Tre punti, una sofferenza indicibile e una partita che ad un certo punto pensavo non avremmo mai vinto. Inizio di gara dove abbiamo creato diverse palle gol e ci siamo dimostrati efficienti nell’iper-valutare Cragno, poi ecco puntuale il gol subito al primo tiro vero e proprio del Cagliari con Sottil. A meno che non siate maestri di yoga, probabilmente anche voi avrete patito un moderato moto di disappunto. L’inizio di gara in altre circostanze avrebbe anche fornito spunti interessanti, ma quando non la metti mai dentro, neppure con le mani, le chiacchiere lasciano il tempo che trovano.
Conte intanto pilota Eriksen fornendogli indicazioni precise in lingua inglese: “Stand There”. Mi sono realmente chiesto se avesse senso evidenziare una cosa del genere, ma l’ho trovata talmente buffa e significativa che non mi sono potuto chiamare fuori. “Stand There”: credo che qui ci sia un po’ tutto del perchè – da entrambe le parti – il rapporto non sia ancora sbocciato.

Il precitato disappunto poco dopo rischia di degenerare in necessità di un esorcismo, ma il tifoso interista è graziato in chiusura di primo tempo da Pavoletti che non riesce ad indirizzare in porta da pochi passi, nonostante l’impegno profuso dalla difesa interista in modalità presepe vivente. Si va dunque al riposo in un clima piacevolmente disteso, in cui si respira quell’atmosfera di serenità e tranquillità tipica dei naufragi. Non si sentono più i violini suonare, ma solo perchè i musicisti sono preventivamente saliti sulle scialuppe Mercoledì sera e rifiutano di risalire.
Ripartiamo nel secondo tempo senza Perisic, motivo di continuità con il primo evidentemente e con Hakimi formalmente schierato sulla destra, ma in pratica impegnato in una teatrale rivisitazione del comportamento di un segugio al parco: tanta corsa un po’ a casaccio, con il padrone che gli urla da pochi metri e alla fine si fa pure male. L’Inter prova a scuotersi, cerca di recuperare la partita, ma la sensazione che trasmette il campo è che forse sei giorni siano bastati per creare il mondo, ma oggi per vedere un gol potrebbero non essere abbastanza: in quaranta minuti più che la Genesi potremo al massimo scomodare qualche episodio sporadico del Nuovo Testamento.
Se ne accorge anche Conte, che dovendo venire a patti con il contesto prova a proporre la carta della Risurrezione di Sensi di Betania, che prende il posto di Eriksen. E’ tempo di cambiamento anche per Di Francesco che, dopo essersi sfregato avidamente le mani, decide di mettersi furbescamente a specchio e comincia ad ammiccare sensualmente verso la panchina nerazzurra. Conte non ci sta e decide di provare il tutto per tutto: linea a quattro e dentro Lautaro Martinez al posto di Bastoni.

Stefano Sensi corre, respira e lotta di nuovo insieme a noi, ed il suo risollevarsi in piedi si rivela fondamentale: libera finalmente Barella, che a quel punto, sgravato dal peso, segna un gol fantastico sugli sviluppi di un calcio d’angolo dopo una smanacciata di Cragno. Parità e quando manca poco meno di un quarto d’ora siamo pronti per la rimonta. Almeno, lo saremmo in teoria, ma nella pratica manca ancora la scintilla. Se c’è qualcosa che anni di storia ci hanno insegnato al Liceo è che c’è sempre quell’episodio, quel protagonista che fa divampare tutto: Conte si gira di scatto verso la panchina e sa esattamente chi chiamare.

No, invece no, sceglie un’altra persona: Danilo D’Ambrosio. L’uomo del destino. Lo Spiderman di Caivano. Prende il posto di Hakimi al minuto 83 e quaranta secondi più tardi segna un gol pesantissimo, con la sua classica inzuccata sul secondo palo. Mentre molti tifosi sono impegnati a riesaminare la propria sessualità, riacciuffata la gara ci si aspetta ora che gli undici in campo abbiano massima cura del risultato e che gli ultimi minuti si sigilli la difesa. Non esattamente. Dopo appena due minuti dal vantaggio, Cerri viene servito dalla sinistra dentro l’area piccola e deve realmente trovare un modo nuovo ed ingegnoso per non prendere neppure la porta: per la seconda volta a fine frazione l’Inter è graziata da una scarpata. Una brutta scarpata. Sgradevolissima scarpata.
Cerri – ricordiamolo – pagato da quelli che volevano Nainggolan a zero euro, ben 10 milioni di euro puliti alla Juventus; d’altro canto non si poteva proprio rinunciare all’apporto fornito da Cerri, dall’alto dei suoi 4 gol in Serie A in 50 partite.

Il Cagliari prova l’assedio finale e su un calcio d’angolo lo spirito di Brignoli si impossessa di Cragno che sale a saltare dentro l’area nerazzurra. Sfortunatamente per lui, l’angolo è respinto dalla difesa e nella ripartenza Lukaku si trova a campo aperto con la porta sguarnita e una metà campo vuota. Il belga parte dritto per dritto e arrivato davanti alla porta scaglia una bordata di rabbia e forza che francamente ci voleva. Come direbbe Simone Inzaghi “spiace” per Cragno, che personalmente ricordo ancora per le parole “spero di aiutare la Juventus” prima di giocare contro il Napoli a Febbraio 2018, una cosa “decisamente poco simpatica nell’insieme per conto mio” (cit.).
E quindi lunga storia breve abbiamo vinto. Onestamente non sono propriamente mosso a commozione e il giramento di pelotas dopo Mercoledì sera è ancora talmente forte che fatico a riconoscere persino meriti particolari a questo gruppo oggi, per paura di dovermi smentire da solo tra appena tre giorni. Quel che resta della nostra stagione, ancora lunga a dire il vero, è appeso ad un filo talmente sottile che ogni discorso in questo momento sarebbe superfluo.
“Chi lascia il segno vince, non partecipa. Ma bisogna fare valutazioni molto più obiettive, come sulle sostituzioni. Da fuori si vedono situazioni non proprio reali. L’importante è con la società sappiamo i problemi. Abbiamo accettato a inizio percorso le difficoltà”
Antonio ConteLa partita l’avete vista tutti, il momento è quello che abbiamo davanti agli occhi: al momento conta solo ed unicamente vincere partite. Sugli obiettivi dell’Inter in questa stagione si è detto tanto, ma chiudo esprimendo la mia opinione non richiesta. L’Inter non ha l’obbligo di vincere lo scudetto dopo essere uscita dalla Champion’s League dopo un girone orrido, ma vincere lo scudetto è l’unica cosa che per me riabiliterebbe la stagione. Voglio essere franco: arrivassimo ancora secondi, dopo essere usciti in quel modo dall’Europa onestamente non sarei particolarmente soddisfatto (eufemismo).
Le difficoltà ci sono e naturalmente le comprendiamo, ma è un discorso che vale per tutte le squadre. In un momento in cui anche economicamente le squadre sono sottoposte ad una pressione enorme non passare in quel girone di Champion’s League e arrivare addirittura ultimi grida vendetta: economicamente è un buco enorme e lo è anche indirettamente per questioni di immagine.

Poi su tutto il resto si può discutere liberamente. Di Eriksen si è parlato tanto, nel bene e nel male, idem della rigidità tattica di Conte, che mi auguro almeno nella solitudine della sua stanza un minimo di autocritica l’abbia fatta per la conduzione della squadra in Europa quest’anno. Un minimo. Perchè pur cercando con il lanternino tutte le attenuanti e le giustificazioni del mondo una roba del genere è oggettivamente non all’altezza e Conte non può non saperlo.
A me in questo momento basta che questo sia chiaro: nel calcio si può anche bucare malamente un obiettivo e lo si può ammettere candidamente, senza che questo voglia dire prestare il fianco alle critiche o negare quanto comunque ci sia o si sia fatto di positivo.
All'Inter in questo momento serve vincere più partite possibili per riaccendere il fuoco della stagione. twittaloPosto questo, al momento sono solo interessato al bene dell’Inter, di cui spesso ci si riempie impropriamente la bocca, ma oggi vincere più partite possibili è esattamente quello che serve. Tutto il resto è solo casino che produce altro casino e gradirei che la nostra stagione, per quanto la piega sia quella descritta, ancora non finisse scaricata in uno sciacquone di confusione da un ambiente a pezzi. Tempo per le valutazioni finali ne avremo, senza fare prigionieri.

