scritto da il 27 aprile 2011 alle 9:40

Il giorno dopo

Ci ho messo un po’ di tempo a decidere cosa pensare della partita di sabato contro la Lazio, a mente fredda intendo, sul momento mi sono limitato a godere come un riccio.
Più tardi mi sono chiesto cosa ci fosse da essere tanto esaltati. In fin dei conti eravamo andati sotto a causa dell’ennesimo buco lasciato a centrocampo, siamo rimasti in 10 per l’espulsione di Julione, che dovrà saltare la prossima partita e possiamo ben dire quanto sia stato decisivo il suo ritorno per poter riguadagnare la posizione che occupiamo in classifica, rispetto al punto in cui eravamo a Gennaio.

Con tutto il rispetto per Castellazzi, che pure è rimasto lievemente infortunato durante la partita e si spera possa recuperare per il Cesena, altrimenti dovremo tirare fuori Orlandoni dalla naftalina (ok non sono così sicuro che sarebbe poi un male). Ennesimo infortunio muscolare per Deki, che era certamente in debito di ossigeno, ma che in questo momento è forse l’unico ad avere i numeri e i polmoni per poter giocare davanti alla difesa.

Che c’è quindi da essere così allegri? Al di là della vittoria ottenuta contro una diretta concorrente per un posto in Champions League senza dover affrontare i preliminari. Al di là di un sorpasso su un Napoli che, con o senza i proclami contro l’Inter del suo ridicolo presidente, si è dimostrato incapace di reggere la pressione della corsa per lo Scudetto.

Nulla di tutto questo. Quello che mi rende allegro è che ho ritrovato quella meravigliosa sensazione che avevo perduto nel derby e nei quarti contro lo Shalke. Un deja vu di quella squadra Immortale, quasi Invincibile che ci siamo goduti lo scorso anno con José al timone, la voglia di lottare per la vittoria in qualsiasi condizione. Finalmente abbiamo visto quella reazione di orgoglio che avremmo voluto vedere contro quelli che stanno sulla sponda del Naviglio che retrocede. Siamo ancora stanchi, con le gambe pesanti e le idee un po’ appannate, ma cavolo, le palle sono state ben lucidate e tirate fuori dalla cassaforte.

Sarà un caso, ma giusto nel week end di Pasqua l’Inter ha deciso di risorgere. La Croce la ha portata un piccolo, grande, indomito e inarrestabile Giapponese che forse, da qualche partita a questa parte, sta ricordando a tutti come e perché si vinceva lo scorso anno. Vincevamo perché tutti si facevano un culo a campanile, perché tutti si sacrificavano per gli altri al fine di ottenere un obiettivo comune. Tutti.

Io non so come José riuscisse a ottenere tutto questo, ma ricordo perfettamente che non si sentiva nessuno lamentarsi perché non voleva giocare in questo o quel ruolo, nessuno si lamentava per un posto in panchina, nessuno si rifiutava di tornare in difesa. In qualche modo tutti erano resi protagonisti di un’impresa epica che si dipanava partita dopo partita.

Avete presente la teoria sull’allenatore che non fa danni tanto cara al Presi? Il nostro, non il Max. Beh io non è che ci abbia mai creduto gran che, sono convinto che un buon allenatore sia fondamentale, non tanto per la tattica, quanto per riuscire a convincere un gruppo di ragazzini strapagati a farsi il culo per ottenere un obiettivo. Questo è quello che Mourinho riesce a fare tanto bene e questo è quello che Benitez, non solo non ha fatto, ma è riuscito a distruggere nei suoi mesi di permanenza all’Inter. Ha spezzato il sogno che Mou aveva costruito e lo ha fatto con la malizia e la cattiveria di un secondo invidioso, consapevole fin dall’inizio che non sarebbe mai riuscito ad avere lo stesso successo del suo predecessore.

Raccontatemi quello che volete su Leo, che non è un allenatore, non è un tecnico, che è milanista o che il suo posto sia dietro una scrivania o su una poltrona si prima classe della TAP a fare avanti e indietro dal Brasile a caccia di giovani talenti. Ci sta tutto, ma dal momento del suo arrivo quella suggestione era tornata, quel senso esaltante di impresa che aveva contagiato tutti, perfino quelli che ora vorrebbero la sua testa su un piatto. Ci siamo trovati neanche un mese fa ad essere si nuovo in lotta per tutti gli obiettivi. Soltanto i pessimisti ad oltranza e i Severgnini di professione potevano profetizzare un black out totale come quello che abbiamo subito.

Ci sono stati anche gli errori tecnici e tattici compiuti da Leo, come tributo alla sua inesperienza, chi lo nega. Un atteggiamento troppo spregiudicato da parte di una squadra che era chiaramente in debito di ossigeno. Era sotto gli occhi di tutti, ma credevamo che nel momento della verità sarebbe bastata la forza della convinzione, la voglia di vincere a sostenerci. Gli altri ne avevano più di noi. In quel momento la nostalgia di José ha raggiunto livelli insostenibili e vedere il Real dei fighetti giocare come avremmo fatto noi lo scorso anno contro il solito arrogante Barca non può far altro che amplificare questo sentimento.

Tutta carne per avvoltoi vestiti da giornalisti. José non tornerà, non prima di aver vinto tutto anche con i Blancos comunque, e anche fosse non so se mi piacerebbe. Non sarebbe mai più magico e meraviglioso come la prima volta. Teniamoci stretto quello che Mou ci ha dato. Ricordiamo le lezioni imparate, ma rialziamoci e camminiamo con le nostre gambe!

Contro la Lazio l’Inter ha dato segni di resurrezione. Leo ha messo bene la squadra e azzeccato i cambi, tolto Milito che sembra non riuscire a recuperare quei movimenti che lo avevano reso letale lo scorso anno, rimane il solo Eto’o come unica punta, Wesley si sposta a sinistra quasi sulla linea degli altri centrocampisti. Un 441 ignorante se volete, ma che ha permesso alla squadra di recuperare le giuste distanze tra i reparti e un ordine in campo che non si vedeva da due mesi. Non sembrava nemmeno di giocare con l’uomo in meno, grazie anche a un Maicon che ha deciso di giocare a calcio, non lo faceva dalla partita di campionato contro la Roma. Si vede che si avvicina il Calciomercato…

Spazio ai giovani poi, complice anche l’infortunio a Deki che lascia spazio a Mariga e una decina di minuti per Obi che rileva un Wesley un po’ acciaccato che raccoglie l’applauso di San Siro per la “sua” punizione del pareggio. Positive le prestazioni di entrambi.

Il futuro non è chiaro davanti a noi, ma non vedo ragioni per disperarci. Ci sono giovani di valore e la Società si sta muovendo molto per proseguire su questa strada. Non è semplice ripartire e rinnovare alla fine di un ciclo, abbiamo forse perso un anno, ma ora siamo tornati a giocare, anche fuori dal campo.

E noi, ce la faremo ad aspettare? Intendo noi tifosi. La possiamo accettare una stagione come questa senza fare tragedie? In lotta su tutti i fronti fino all’inizio di aprile, con ancora un trofeo per cui lottare alla fine dello stesso mese. Voi pensatela come volete, ma a me non sembra niente male, specialmente dopo un’annata come quella passata. Ci siamo seduti un momento sulla riva del fiume, abbiamo visto passare i cadaveri dei nemici e i loro fegati esplosi.

Ora abbiamo riposato abbastanza, possiamo rialzarci e ricominciare a correre. Se questi anni di vittorie ci possono aver insegnato qualcosa, che almeno sia questa.

scritto da il 6 aprile 2011 alle 9:12

Più che pere una macedonia

Ok, calma, niente drammi. La frutta fa pure bene alla salute, ma tanto vale ammetterlo, di esserci arrivati, intendo.

Non che possiamo fare altrimenti, dopo 8 reti subite in due partite, per di più contro delle squadre non certo irresistibili, lasciano poco spazio ad altre interpretazioni.

Prima che a qualche fenomeno salti in testa di cominciare a distribuire patenti di tifoso perfetto, dico solo che il sottoscritto è rimasto fino alla fine ed oltre, insieme alla Miss, mentre cercavamo di individuare Antonino attaccato alla balaustra.

Abbiamo applaudito tutti, proprio tutti o almeno quelli che sono rimasti in campo dopo il fischio finale e sono venuti verso la Nord a prendere applausi o a rischiare i fischi. Quelli che ci hanno messo la faccia, quelli che ce la mettono sempre, quelli che nel bene o nel male, pure se non ce la fanno più ci provano sempre.
Sono quelli dell’autogestione, i capi della “gang”.
Beh quei Signori erano ancora lì, insieme al giocatore con il cuore più grande che ho visto, quel Nagatomo che da riserva, entra e corre avanti e indietro per tutto il campo, sul 5-2, in 10 contro 11, come se la partita si potesse ancora vincere.

Non mollare mai, fino alla fine, ma poi, quando l’arbitro fischia, allora arriva il momento di guardarsi allo specchio e capire che cosa resta di noi. Ci sono ancora almeno dieci partite da giocare prima che la stagione sia davvero finita e alcuni obiettivi, minimi d’accordo, sono ancora lì da conquistare.

Se mi guardo indietro e penso a quello che mi ronzava nella testa quando ho fatto l’abbonamento all’inizio di questa stagione mi ricordo che in fondo lo facevo più per riconoscenza per quello che era stato il 2010 che non per i risultati che mi aspettavo di raggiungere.
In fin dei conti se c’era un anno giusto per non vincere un tubo (e abbiamo comunque messo in cascina una supercoppa e il mondiale per club) era questo.

L’anno dopo il triplete, l’anno dopo i mondiali. Molti giocatori alla fine della loro carriera.

Il momento migliore per partire dalle ottime fondamenta e iniziare a costruire il futuro. Credo che, a modo loro, il Max e Compagni ci abbiano pure provato, ma puntando a un bersaglio troppo lontano. Credevano, dopo aver fatto Triplete, di essere finalmente a credito, di aver saldato i conti con gli anni bui e di poter lavorare con più calma per costruire il Barca d’Italia, lanciando i giovani della Primavera.

Illusione. L’Inter non è mai a credito. A noi non è mai concesso di fermarci un attimo a riposare, siamo noi stessi a non concederci questa possibilità. Noi società, noi tifosi, perfino i giocatori. Non conosciamo vie di mezzo: solo vittorie esaltanti o sconfitte brucianti.

Sembra tutto così lontano adesso. Il (giusto) esilio di Ciccio Benitez, l’arrivo di Leo, la cavalcata in rimonta che ci porta a soli due punti dalle m***e, la rimonta tutta cuore e nervi di Monaco.

Tutto spazzato via in due maledette serate. Dalle stelle alle stalle.

“Questo è calcio” direbbe José.

Se Eto’o avesse messo il goal del pareggio nel derby, se ieri sera avessero fischiato il rigore (con annessa espulsione) su Milito, se, se, se…

Basta così poco in questo gioco (chiamarlo sport proprio non mi riesce) per passare da eroe a fallito.

Siamo onesti con noi stessi. Che la benzina stesse finendo lo avevamo capito da un po’, ma la fortuna e gli errori altrui, ci avevano assistito. Credevamo di essere tornati imbattibili e ci siamo presentati di fronte alle sfide più importanti senza rabbia e senza motivazioni.

Questo, più di ogni altra cosa ci ha condotti dove siamo ora.

Leo ha sbagliato nel derby? Sicuramente, la disposizione tattica era scriteriata e ci siamo sempre trovati in inferiorità numerica a centrocampo. Abbiamo visto i risultati.

Ha sbagliato ieri sera? Tatticamente ha rimediato al suo errore e le cose avevano anche preso la giusta piega, almeno fino all’infortunio di Deki.

Poi? Poi ha sbagliato di nuovo, perché sull’espulsione di Chivu, quando eravamo già sul 4-2 ha fatto la cosa che insegna il manuale e non la cosa cazzuta.

Per me l’ingresso di Cordoba è stato una disgrazia, ma non perché certo per la sua presenza in campo, come molti hanno detto allo stadio e penseranno qui dentro. La disgrazia è l’idea di togliere un centrocampista per rimettere un centrale quando stai già perdendo con due reti di scarto. La disgrazia è togliere l’unico centrocampista giovane e fresco che stava correndo a destra e a manca e che avevi messo in campo solo venti minuti prima.

Questa è la disgrazia.

Perché un errore così lo fai se ti mancano le palle, lo fai se non hai la personalità di togliere uno più vecchio e stanco oppure uno nemmeno troppo vecchio, ma semplicemente svogliato.

Già perché poi ci dobbiamo ricordare che, oltre alle colpe di Leo ci sono quelle dei giocatori.

A mente fredda vi direi che a parte due signori, i ragazzi non hanno giocato male. Non hanno giocato al massimo e questo, in Champions si paga. Come successo nel derby, anche se i giocatori in avanti (Wes, Eto’o e Milito) hanno fatto il loro, in fase di copertura non fanno quello sforzo di tornare e quindi ci manca quel raddoppio sistematico sul portatore di palla che tanto ci ha fatto godere lo scorso anno.
Io ho sentito accuse feroci a Cambiasso e Zanetti, ma continuo a trovarle assurde. Certo, sono sempre più logori e le loro prestazioni non sono più al livello di un tempo, ma li ho visti comunque correre e provarci anche quando la situazione era compromessa.
Chi faccio fatica a giustificare sono Maicon (pessimo in difesa, inesistente in attacco) e Thiago Motta, molle, senza idee in fase di impostazione del gioco (e sarebbe il suo lavoro) e svogliato praticamente sempre. Questi due, per quel che mi riguarda non hanno proprio giustificazione.

Questo è quanto.

La situazione si può salvare, non certo per vincere per forza millemila tituli, ma per chiudere dignitosamente questa stagione iniziare a mettere a posto qualche mattoncino della nuova Inter.
C’è bisogno che qualcuno faccia un passo indietro, qualcuno ne faccia uno avanti, qualcuno ricominci a giocare oppure se ne vada a fare in culo. C’è bisogno che Leo si renda conto che attaccare a testa bassa quando stai vincendo 1 a 0 o 2 a 1 non è la cosa più furba da fare e che si può giocare bene anche d rimessa.

Soprattutto…

C’è bisogno di osare. Provare qualcosa di nuovo.

C’è bisogno di Coraggio.

scritto da il 23 febbraio 2011 alle 9:46

Anno nuovo, avversario vecchio

Ci siamo. Mancano solo poche ore e svelerò i dubbi che mi attanagliano da due settimane…

…ma il biglietto per Inter-Bayern che hanno caricato sulla tessera del tifoso funzionerà? Perché a tutti gli altri lo hanno fatto cartaceo? Adesso che sono appiedato come raggiungo San Siro da fuori Milano? Dovrò prendere un viaggio organizzato Jakala? (o come cavolo si chiamava).

Ah devo pure soffrire di allucinazioni, perché in questo momento mi sembra di sentire la voce del Presidente che mi grida “Ma Fonz, cazzo, parliamo un po’ di calcio? Stasera gioca l’Inter, nel caso te ne fossi dimenticato”. Mi riscuoto, ma il Presi non c’è, è proprio un’allucinazione o solo suggestione, visto che è vero che stasera gioca l’Inter. In Champions per di più. Contro il Bayern, pure!

Cazzarola, anche solo a dirlo come si fa a non tornare con la memoria alla Finale di Madrid? Ti fermi un attimo e affoghi nei ricordi, così vicini e così lontani. La tensione, l’esultanza, la paura, l’abbraccio degli amici. Il delirio di felicità.

Tutte cose passate, questo è il calcio. E la vita.

Non hai mai tempo di goderti i tuoi successi troppo a lungo, perché c’è subito un’altra battaglia da combattere e quella di questa sera, visto che capita che sia di nuovo con lo stesso avverario di quella notte magica assume un sapore speciale.

Inter e Bayern non sono cambiate molto sulla carta, rispetto alla scorsa stagione eppure entrambe hanno arrancato pesantemente all’inizio della stagione, soffrendo la corsa su tutti i fronti dello scorso anno e la partecipazione al mondiale della maggior parte delle loro stelle. Entrambe hanno vissuto una rinascita a partire da gennaio ricominciando a giocare ad alti livelli, se non proprio a quelli della stagione precedente.

Sarà molto dura questa sera, meglio che ci mettiamo l’elmetto e scendiamo in trincea.

Il Bayern è una squadra in crescita di forma, più giovane e più veloce di noi. Sono praticamente fuori dai giochi in campionato e possono concentrarsi unicamente sulla Champions senza problemi. Averla persa contro di noi brucia ancora e scenderanno in campo per vendicarsi. I proclami non mancano in puro stile Van Gaal.

L’accusa è la solita: L’Inter è una squadra difensivista che non gioca un buon calcio.

Anche il gioco è chiaro, portarci ad attaccare senza criterio per dimostrare che non è vero.
Quel volpone di José non ci era cascato. Leo sarà in grado di fare altrettanto?

Da quando è arrivato abbiamo vinto parecchio, talvolta con ottime prestazioni, talvolta arrancando. Abbiamo anche subito una marea di goal e la difesa si è dimostrata spesso in affanno. Anche se è vero che sono mancati gli uomini per le ragioni più diverse, la sensazione è che siamo sempre a rischio. Molte situazioni pericolose sono state salvate da interventi miracolosi di Julione (vedi contro la Roma) o dal singolo difensore che si spazza in mischia o si immola per bloccare un tiro destinato in rete.

Non siamo più quel blocco granitico e compatto di difensori e centrocampisti dello scorso anno. Nonostante il Vigile in campo, il posizionamento sembra piuttosto caotico e la reazione ai cambi di gioco degli avversari è lenta e confusa, specialmente quando iniziano a farsi sentire i minuti nelle gambe.

Questa è la prima cosa che dovrà cambiare per passare il turno. Il Bayern non è il Palermo e sperare di rimontare alla stessa maniera un eventuale svantaggio non è nemmeno da prendere in considerazione. Nelle ultime partite le forze sono state dosate con un ampio turn over e possiamo solo sperare che sia sufficiente.

Il pericolo ha i soliti nomi: Robben, Muller, Lahm. In attesa di capire se Ribery riuscirà ad essere della partita.

Chivu a presidiare la fascia sinistra mi preoccupa un po’, vista la velocità dei suoi avversari. Il Capitano offre sicuramente garanzie migliori di copertura, ma la sua assenza in mezzo al campo di solito disinnesca Maicon (anche se da questo punto di vista pare dialogare bene con Kharja). L’opzione del Settimo Samurai esiste, ma direi che è molto remota, anche se la velocità non gli manca farlo esordire in Europa contro un Robben sarebbe qualcosa di più di una terapia d’urto.

Davanti siamo un po’ a corto di opzioni. Senza il Pazzo in Europa, senza il Fantasma di Milito rimane solo il solito Eto’o eventualmente affiancato da un Pandev che ha dato qualche segnale di ripresa contro il Cagliari, ma che palesemente non può reggere i 90 minuti (parliamoci chiaro, a fatica ne regge 45).

Rientra Wesley e speriamo che sia il miglior Wesley, non quello visto nelle ultime due partite, perché ne avremo proprio bisogno.

Se volete parliamo anche di formazioni, 4312, 4231, 42Fantasia, 555 e 4321Decollo, ma seriamente non penso che ne valga la pena.

Il punto è che queste partite le vince chi ci crede di più. Chi le vuole vincere davvero.

I Nostri Ragazzi hanno dimostrato di cosa sono capaci. Mi aspetto di vedere lo stesso spirito visto contro la Roma.

scritto da il 14 febbraio 2011 alle 9:34

Inter Caritas

L’Inter è una squadra generosa, questo lo sappiamo. Non si contano le iniziative benefiche portate avanti dal Società e giocatori negli ultimi anni.
A quanto pare ieri sera abbiamo deciso di ufficializzare una nuova iniziativa, che nel corso degli ultimi anni non abbiamo quasi mai mancato di organizzare in modo più o meno consapevole.

Si chiama Inter Caritas e va in scena una volta l’anno allo stadio Olimpico di Torino. Consiste nel permettere ai nemici di sempre, caduti in giusta disgrazia, di prendersi una piccola soddisfazione, l’unica alla quale possono aspirare durante l’anno solare e la stagione calcistica, e di andare a festeggiare sotto la curva dei loro tifosi come se avessero vinto (sul campo…) uno scudetto o una Champions League.

Lo scorso anno questa magra consolazione fu per i Gobbi l’inizio della fine. Tempo quattro giorni e si presentavano in Champions incassando quattro pere in casa dal Bayern Monaco. Nel nostro spirito magnanimo abbiamo poi pensato bene di vendicare l’onta subita sconfiggendo i crudeli Tedeschi in Finale di Coppa.
Voci non confermate, e comunque false e tendenziose, mi dicono che i Rubentini abbiano in realtà tifato per i suddetti tedeschi, ma si tratta ovviamente solo di illazioni messe in giro per gettare fango sulla Vecchia Baldracca.

Anche quest’anno Inter Caritas è andata in scena come da copione e tutti noi non possiamo far altro che augurarci che porti a tutti gli stessi benefici risultati dello scorso anno.

Tuttavia non è che si possa vivere di sole speranze e francamente io, quest’anno, avrei evitato il ripetersi dell’evento, ma in Società non hanno voluto sentire ragioni. Anche per motivi di ordine pubblico era importante che la tradizione venisse rispettata.

La verità è che nel primo tempo abbiamo letteralmente regalato il campo alla Giuve, giocando esattamente come loro volevano. Ci siamo sempre infilati nell’imbuto creato al centro dalla loro difesa e centrocampo, messi molto bene bisogna dire. Abbiamo permesso di colpire di rimessa la nostra difesa che, come abbiamo già visto nelle passate settimane, è parecchio traballante in molte occasioni. I rischi non sono mancati e per quello che si è visto nei primi 45 minuti non possiamo certo dire che i Gobbi abbiano demeritato.
Hanno giocato esattamente come dovevano: da provinciale di successo (cit.)

Nel secondo tempo, azzeccati i cambi, la musica è molto cambiata. Finalmente abbiamo iniziato ad allargare il gioco. Maicon ed Eto’o hanno iniziato a fare sfaceli dei loro scarsissimi terzini, peccato che gli abbiamo preso le misure troppo tardi. Possiamo anche recriminare contro la fortuna se vogliamo, ma nei fatti non basta una traversa negli ultimi cinque minuti per salvare il bilancio di una partita che di DOVEVA vincere.

Sono mancati gli uomini più attesi. Pazzini e Snejider non sono riusciti a dare l’impronta sulla partita. Il primo poco servito, ma anche troppo poco mobile sul fronte d’attacco, per riuscire ad allargare le maglie di una difesa a maglie schierata praticamente sulla linea di porta.
L’olandese sentiva l’impegno, ma ha provato a lasciare il segno nel modo sbagliato. Si è perso troppo tempo in improbabili dribbling contro due o tre giocatori avversari alti due spanne più di lui e con poche remore nell’usare i chili in più. Per tutto il primo tempo ha tentato giocate di fino in spazi strettissimi, sbagliando molto e concludendo poco. Meglio nel secondo tempo, quando ha avuto la possibilità di servire giocatori più larghi e mobili, ma non basta.

Nel complesso una brutta battuta d’arresto in ottica rimonta, nella giornata in cui quellilà calano sul tavolo un poker che lascia poco spazio alle discussioni.

I giochi sono ancora aperti, specialmente perché è una corsa a tre con un Napoli che, fino ad ora sta tenendo benissimo il passo, ma non dipende più solo da noi.
Otto punti di distacco significa che non basterà vincere a Firenze e vincere lo scontro diretto, dobbiamo contare sul fatto che lascino qualche altro punto sul terreno.

Il gioco si fa duro, ma in fondo è proprio quello il momento nel quale diamo il meglio di noi.

scritto da il 10 febbraio 2011 alle 22:00

Il derby d’ItaGlia

Ci avviciniamo ancora una volta a Giuve Inter. Una volta lo chiamavano derby d’Italia e, fino a prova contraria, era così perché si incontravano le uniche due squadre che non erano mai andate in Serie B.
Ora, a rigor di logica, l’unico derby d’Italia si dovrebbe giocare alla Pinetina quando durante gli allenamenti si fa Inter A vs Inter B, ma non stiamo a sottilizzare.

Perfino Massimone ha detto che questa partita va ancora chiamata in quel modo, io però faccio un po’ di fatica, perché i fatti ci dimostrano che i Gobbi, da che sono tornati in Serie A hanno, giustamente, infilato una serie imbarazzante di figuracce, coadiuvati dalle testate sportive loro amiche, che invece di limitare i danni sono riuscite ad amplificarli.

A corollario di tutto questo, come sempre è accaduto negli ultimi anni, a ridosso degli incontri la dirigenza della Vecchia Baldracca ricomincia la pantomima sugli scudetti da restituire e sulla Giuve defraudata delle (il)legittime vittorie conquistate prima del 2006.
Sul campo, dicono loro. Solo se c’era campo dico io, perché non avesse preso il cellulare sai che mazzate.

Quest’anno però finalmente una voce, almeno parzialmente, fuori dal coro. Quella di Buffon, uno che nel bene e nel male è rimasto in sella anche nei tirati scontri di vertice contro il Monza o l’Albinoleffe.
Questo un estratto delle sue parole: “Basta guardare al passato, basta con Calciopoli. Io voglio guardare avanti, perché il passato è importante ma il futuro lo è ancora di più” e ancora “Errori arbitrali? È innegabile che quest’anno alcuni episodi ci abbiano penalizzato, ma sono un uomo di sport, e sono sempre convinto che si tratti solo di errori. Mai pensato che dietro ci fosse qualcosa. Quanto all’Inter, quando la incontro penso solo di incrociare la squadra più forte del mondo“.
Senza rinunciare a dire che secondo lui sono SEMPRE stati SOLO errori arbitrali quindi, ma almeno il portiere della Giuve e della Nazionale (riesco di nuovo a scriverlo con la maiuscola, ora che non c’è più Lippi in panca), afferma che vuole mettere una pietra sopra il passato e guardare solo al futuro e riconosce all’Inter il ruolo che si è conquistata nel 2010.

Un bel segnale che mi piacerebbe anche abbracciare, se non fosse che siamo sempre costretti a difenderci dagli attacchi del resto dell’ambiente gobbo, ma voglio essere fiducioso e voglio provare a vederla come Buffon.

A prescindere da tutto resta una partita piena di significato, non solo per la storia, ma soprattutto per il presente.

Noi siamo reduci da una serie di risultati positivi, macchiati solo dalla prestazione di Udine, che forse ha avuto il merito di far notare a Branca e a Moratti che qualche inserimento di qualità era necessario.

Loro sono reduci da un periodo di crisi, che hanno interrotto giusto la scorsa giornata vincendo a Cagliari per 3 – 1, con doppietta dell’ex Matri.

Storie opposte dunque, ma tanto non ci sarà molto da ragionare molto sul loro o sul nostro momento. Possiamo essere sicuri che contro di noi daranno il 110% come hanno sempre fatto negli ultimi anni. Si stanno già caricando e ogni volta che si gioca questa partita scendono in campo sognando una piccola vendetta. Piccola deve essere per forza, visto che romperci le scatole è praticamente l’unico obiettivo stagionale, ma tant’è…

L’inserimento di Matri ha sicuramente migliorato il loro attacco, dopo il grave infortunio di Quagliarella, finalmente hanno uno che la butta dentro là davanti, anche se mi dicono che Amauri sia pronto a vivere una seconda giovinezza a Parma…
In avanti comunque se la possono giocare, specialmente se gli viene permesso di scambiare in velocità a partire dalla tre quarti di campo, sfruttando le doti di Krasic.
Da parte nostra è il caso di recuperare un po’ di attenzione in copertura, specialmente in occasione di certi disimpegni un po’ “leggerini”.

La nostra formazione è obbligata, inutile sperare in un miracoloso rientro di Lucio o di Deki. Sarà la stessa Inter vista domenica scorsa nel primo tempo.

Con la Roma è bastato farne un paio più di loro, domenica non possiamo fare questi conti, se dovessero andare in vantaggio Del Neri metterebbe tutta la squadra sulla linea di porta pur di tenere il risultato.

Anche perché in difesa sono francamente imbarazzanti, ma hanno i centimetri e anche incudini dalla loro parte; non facciamoci illusioni picchieranno come dei fabbri.

E’ l’unico modo che hanno per fermare Wesley e Samuel, per come li abbiamo visti negli ultimi tempi.

scritto da il 25 gennaio 2011 alle 0:08

Surrealità…

La giornata è limpida a Udine, soffia in vento freddo che ha spazzato via tutte le nuvole. Vado allo stadio un po’ in trance; è la prima volta che seguo l’Inter in trasferta, problemi del tifoso fighetto che non si è mai voluto fare lo sbattimento.
Comunque mi muovo sotto scorta, quindi almeno raggiungere il Friuli è una passeggiata di salute. Ho una fame che mi porta via, disgraziatamente più piccolo lo stadio, minori i servizi…

Ci sono in tutto due (dico DUE) baracchini, dove servono solo panini al prosciutto. Uno vorrebbe quello con il crudo, vista la regione, ma l’attesa è improponibile via di culatello per me e di cotto per la scorta.
Entriamo alla ricerca del settore R. C’è un bel cartello grosso con scritto “Ingresso Tessera del Tifoso”. Un altro ancora più grosso con la scritta “Settore R”. Ci incanaliamo nella folla, si fa per dire visto che a un singolo tornello di San Siro c’è più gente.
In compenso gli steward riescono ad essere ugualmente nel pallone. Veniamo scoprire che a Udine, per non fare casino, esistono due settori R. Uno per i così detti “indistinti”, che sarebbero quelli che entrano vestiti da Interisti in mezzo alla massa dei tifosi della Juve B, non nelle mie corde…
C’è anche il settore R per gli “ospiti”, che saremmo noi.
NELLA GABBIA. Così dicono: NELLA GABBIA.
La gabbia è il luogo dello zoo dove vengono raccolti gli Ultras!!! I ragazzi della cürva.
Abituatevi dell’umlaute perché sarà un elemento ricorrente duranate la partita.

Esperienza nuova quella di vedere la partita con quelli della cürva. Con tutte le leggende che girano un po’ di ansia sale e poi devo scortare la mia scorta, sento il peso della responsabilità. Fortunatamente insieme a noi entra il reparto geriatrico dell’ospedale riunito di Bergamo e Brescia insieme ai nipotini. Diciamo che se non altro possiamo ritagliarci un angolo di tranquillità, minato solo da quel CANE di Castellazzi!!!

Qui inizia lo spettacolo vero, non tanto per me, perché in fondo sono pur sempre un lümbard, ma per la mia scorta!

Dietro di noi staziona la parte più vera del suddetto reparto geriatrico BrBeMi. Appena le cose iniziano a girare male per la Beneamata parte la sagra della dieresi!
Un vecio dietro di noi, sicuramente tifoso della corrente Borghezio – Erminio Boso, oltre che dell’Inter, inizia a imprecare in valligiano stretto.

Mi spiace soltanto non poter rendere la pronuncia… F E N O M E N A L E!!! Riusciva a mettere l’umlaute pure sulle I.

“Da no el balün a quel negher li, pota!”

“Daaaïïïïïïïï, Skankovic fa no ‘l pïrla”

“L’é cülpa de l’alenatür, eh già, mi’a del Mörati che l’ha cümprà niün, porco XXX”
(questa con dedica a Sorella)

Intrattenimento puro. La mia scorta, da buona Veneta, g’ha capì un cass di quel che diceva il vecchio, ma se non altro si è fatta delle gran risate. Era la sua prima volta a vedere una partita dell’Inter e avrei proprio voluto che i Ragazzi onorassero degnamente l’occasione invece di fare quella figura barbina. Castellazzi sembrava una foca del circo!
Pandev il clown triste con la lacrima. Il solo che correva era Eto’o, ma sembrava il cavallo selvaggio che gira in tondo. Nessuno gli desse retta!

Ho controllato 3 volte i biglietti per essere sicuri che non fossimo finiti a guardare il circo Togni…

A fine primo tempo c’è l’occasione di scendere alla base degli spalti, dove sono radunati i curvaroli duri & puri. Trovo un mio amico, il Mister, ha “Curva Nord” tatuato sulla schiena in formato panoramico. E’ una gran persona a dimostrazione che sarebbe il caso di evitare di generalizzare.

Si è svegliato alle 4:30 del mattino per venire ad assistere a questo scempio.

Ce la contiamo un po’ su. Servono i tre punti, dice.

Ha ragione, invece prenderemo tre pere.

Quando ricomincia il secondo tempo ci consiglia di tornare su. Si vede meglio dice e poi, anche se non succede nulla di grave i ragazzi sono un po’ agitati. Parla di un’esultanza in caso di goal dei nostri. Quasi, quasi avrei corso il rischio volentieri in cambio di una reazione in campo.

Alla fine della partita, dopo aver esaurito il campionario di bestemmie in mio possesso, ho scoperto finalmente il vero significato degli annunci sulla procedura riservata ai tifosi della squadra ospite.
Un’ora di attesa ad aspettare che il Prefetto decida che non c’è pericolo per l’ordine pubblico. Siamo quattro gatti ma c’è comunque una mezza dozzina di poliziotti schierati in tenuta antisommossa.

Il Mister mi chiama e dice di restare sugli spalti ad aspettare, pare che ci sia qualche rischio. Seguo il suo consiglio e mi godo il sole che scende lentamente insieme alla mia scorta.

Non sto a guardare quanto tempo passi, ma quando alla fine aprono “la gabbia” vogliamo solo andarcene in un posto caldo.

Usciamo tranquillamente dallo stadio.

I ragazzi della cürva sventolano le nostre bandiere come se avessimo vinto e proprio mentre superiamo i cancelli parte il coro:
“Siam campioni d’Italia, oleee, siam campioni d’Europa oleee. Siam campioni del mondo oleeee. Siam campioni d’Italia, siam campioni d’Europa siam campioni del mondo, siam campioni di TUTTO oleee”

Dite quello che volete della Nord, ma mi piace il loro spirito.

Io e Chiara, la mia scorta, ce ne andiamo alla macchina passando in mezzo alla gente che ha aperto i bagagliali e imbastito tavolate per fare pic nic e bersi qualche birra mentre smaltisce il traffico.

Sorridiamo. Non abbiamo vinto, ma ci siamo goduti un’esperienza strana e divertente. Per vedere l’Inter trionfare c’è ancora tempo, magari a San Siro, insieme a tutti i Bascioni.

scritto da il 22 dicembre 2010 alle 11:39

Avviso ai lettori

Salute a tutti voi, Bauscioni!

Il blog è in fase di manutenzione, ritorneremo tra voi più splendidi e ubriachi che mai quanto prima.

Nel frattempo auguriamo a tutti voi Buone Feste e che il 2011 possa essere di nuovo tinto di Nerazzurro!

scritto da il 11 settembre 2010 alle 13:52

Nel caso non ce ne fossimo accorti…

Io non so com’è. Chiamatela pancia piena, chiamatelo torpore post vacanze, chiamatelo un po’ come vi pare, ma qui sembra che ci siamo dimenticati che oggi gioca l’Inter, cazzo.

Ora, lo dichiaro fin da subito, questo non è un post, è una dichiarazione di guerra.

Sono due settimane che ci ammorbano con il poker d’assi del Bbilan, con le cazzate di Balotelli, che a quanto pare è rimasto responsabilità nostra, anche se abbiamo inchiappettato il City e il Mancio (sorry, sciarpetta, business is business) per 28 fottuti milioni di neuri.

Il Triplete è acqua passata a quanto pare e in fondo è giusto anche così. Il mercato di sicuro è acqua passata quindi non stiamo a menarcela troppo su chi è arrivato, chi no, chi è andato.

Frega un cazzo, meglio se ne faccia una ragione anche il Panza. Io non ne voglio sentire di menate e di scuse.

I giocatori ci sono. Vecchi vincenti e giovani vogliosi, possibilmente con più di un neurone sano (cit.) e quindi in grado di imparare dai primi.

Noi ci siamo.

Per quanto mi riguarda ho i coglioni fumanti. Ho una gran voglia di metterlo nel culo a tutto il circo e non vedo perché non cominciare con la baby giuve. La squadra più moggizzata d’Italia (cit.). Giusto pure a Lucky Luciano voglio troncarlo in culo. Che poi è facile, sono anni che ci passano i tram, si entra lisci senza vasella.

Quindi ci vediamo al baretto e poi via a sostenere i ragazzi.

Questa sera risotto al radicchio con prosciutto San Daniele.

scritto da il 2 settembre 2010 alle 13:04

Sedotti e abbandonati

Qualche volta capita, credo nella vita di tutti, di innamorarsi come zucchine. Perdi la testa per quella strafiga un po’ matta, con sbalzi di umore che di solito ti farebbero salire dal cuore un sano ed onesto vaffanculo.
E invece no, le perdoni tutto, perché i suoi difetti, le sue paranoie, le urla e gli strepiti ti sembrano ben poca cosa. Perché quando la guardi sorridere, anche se non succede quasi mai, ti sciogli come neve al sole. Ti sembra un miracolo che lei sia lì affianco a te, quasi non ci puoi credere e ti chiedi: “mi sta succedendo davvero?”.

Ogni tanto ci litighi anche, ma non vedi l’ora di fare la pace, giusto per godersi quel momento di riavvicinamento, che ti ricorda la prima volta che l’hai toccata.

Vorresti progettare una vita insieme e tutto quello che fai, lo fai pensando a lei, mettendoci tutto il tuo impegno.

Poi capita che sul più bello, lei ti lascia lì e ti dice: “Non possiamo andare avanti, non sono innamorata di te, ma possiamo restare amici, tu resterai per sempre nel mio cuore”.

Sulle prime ci stai male, fai di tutto per convincerla che sta sbagliando. Poi la tristezza diventa rabbia, ti senti tradito, usato, preso in giro. Quasi, quasi ti viene voglia di fargliela pagare. Mediti vendetta e vorresti farla soffrire, ma lei è ancora lì con il suo sorriso disarmante e allora tutti i tuoi malevoli propositi cadono, lasciandoti ancora più solo.

Passa una settimana, ne passano due. Elabori il dolore, ma non sai cosa fare.

Ti senti vuoto, sai che non sei pronto per affrontare un’altra storia, ma sai anche che la vita continua e in qualche modo ti devi rimettere in pista, non puoi continuare a pensare a lei, perché tanto non tornerà mai più.

Cosa puoi fare allora? Non ci provi con quelle che ti piacerebbero davvero perché non sei pronto, manderesti tutto a puttane e lo sai. Ne trovi comunque un’altra, non proprio la prima che capita, perché l’occhio vuole comunque la sua parte, ma è una di cui in fondo non ti frega nulla, ti accontenti.

Non è bella come Lei. Non è spiritosa come Lei. Non è matta come Lei.

Magari è anche una brava ragazza, ma non ti fidi. Ti eri fidato di Lei e ti ha tradito e quindi a quella nuova non dai il massimo, te ne stai sulle tue, non esaudisci tutti i suoi desideri. Anzi, quasi la tratti male, anche se non è colpa sua, ma tu non puoi farci niente. Non sei pronto a fare progetti, preferisci vivere alla giornata ed essere, per una volta, un po’ egoista.

Ti passerà un giorno e sarai pronto di nuovo a dare tutto te stesso. E lei sarà bellissima e intelligente, forse non proprio incredibile come quella che ti ha spezzato il cuore, ma sicuramente più dolce.

Così è l’Inter adesso. Così si sente il Massimo.

Pazzo d’amore per José, che sembrava trasformare i sogni in realtà. Riusciva a farci fare cose delle quali nemmeno noi ci credevamo capaci. Se n’è andato sul più bello, giusto un momento dopo il culmine dell’orgasmo si è rivestito e ha salutato. Non si è nemmeno fatto accompagnare: “resta pure a dormire, io prendo un taxi”.

Io lo capisco il Massimo. Non è facile riprendersi dopo una botta così, ci vuole tempo. Ci rimugina sopra, è naturale.

Prende Rafa, non gli dispiace, ma non lo fa impazzire, ma ha bisogno comunque di ricominciare. Però si ricorda del primo anno di José, di tutti i regali che gli ha fatto senza avere nulla in cambio. Si ricorda che quando ha fatto le cose a modo suo, quando ha scelto lui è stato tutto fantastico e allora al diavolo. In fondo i soldi sono i suoi, ha ben il diritto di scegliere come e quando usarli. Se a Rafa sta bene così, ok, se no tanto meglio. In fondo non è che ci creda poi molto in un rapporto duraturo e in più lo sa che non potrà mai più essere così bello, come lo è stato con José.

Magari in fondo ci spera, ma non ci crede.

Quindi niente regali. Niente baiocchi, niente cene romantiche, niente. Povero Rafa e non è per niente colpa sua, ma la fiducia non c’è e se la deve conquistare. Massimo non ha più voglia di farsi prendere in giro. Troppe volte si è fidato, troppe volte è stato tradito.

Passerà anche questo momento. Se non sarà con Rafa, sarà con un altro. Uno che magari gli piaccia di più, ma passerà.

Il Massimo si ricorderà che in fondo, quello che lui ama è l’Inter e che vale la pena lottare.

Gli serve solo un po’ di tempo.

scritto da il 3 giugno 2010 alle 23:34

Non è mica la Playstation

Questo è un articolo che farà storcere il naso ai puristi e probabilmente anche agli estimatori del Lardo di Colonnata.

Nasce dalla lettura di un altro articolo, trovato sul numero di giugno della rivista Wired Italia. Il genere di lettura adatto praticamente solo a Technofreak e Nerd troppo cresciuti. Si parla tanto di calcio in questo numero di Wired, in primo luogo con un esame/intervista a Samuel Eto’o che si è prestato ad un’analisi del suo codice genetico, che si prefiggeva l’obiettivo di identificare nel DNA le caratteristiche di un Campione.

I risultati non sono esaltanti per un freddo scienziato determinista. Per quanto approfondita possa essere l’analisi risulta ancora evidente quanto sia importante la componente mentale, la professionalità e la forza di volontà dell’individuo, specialmente nella pratica di uno sport che coinvolge così tanti talenti ed abilità quale è il calcio.

L’articolo successivo parla dell’evoluzione della medicina e della protesica, che ha subito un tale sviluppo nel corso degli ultimi vent’anni da permettere a Francesco Totti di recuperare in pochi mesi da un infortunio che quasi tre lustri prima aveva messo fine alla carriera di un campione come Marco Van Basten.

Il 19 febbraio del 2006 Totti subisce un grave intervento. Da dietro, cattivo, sulle caviglie. E’ l’ultimo colpetto che manda in frantumi una caviglia troppo spesso presa di mira.

Solo cinque mesi più tardi, Totti è di nuovo sul campo, ad alzare la Coppa del Mondo insieme agli altri Azzurri guidati da Lippi e questo grazie a una placca d’acciaio del peso di 60 grammi, saldata a tibia e perone per mezzo di 11 viti. Quel pezzo di metallo di 10 centimetri è ancora al suo posto, per volontà dello stesso Totti perché poteva essere rimossa ed è forse una delle ragioni per le quali il Gabidano riesce ancora a giocare nonostante i numerosi infortuni subiti.

Disgraziatamente la scienza può curare il fisico, ma deve ancora lavorare molto sul cervello, visto che a quattro anni di distanza saranno praticamente gli stessi a indossare la maglia Azzurra, probabilmente con i risultati che molti di noi si attendono (o sperano).

Immagino che sia per amore della scienza che il Pupone ha cercato di riservare lo stesso trattamento da lui subito a Mario Balotelli, nella finale di Coppa Italia. Tanto, avrà pensato Francesco, come hanno sistemato me, potranno fare lo stesso con lui.

Fino a qui nulla di particolarmente nuovo, bisogna ammetterlo. Studi, analisi, medicina ricostruttiva, ma alla fine si parla sempre di carne, ossa e sangue. Tenuti insieme per qualche ragione misteriosa. Roba che combinata in modo particolare dà vita ai Campioni che acclamiamo sui campi verdi. Lascio a quelli che hanno più fede di me il compito di trovare una spiegazione compiuta.

Ciò di cui voglio invece parlarvi non ha un’influenza diretta sugli uomini. Piuttosto riguarda il modo di osservarli ed è stata una bella scoperta per Carlo Ancelotti, uno a cui si possono appioppare tutti i difetti che vogliamo trovare, ma non quello dell’arroganza. Arrivato al Chelsea dopo 18 anni passati in Italia da allenatore ai quali dobbiamo sommarne altri 16 da giocatore.

Trentaquattro anni. Un tempo piuttosto lungo, in cui uno potrebbe anche convincersi di saperne abbastanza.

Invece Carletto (che sapeva cosa doveva fare, cit.) appena arrivato nel suo nuovo ufficio a Stamford Bridge, si è trovato di fronte a qualcosa che non aveva mai visto.

All’interno del suo computer, di solito usato solo per chiedere a Google di fare le traduzioni dall’Italiano all’Inglese, ammicca sul desktop una misteriosa icona con sotto la scritta AMISCO. Incuriosito, Carletto fa partire il programma e gli si apre un mondo. All’inizio a dire il vero non è che ci capisca molto, ci sono i nomi di tutti i suoi giocatori e le partite giocate dal Chelsea. Il tutto è farcito di grafici e tabelle.

Capisce subito che non serve per ordinare i cioccolatini. Per un attimo teme che siano i comandi di Chelsea-Lab e viene colto da una crisi epliettica. Fortunatamente passa da quelle parti il suo “agente di collegamento”; che poi altri non è se non è Salvatore o’ pescatore, cuoco e uomo di bottega dei Blues, emigrante di seconda generazione che segue Carletto e gli fa da traduttore quando il corso “English for dummies” fallisce.

Salvatore lo tranquillizza e gli spiega che si tratta di un software speciale, prodotto da un’azienda di Nizza, nata nel 1995, che permette, per mezzo di speciali sensori e di sistemi di riconoscimento dell’immagine, di tenere monitorati tutti i giocatori durante l’allenamento e di raccogliere dati sull’andamento delle partite. AMISCO non è solo un software, è un vero e proprio sistema integrato che viene raccoglie informazioni sulle partite da tutti i campi in cui è installato. Inoltre, tramite l’utilizzo di GPS e cardiofrequenzimetri è in grado di collezzionare dati dedicati a ogni singolo giocatore anche durante gli allenamenti. La distanza percorsa, il livello di affaticamento.

Carletto è ancora un po’ scettico e non ama usare AMISCO per l’analisi delle partite. Ancora preferisce rivedersele in televisione e guardare con i suoi occhi i movimenti dei vari giocatori, ma quanto al resto? Beh, sarà grande e grosso, ma non ciula e baloss.

Cambia completamente il suo modo di allenare. In Inghilterra si fa pochissimo allenamento in palestra. Quasi tutto il lavoro viene svolto con il pallone, questo perché nessun attrezzo è in grado di replicare gli sforzi improvvisi a cui un calciatore si sottopone durante una partita. Capita di saltare, atterrare e dover subito partire di scatto e in palestra questo non lo puoi fare.

E AMISCO cosa fa? Tiene tutto sotto controllo. Ti permette di verificare il carico di lavoro a cui viene sottoposto ciascun giocatore. Puoi sapere se ha lavorato bene e in modo uniforme e puoi subito renderti conto se sia in grado di sostenere l’intera partita o meno. Se non è riuscito a lavorare 100, ma solo 78, probabilmente non è abbastanza in forma e non potrebbe reggere l’impegno completo.

Grazie a queste informazioni l’allenatore può avere una chiara idea di chi mandare in campo e chi lasciare in panchina, distribuendo i compiti e i carichi in funzione dello stato di forma.

Poi c’è la parte del programma che Carletto ancora non vuole usare. Puoi visualizzare il tracciato di ogni singolo giocatore durante la partita. Vedere la direzione dei suoi passaggi e la precisione. Puoi isolare ogni azione dal resto del match, riconoscendole e classificandole: contropiede, palla inattiva e via discorrendo. Puoi concatenare ogni azione ad un’altra calcolandone l’efficacia sul campo.

Fantascienza? Forse. Tant’è che la gestione tattica Carletto preferisce farsela ancora alla vecchia maniera, ma il sistema gli permette di verificarne i risultati, aiutandolo a identificare i punti sui quali intervenire.

Nessuna paura. Il calcio è ancora e sarà sempre fatto da uomini. Sono loro a vincere le partite, con la fantasia, il talento e la forza di volontà.

Il calcio è “un mistero senza fine bello” (cit. di lusso).

La tecnologia è solo uno strumento di supporto.

Postilla:

In Europa sono tantissimi ad usare AMISCO. Alcuni nomi? Manchester United, Chelsea, Liverpool, Tottenham, Manchester City, Real Madrid, Villareal, Valencia, Atletico Madri, Amburgo, Wolfsburg, Lione, Marsiglia. Tutte squadre più o meno vincenti, a dimostrazione che comunque la differenza la fa sempre l’uomo, sfruttando però al meglio gli strumenti a disposizione.

Come dite? In Italia?

In Italia, solo l’Inter. Un’altra delle novità introdotte per volontà di José Mourinho, un’altra ragione per cui ringraziarlo. Ci ha portati nel futuro.