Bauscia Cafè

Il Mancinipanettone di Natale

Lo so, lo so.
Siete tutti mediamente in sovrappeso di almeno tre o quattro chili dopo aver gozzovigliato come colpiti dalla tenia selvaggia, mentre invano tentavate di promettere a voi stessi che “no, il dolce no perché per queste feste ho deciso di fare attenzione”.
Siamo arrivati a questo Natale con sentimenti contrastanti, dubbi giganteschi sull’immediato futuro e la voglia di rifare la squadra per l’ennesima volta: se contro il Chievo dopo qualche consueto infarto iniziale eravamo riusciti a trovare la via del gol e a controllare il match con relativa efficacia, complice l’espulsione di un fantastico Ruben Botta, pronto a fare il giro del mondo in prestito prima di abbandonare definitivamente la casacca nerazzurra, la partita contro la Lazio si è rivelata una sorta di bignami di tutto il buono e il cattivo che in questo momento possiamo esprimere come squadra.
I primi dieci minuti sono stati un vero e proprio incubo sportivo: gol a freddo degli ospiti su una deliziosa coreografia di Tchaikovsky improvvisata dalla nostra difesa, una serie spaventosa di errori di misura grotteschi, tra cross sbagliati, passaggi random e movimenti epilettici, la sgradevole sensazione di prenderne quattro in un solo tempo senza aver neanche provato a giocare a pallone.
Una reazione comunque c’è stata, ed è già una notizia: Kovacic si guarda intorno alla disperata ricerca di qualcuno che parli la sua stessa lingua calcistica, Guarin fa a sportellate, corre e tira come se fosse l’unica attività consentita in campo, sfiora persino il gol in mezzo a tanta idiozia tattica; nel frattempo Nagatomo mette a serio repentaglio la vita di numerosi spettatori, e non solo per la qualità dei traversoni.
La Lazio neanche ci prova a fare la partita: si limita al compitino, ordinata e diligente, tanto sa che l’Inter un altro gol se lo segnerà da sola.
E infatti arriva puntuale come un’ispezione rettale la doppietta di Anderson, che dribbla sulle note di Mc Hammer un Juan Jesus vagamente ubriacato, mentre l’azione era partita dallo stato di (dis)grazia di Ranocchia, che tentava vanamente l’anticipo di testa a centrocampo sul gigantesco Lulic. Fallendolo.
Stavolta però il “moriremo tutti” che faceva capolino da dietro l’angolo è dovuto tornare al suo posto. Mancini, che io adoro ma che aveva completamente sbagliato formazione tenendo fuori Medel e proponendo un asse mancina Dodò-Nagatomo che avrebbe benissimo potuto far parte dei Racconti del Brivido di Allan Poe, boccia il brasiliano poco prima dell’intervallo e inserisce proprio il piccolo cileno.
E guarda un po’ il caso, l’Inter ritrova l’equilibrio perduto con un 4312 che, alla vigilia del match, sembrava dovesse essere “l’unico modulo possibile per questa Inter”.
Sul perché di quell’idea del cazzo a sinistra ci interrogheremo ancora per secoli.

E adesso, tutti a Marracash!
E adesso, tutti a Marracash!
Nella ripresa bastano un po’ di razionalità calcistica e un gran gol di Kovacic a cancellare dal campo la Lazio. Poi è solo forcing nerazzurro: confuso, a tratti ingolfato, ma generoso.
Il Mancio toglie un Guarin da denuncia penale e inserisce a sorpresa Bonazzoli: sarà lui a pennellare il cross dal quale scaturirà il definitivo 2-2 di Palacio.
Soltanto Marchetti eviterà alla Gazzetta la fatica di inserire una nuova rimonta dell’Inter in uno dei prossimi dvd allegati al quotidiano.
Ne convengo, prima ci divertivamo sicuramente di più: vincevamo spesso, avevamo molta meno ignoranza sul campo e certe rimonte coronavano l’espressione di un calcio magari difettoso, ma denso di qualità e di giocatori che sapevano fare la differenza.
Però in quel secondo tempo ho ritrovato per un attimo il senso di tifare Inter: il fomento di un 2-2 arrivato a quindici minuti dal termine che ti fa urlare “dai, che la vinciamo! forza!”.
Poi no, non la vinci, perché tra gli undici schierati sul rettangolo di gioco hai calciatori che faticano a capire le cose più elementari, che si ostinano a commettere gli errori di una vita, che fanno bestemmiare anche i credenti e invocare la cessione anche ai tifosi più pazienti.
Mi sento di dare un pizzico di fiducia a quello che stiamo tentando di fare pur non avendone i mezzi tecnici ed economici; molto dipenderà dal famigerato mercato invernale, nel quale girano già nomi deliranti mentre Cerci viene rapito dal Milan e noi tentiamo di accontentare Mancini senza avere un euro da spendere.
Prestiti con obbligo di diritto di dovere di facoltà di riscatto ma solo passando dal via, ingaggi pagati in gettoni d’oro e penitenze, gabole contabili: non so nè chi prenderemo nè come faremo a prenderlo, ma spero vivamente di avere un’Inter competitiva e adeguata alle richieste dell’allenatore per il 2015.
In una serie A così disastrata vorrei illudermi di giocarmela fino in fondo con almeno undici giocatori calcisticamente normodotati in campo, tra Europa League e campionato.
Al contrario di molti, credo sia stato impostato un lavoro destinato, come nel 2004 anche se col dovuto ridimensionamento, a lasciare i segni e le basi concrete per le prossime stagioni, nella speranza che il fpf e altri risultati disgraziati non ci fagocitino prima.
Forse quel secondo tempo pugnace e coraggioso sarebbe piaciuto anche a quel Gran Pezzo di Bauscia di Franco Bomprezzi. Voglio salutarlo anche da qui, perché ci mancherà tanto, tantissimo, di più.
Buon 2015 a tutti. Forza Inter.

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NicolinoBerti

Coglione per vocazione, interista per osmosi inversa dal 1988 grazie a un incontro con Andy Brehme. Vorrei reincarnarmi in Walter Samuel, ma ho scelto Nicola Berti per la fig...ura da vero Bauscia.

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