la viralità questi nuovi concetti che godono e si fondano sull’immediatezza, sono quelli che appaiono più fruttuosi.
L’approfondimento è nemico del profitto. Si ricerca allora la reazione (come quelle “rapide” – ancora una volta, che non si perda tempo!- di Instagram alle storie) che è immediata, istantanea. Nel giornalismo e anche in quello sportivo. (ma ci arriveremo solo alla fine)
Un informazione senza autorevolezza
Se il fine ultimo è quello di creare interazioni, di ottenere click, allora le emozioni arcaiche , positive o negative che siano, risultano estremamente più funzionali dell’approfondimento.
In una comunicazione di questo tipo quello che non serve più è una autorevolezza. Le fonti non devono essere mai verificate, e quello che una volta faceva grande un giornale, il nome dei redattori e la loro attendibilità, ora è marginale.
A poche settimane dall’arrivo del CoVid in Italia si susseguivano articoli legati a messaggi audio circolanti su WhatsApp, prima pubblicati e poi smentiti sulle stesse pagine, in una vertigine di articoli che costruivano e distruggevano una stessa narrazione alla quale non era richiesta alcuna coerenza o attendibilità.
Una informazione che puntava alla pancia dei lettori è sempre esistita. Ma era relegata al gossip, all’intrattenimento più povero, ed era riconosciuto in quanto tale. Oggi invece, non è più richiesta autorevolezza o coerenza, ma di arrivare alle persone, con qualsiasi mezzo. In fondo se non si approfondisce, se una notizia non veicola un contenuto, ma un emozione, se non priva il lettore di più di una decina di secondi, cosa importa se essa corrisponda a verità? La smentita sarà altrettanto veloce ed effimera.
Il paradosso di questo sistema è che lo stesso non vale per chi ci richiede attenzione, chi propone un contenuto. A chi “deruba” il lettore o lo spettatore del tempo o delle energie necessarie ad approfondire è richiesta coerenza e infallibilità esasperate.
Le elezioni Americane del 2016 sono l’esempio di questo cortocircuito: se Trump poteva permettersi di costruire la propria campagna elettorale sulle fake news, la Clinton invece doveva rispondere di ogni incongruenza e idiosincrasia personale e dei Dem. Questo perché Trump non aveva mai, nemmeno per un secondo, promesso coerenza, e questo faceva percepire la sua arroganza come sincerità, verità ed onestà.

Interfacciandosi con questi meccanismi diventa persino difficile avere un idea di quella che è la realtà nella quale viviamo. Si è, per forza di cose completamente distaccati dalla realtà, e del nostro paese non si conosce molto più di ciò che si sperimenta in prima persona: non si conoscono le periferie, non si conoscono problematiche legate alla criminalità organizzata, ne le paure che attanagliano i più giovani, o la sfiducia nel futuro che cresce con il diminuire della latitudine. Tutte cose che emergono “non dette” dal sostrato culturale come è per esempio quello musicale. I cui testi e sonorità mantengono una onestà inconscia che può sfogare ma non elaborare collettivamente il problema.
Ciò che rimane è lo slogan. Ancora una volta lo slogan è semplice e non richiede un approfondimento, e questo lo rende strumentale al mantenimento dello status quo.
Nessuno ne è immune, e chi non cede al motto populista si lascia magari affascinare da un Achille Lauro che compare ciclicamente al festival di San Remo in pompa magna, trattando tematiche che solo ad un primo sguardo parrebbero di rottura mentre questo sta solo barattando visibilità con uno slogan. Esaurendo un discorso invece di stimolarlo e prostituendo la sua poetica per un palcoscenico enormemente più grande di lui.
Anche questa è provocazione senza contenuto, senza una vera riflessione. Ancora una volta si punta alla pancia, per essere virali per una manciata di ore, o finire in tendenza la settimana del Festival.

Chi se ne frega di decodificare:
Qualche giorno fa sono disgraziatamente incappato nel nuovo film dei Russo Brothers (quelli di Avenger per intenderci). Il film realizzato per AppleTV è qualcosa di urticante. Sensazionalismo ed emozione sono ricercate allo sfinimento.
Il film tratta di un protagonista alle prese con numerose tematiche delicatissime. La sua vita scorre tranquilla finche non si innamora, successivamente, lasciato dalla donna che ama, lo vediamo alla disperata ricerca di senso che trova nell’arruolarsi. Tornato dal Medio Oriente, in preda ad un disturbo post traumatico da stress, il protagonista si rifugerà nelle droghe, che poi lo porteranno a delinquere.
Già questa lista di eventi farebbero pensare non tanto ad un singolo lungometraggio quanto ad una trilogia.
Ancora una volta non c’è tempo. Non c’è tempo per approfondire le motivazioni o i sentimenti, ne gli altri temi toccati tangenzialmente dal film (istituti di credito e banche, mondo militare statunitense, vita nei sobborghi). Il film ci consegna una serie di eventi shockanti e la regia li esaspera. Raccontarli così che senso può avere? (questo tornerà quando parleremo di giornalismo sportivo, abbiate pazienza)
Lo spettatore è gettato inerme in questa parata di eventi emotivamente pregnanti. Non c’è tempo per far empatizzare lo spettatore con il protagonista, e tutto ciò che non è sensazionale non viene mostrato, ma raccontato dalla voce narrante del personaggio. Insomma siamo di fronte ad una lista della spesa degli shock. E nessuno di questi eventi traumatici viene indagato, perché nessuno viene raccontato davvero oltre il mero accadimento.
Un film sicuramente più solido che ha attirato molta più attenzione è “Joker”.
Chi è questo Joker? Un uomo comune ci dicono:
1 )adottato da una madre con disturbi psichici per attirare l’attenzione di un uomo facoltoso 2)abbandonato dalla stessa madre agli abusi del partner 3)vittima di un trauma cerebrale origine di una specie di sindrome pseudobulbare che si porta appresso 4)alienato 5)depresso 6)prima sfruttato, bullizzato e poi licenziato 7)solo a se stesso 8)schizzofrenico in preda alle visioni 9)deriso in diretta TV.
Chi non ci si riconosce infondo?
Il film chiaramente punta deciso alla pancia dello spettatore. Si propone come critica alla società americana, peccato che lo faccia creando non tanto un personaggio monodimensionale, quanto un contesto monodimensionale. Nel personalissimo catalogo delle sfighe del protagonista manca solo la juventinità della madre (su cui comunque punterei un deca).
Il risultato è che questo Joker non è l’uomo comune portato alla pazzia dal contesto sociale, quanto piuttosto lo schizzato assunto a idolo da una società che invece non avrebbe nessuna attenuante per essere degenerata.
Eppure lo spettatore non se ne rende conto, e rabbioso erige a sua volta Joker come simbolo. Abbracciandolo non nel momento del dolore e della difficoltà ma in quello del caos, in maniera da essere a sua volta scagionato e giustificato nella propria schizofrenia.

Non ci identifichiamo più negli eroi perfetti alla Superman, ne negli eroi controversi come Batman, il nuovo idolo è il villain.
La codifica più facile è quella che scegliamo ben volentieri. Accettiamo in toto un film parecchio disonesto, e lo consideriamo vero, autentico, disabituati come siamo a confrontarci e riflettere su un contenuto. Perché questo è un film interessante, ma non per quello che mette in scena quanto piuttosto per quello che afferma inconsciamente e per l’accoglienza che gli è stata riservata.
Il Lato concettuale del calcio:
Il problema della viralità e di questa ricerca ossessiva dell’emozione forte sopra al contenuto sta devastando anche il giornalismo sportivo italiano.
Ricordo una frase di Buffa su Michael Jordan. Il giornalista spiegava come veder giocare il campione appagava non solo gli occhi, ma anche l’intelletto. Sapevi avrebbe vinto, ma volevi vedere come.
Questo livello di godimento è possibile solo se si è educata una comprensione del gioco che supera il livello emotivo. Lo sport e la competizione consegneranno sempre allo spettatore, al tifoso, una fortissima carica emotiva, una botta di adrenalina. Questo è proprio del campo, dell’immediatezza della fruizione. L’emozione c’è, esiste, non è da ricercare nelle colonne dei giornali il giorno seguente, non è compito dell’opinionista trasmettere a performance terminata sentimenti dirompenti.
No, il post partita deve essere il momento della concettualizzazione.
Dopo 90 minuti di emozioni, deve esserci qualcos’altro. Se tu opinionista cerchi di calcare la mano sullo stato emotivo dello spettatore, sei perdente a priori. Non riuscirai mai ad offrire ad un tifoso qualcosa di più intenso della partita della sua squadra del cuore. Per quanto altisonanti e provocatorie (si, è più facile) siano le tue affermazioni, sarai perdente.
Tuttavia è complicato parlare di calcio concettualizzandolo. Per questo si esaltano certi modi di giocare e di vincere, il bel calcio. Perché il bel calcio è divertente, produce occasioni da gol, è immediato. Chi occupa gli spazi in maniera efficace, chi soffoca l’avversario con un sacrificio e dispendio anche maggiore è nell’immediato noioso (se non viene capito). E quindi serve più competenza per offrire un prodotto vendibile.
Perché quando invece si comprende il concetto di spazio, quando si comprende la prestazione che sta alla base di una vittoria arroccata, una marcatura preventiva o un piano tattico efficace ma non appariscente, allora si raggiunge la stessa soddisfazione che si prova nel vedere un colpo di tacco, un pallonetto o un dribling di Ronaldo. (ok questo forse no)

Tuttavia serve ancora una volta tempo. Serve tempo per studiare, per comprendere per mettersi in discussione e per proporre in maniera quasi pedagogica allo spettatore qualcosa a cui non è più abituato.
Il calcio non è alta cultura, non lo è mai stato, sicuramente è umorale. Non mi spingerei mai fino a dire che abbia sviluppato un linguaggio, perché non è così. Ma in virtù del suo successo globale molte persone si sono smarrite nella bellezza della sua dimensione meno immediata. La partita può essere autosufficiente nella sua dimensione emotiva. Ma proprio per questa sua autosufficienza tutto ciò che circonda i 90 minuti deve avere ben chiaro cosa serva aggiungere.
Il campo ci restituisce l'emozione, il post partita deve essere altro. twittaloL’emozione forte pare essere il fine ultimo, ciò che si ricerca ossessivamente e la ricchezza più preziosa da vendere. L’emozione più arcaica e dirompente diventa la più preziosa, come ci insegnano le pubblicità che sessualizzano oggetti e oggettificano i corpi. Chi vende contenuti crede di avere a che fare con persone terrorizzate da un esistenza piatta che cercano (stupidamente, consentitemelo) il proprio senso nelle emozioni forti.
E così conflitto e polemica sono all’ordine del giorno. (Lite Lukaku-Ibra)
Il gol di Vecino contro la Lazio, al culmine di una rincorsa durata un anno, o il salvataggio di D’Ambrosio contro l’Empoli tuttavia non potranno mai essere superati sul piano emotivo da nessuno dibattito in studio. E non credo nemmeno che lo spettatore si approcci ad un post partita alla ricerca di ulteriori emozioni.
E non ci sarebbe, come in altri mercati, da sgomitare per attirare l’attenzione dello spettatore o per guadagnare il suo tempo, fidelizzato com’è dal suo stesso tifo. Servirebbe solo una minima (visto a che livello stiamo) attitudine ad approfondire, per regalare dignità ad uno spettacolo che potrebbe averne molta di più.
Invece si spera di vendere copie spaventando l’interista insinuando il dubbio che non ci siano i soldi per pagare una rata di Hakimi (nonostante sia un dubbio abbastanza semplice da verificare) o suscitando rabbia nel tifoso milanista per via della tuttora mancata firma di rinnovo di Donnarumma.
D’altronde paura e rabbia sono sentimenti forti.

