Siamo in una situazione fantastica, apparentemente gli unici rimasti realmente in corsa scudetto, mentre le avversarie di sempre si guardano indietro e sembrano affannarsi nella lotta al quarto posto: in questo contesto ci giochiamo le partite per “dare il colpo decisivo” al campionato. Qualcuno mesi fa avrebbe immaginato di essere in questa situazione di classifica oggi? Il sottoscritto no. E lo scrisse pure. Vi confesso che a volte avere torto è proprio bello.
Comunque, per rimanere in clima auto-referenziale, qualche giorno fa ho scritto anche che questa per noi può essere la settimana-chiave e questo invece lo sottoscrivo. La partita di oggi non è semplice, perchè davanti c’è una squadra valida e dobbiamo confrontarci con alcune defezioni tra squalifiche e infortuni, ma abbiamo i mezzi per portare a casa la posta pesante. Siamo arrivati ad un punto in cui credo che dissertare di bel gioco, di preferenze o anche di tattica sia superfluo: siamo arrivati al momento di quagliare, per dirla in inglese. In qualsiasi maniera.

All’andata per me la sfida con il Sassuolo può essere considerata un turning-point della stagione, almeno in campionato – come giustamente osservato da Siani di InterTv in conferenza stampa. Prima di quella partita l’Inter aveva subito 13 gol in 8 partite, vale a dire gli stessi presi poi nelle altre 20. C’è stato un cambio di atteggiamento nell’andare a pressare l’avversario: l’Inter ad inizio stagione andava sempre a prendere le altre squadre molto in alto, mentre da quella partita ha cominciato – secondo me – ad alternare pressione e attesa, ritrovando compattezza di squadra e sicurezze.
Conte a tal proposito racconta di una ricerca di una soluzione in grado di non togliere nulla alla fase offensiva, ma di garantire più solidità difensiva. Questo è stato il primo step, secondo me. Il secondo invece ha avuto luogo più tardi con l’inserimento nell’undici iniziale di tutta la qualità che abbiamo in rosa (Eriksen, Perisic) all’interno di un equilibrio di squadra definito. L’Inter ha indubbiamente incontrato una crescita in questa stagione, che adesso viene in larga parte minimizzata da alcuni canali di informazione, ma il lavoro di questa squadra è sotto gli occhi di tutti.
“Il calendario può incidere per noi e gli avversari, ma ormai siamo abituati a giocare ogni 3-4 giorni. Oltre al recupero fisico, dobbiamo sempre avere entusiasmo: stiamo facendo un percorso importante, che vogliamo completare”
Antonio ConteQuello che ci possiamo probabilmente aspettare dalla gara di stasera è un Sassuolo propositivo, forte di una identità chiara e di qualità distribuite su tutta la rosa. Anche a loro mancheranno giocatori per loro fondamentali come Berardi e Locatelli, che di buon senso avevano già escluso dalla precedente gara in campionato, visti i casi di positività in nazionale, ma non ci saranno neppure Caputo e Defrel. Insomma – in tutta onestà – al netto delle nostre defezioni, anche il Sassuolo accusa diverse assenze pesanti.
La partita posso pensare che sarà all’incirca sullo spartito dell’andata. Molto dipenderà dall’approccio alla gara di entrambe le squadre: nell’ultima sfida passammo subito in vantaggio mettendo la gara in discesa, oggi pomeriggio vedremo. Il Sassuolo è una squadra qualitativa, ma a volte un po’ morbida. Il dato oggettivo è che giocano bene a calcio, sono organizzati, hanno conoscenze di squadra chiare, ma a volte gli manca consistenza, cinismo e quella forza nell’andare a fare male all’avversario.
Cambiando argomento, completamente, vorrei davvero spezzare una lancia – ma anche una intera armeria, se necessario – a favore di due persone che per me hanno inciso veramente tanto nel fare si che oggi l’Inter sia a questo punto. Faccio un passo indietro e parto da Marotta, come rappresentante dell’intera società. Oggi si commette l’errore di dare tutto per scontato, ma cerchiamo di comprendere al meglio le circostanze e di dare il giusto peso a quanto abbiamo visto.

Ad Agosto la situazione del tecnico necessitava di un confronto dopo la finale di Europa League persa. C’è stato il famoso incontro a Villa Bellini, che oggi nessuno neppure ricorda, le cui interpretazioni nelle settimane seguenti si sono sprecate con letture non certamente positive. Si parlava di rapporti logori, di una relazione che proseguiva solo per necessità di entrambe le parti, più che per convinzione o volontà comune. Per alcuni quell’incontro era il peccato originale che avrebbe portato al fallimento della stagione dal principio.
L’Inter ha incontrato diversi momenti non semplici, che in altri periodi storici avrebbero potuto disgregare squadra, società e ambiente. L’eliminazione dalla Champion’s League, la gestione della questione-stipendi (comune a molte squadre) per le difficoltà legate al Covid, sono state tutte superate senza mai perdere di vista la rotta. Nel superare tutto ciò, staff tecnico e giocatori hanno mostrato una grande professionalità. Non diamo per scontato nulla: anni fa questa squadra aveva mostrato una certa attitudine a “mollare” e perdere compattezza: filotti importanti si alternavano a cadute vorticose, con la società non del tutto esente da colpe.
Il fatto che questo gruppo squadra non abbia mai perso il focus è da un lato doveroso, ed è lecito aspettarselo, ma è anche sinonimo di un lavoro, una serietà e un ordine a tutti i livelli. L’Inter è cresciuta come società, ha ritrovato un certo spessore e vanno dati i giusti meriti a Marotta e al suo gruppo. La sensazione è che ora il “manico”, mi si passi il termine, sia molto più forte rispetto al passato e questo non può non essere un forte elemento di stabilità che poi influenza il rendimento a tutti i livelli. D’altro canto Marotta è nel mondo del calcio dal 1978 e nel lavoro nulla si inventa.

Se da un lato c’è un Amministratore Delegato come Marotta, che ha un’esperienza di oltre quarant’anni alle sue spalle, in diversi ruoli, che sceglie un allenatore come Conte, che ha fatto gavetta, vinto in Italia, ottenuto successi all’estero e allenato in nazionale, dall’altra parte c’è un dirigente che ha ottenuto una carica da poco più di due anni (Paratici) e un allenatore alla prima esperienza (Pirlo) da tecnico della sua vita: tralasciando completamente ogni ragionamento tecnico sui giocatori a disposizione, quanto incide tutto questo nell’arco di una stagione? A me sembra illogico pensare che questa enorme differenza non abbia un peso altrettanto grande nel percorso di una società.
Non ci si improvvisa allenatori, né si diventa grandi dirigenti dall'oggi al domani: nel lavoro – e il calcio non fa eccezione – i valori professionali alla lunga emergono. twittaloLa trasformazione di un allenatore che alla prima panchina della sua vita viene prima incensato dai media come un “Maestro”, innovatore, per poi riscoprirsi indicato – dalla stessa categoria – grande responsabile della flessione di una squadra fa onestamente sorridere: sono gli stessi che hanno lanciato sterco a Sarri fino a poco prima. Onestamente da interisti è lecito fregarsene altamente, ma anche questo qualifica tante penne e ci può fornire diverse informazioni sul “peso” da dare a quello che leggiamo o ascoltiamo.
Una società forte, a sua volta, trasmette i propri valori alla squadra e fidelizza il calciatore. Si crea una cultura, un blocco forte e – con la fortuna e le vittorie – si possono avviare cicli. Chiaramente i gesti scaramantici sono più che ammessi, ma oltre ai meriti enormi del tecnico e dei giocatori oggi abbiamo anche una società che negli ultimi anni ha fatto enormi passi in avanti.
Partendo da qui poi si costruisce una squadra che a sua volta “traina” attraverso le vittorie e le prestazioni. Non voglio allargare troppo la chiacchierata, visto che in teoria il focus dovrebbe essere la partita con il Sassuolo, ma in passato ero arrivato al punto di chiedermi chi rappresentasse davvero la mia squadra. Faticavo a trovare il giocatore che mi rendesse davvero orgoglioso, o la persona che realmente sentissi rappresentativa del mio essere tifoso.

Penso ad oggi, mi guardo intorno e vedo Lukaku, Barella, Skriniar, Bastoni, De Vrij che anche sul piano umano e comportamentale sono riferimenti e alcuni pure giovani. E nel dare ordine alla rosa vedo anche giocatori che ieri erano criticati, anche sulla base di appunti condivisibili, ma che sono coinvolti e che riversano i loro valori umani nel gruppo fornendo il loro contributo: Ranocchia, D’Ambrosio, Gagliardini.
Non credo di essere stato particolarmente brillante o ordinato oggi nel mettere insieme tutti i miei pensieri, ma in sintesi ho la sensazione forte che stia nascendo un gruppo solido ed in grado di durare.
Adesso per dieci gare è fondamentale vincere partite di calcio, pensare solo e unicamente al rettangolo verde e stop, ma quando arriverà il momento di tirare le somme, sperando di farlo con il sorriso, c’è una cosa che mi auguro venga difesa a spada tratta: la necessità di dare continuità, sia in società, che in panchina, che nei giocatori-chiave di questo gruppo. Oggi ne mancano dieci.

