Daje (Roma-Inter, atto primo)

Le sfide sportive che si ripetono nel tempo, a breve distanza l’una dall’altra, mi hanno sempre affascinato: credo siano un bel modo per i rispettivi allenatori di misurare la loro bravura, la capacità di spiazzare il collega avversario con la genialata dell’ultim’ora, la voglia di dimostrare chi sia il più bravo.

In tal senso lo scontro Zeman-Stramaccioni assume connotazioni di indubbio rilievo, offrendo da una parte il sistema offensivo a tratti quasi sfacciato del navigato boemo, dall’altra il pragmatismo e la razionalità del giovane allenatore nerazzurro. Due modi piuttosto diversi di vedere il calcio, approcci e filosofie di lavoro distanti, personalità ben distinte, “progetti” in divenire.

La prima delle tre partite che ci vedranno impegnati contro i giallorossi da qui ad aprile ha però disatteso gran parte delle roboanti (e chissà perché, poi..) aspettative della maggioranza degli addetti ai lavori: Inter e Roma sono ancora squadre in piena fase di costruzione, in divenire, incomplete sotto il profilo tattico (Roma) o tecnico (Inter, dalla rosa sicuramente più deficitaria rispetto alla compagine capitolina).

I precedenti di Stramaccioni nel “suo” Olimpico e le numerose assenze, in particolare in un reparto offensivo già di per sé ridotto all’osso, non facevano sperare in una serata tranquilla, e la prima mezz’ora di gioco consolidava paure e timori della viglia: le folate offensive della Roma, faticosamente contenute da una retroguardia guidata da un Chivu imprevedibilmente preciso e concentrato, evidenziavano una volta di più tutti i limiti del centrocampo nerazzurro, privo come sempre di geometrie e in seria difficoltà anche nella sola fase di contenimento.

Non è un caso che l’azione dell’esilarante fallo di testa di Ranocchia su Bradley (mi astengo da qualsiasi commento, ma l’impressione è che dopo essere uscito indenne dalla brutta vicenda di Bari, il difensore umbro debba espiare le presunte colpe in qualche altro modo…) nasca da un banale, ennesimo errore di Zanetti in mezzo al campo: impietoso il confronto tra lui, Gargano e il buon dinamismo avversario su quelle stesse zolle.

Ma, al contrario delle recenti, infruttuose trasferte, l’Inter stavolta è viva e lotta insieme a noi: raduna le idee, corre, approfitta delle perpetue lacune difensive giallorosse per creare i primi grattacapi a Goicoechea, fin quando il solito Guarin non spacca la partita con una proiezione offensiva delle sue. Il pallone spunta come un gioco di prestigio tra le gambe di cinque difensori romanisti, per il comodo 1-1 di Palacio, tornato a livelli di forma più che accettabili e finalmente lucido sotto porta. Poco prima, il palo di Livaja aveva dimostrato che il giovane croato tra i grandi può starci eccome: non sarà un mago dei movimenti (ma ha tempo in abbondanza per assimilare il meglio dal maestro Milito, anche se non è quello il suo ruolo d’attacco), ma ha tecnica di qualità e una potenza non indifferente. Scommetto su un suo gol domani sera, se sarà della partita.

Un vero peccato che all’Inter manchi ancora quella qualità in grado di garantire i tempi giusti agli inserimenti sugli esterni e la profondità che serve ad innescare le punte in modo costante, perché nel secondo tempo le potenziali occasioni da rete ed i contropiedi da sfruttare sono tanti, ma tutti inconcludenti.

Il resto lo fanno Handanovic, con un paio di interventi che ne giustificano una volta di più l’acquisto, e Piris, che da posizione favorevole spara alle stelle un pallone ghiottissimo.

Il pareggio varrà poco per la classifica, ma molto dal punto di vista del morale: andare all’Olimpico in piena emergenza e tornare a Milano con una prestazione dignitosa e, soprattutto, senza aggiungere una nuova sconfitta alle sei già subite in campionato, era importante. Ancor più importante sarà restituire ad un centrocampo sempre più alla mercé dell’avversario un bel po’ di qualità in più, recuperando gli assenti e  facendo il possibile sul mercato affinché a giugno i rimpianti siano ancor più grandi di quelli della scorsa stagione.

Osare di più? Mah, le accuse a Stramaccioni passano dallo “scarso coraggio” di quando arriva un punticino che sarebbe potuto diventare una sconfitta con poco (come in questo caso), alla “troppa voglia di vincere” quando, viceversa, l’approccio offensivo diventa arma a doppio taglio esponendoci agli attacchi avversari.

Ben venga un po’ di equilibrio, in un momento di scarse certezze.

Domani sera vedremo chi, tra l’allievo Stramaccioni e il maestro Zeman, avrà colto le indicazioni migliori da questa prima sfida e saprà reinterpretare il match in modo da avere la meglio sul campo.

strazeman

Nel frattempo è finalmente finita la esasperante vicenda Sneijder: io Galatasarò, tu Galatasaray, caro Wesley. Quel derby d’esordio non lo dimenticherò mai: sembrava una di quelle partite giocate all’oratorio, tra amici, quando tutto ad un tratto arriva “quello forte”, si toglie il giacchetto, entra in campo e dà spettacolo in lungo e in largo.

Io Wesley l’ho adorato alla follia, e speravo vivamente che trovasse la voglia di ripartire con qualche soldo in meno in tasca ma l’etichetta da leader cucita addosso. Poteva farlo, e forse avrebbe dovuto dimostrare a se stesso di essere un grande giocatore anche in un’ottica di ridimensionamento.

E’andata male, e distribuire colpe ed errori mi sembra un esercizio di stile inutile, anche alla luce del fatto che chiunque assista a vicende del genere dall’esterno ignora particolari decisivi che, invece, gli addetti ai lavori ben conoscono.

Goditi la Turchia, Re del Rock’n Roll.

 

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.