Bauscia Cafè

Alcuni pensieri che partono dalla vittoria contro il Parma ma vanno molto più lontano.

Nell’iniziare a scrivere questo post partita ammetto che il primo pensiero è andato a quella famosa conferenza stampa di presentazione di Conte, questa estate, nella quale il neo mister nerazzurro diceva che non si doveva più vedere una “pazza Inter” ma una Inter forte e vincente. Abbastanza banale e stridente il confronto con la partita di ieri sera, ma voler impostare il discorso su un “DNA” e sulla discrepanza tra quel pensiero estivo e lo svolgimento della gara ieri sera, a un’estate di distanza, è chiaramente troppo semplicistico e riduttivo.

Abbiamo fatto tre punti giocando male e approfittando del disorientamento finale del Parma, complice anche l’espulsione di Kucka. Chi vuole vendere due copie di giornale in croce perseguira’ il concetto della “vittoria pazza” senza dire anche che alcune squadre, del conseguimento di tre punti simili, ci hanno fatto la regola del proprio campionato.

Non è di quello che il discorso deve focalizzarsi a mio modo di vedere. Anzi, il ripetere lo stesso stereotipo over and over again non so a quanti di quelli che veramente vogliono del bene all’Inter possa giovare. Sicuramente può fare il gioco di qualche titolista svogliato, oppure di qualche giornalista in vena di riempire due minuti di palinsesto nel suo programma, ma torniamo al concetto espresso nella frase appena precedente. Come se fossimo stati gli unici quest’anno, ad avere vinto una partita immeritatamente? Mi pare che questo campionato stia dimostrando che ci si può perfino trovare in testa con una condotta sistematica del genere, ma ai fan dello stereotipo piace di più, in quei casi, usare aggettivi come “cinica” “concreta” o simili. Per cui prendiamoci e teniamoci i tre punti, che valgono esattamente quanto e come quelli ottenuti altrui in maniera “cinica” e “concreta”.   

Dopo avere detto questo, però siccome noi all’Inter vogliamo bene, ci sono molti altri discorsi da fare. Il primo è quello che abbiamo fallito per l’ennesima volta in stagione la proposizione di soluzioni tattiche intelligenti contro un’avversaria che si chiudeva in difesa (e per la seconda volta su due contro la stessa avversaria in campionato, come fatto giustamente notare ieri sera in redazione). Più forte che mai è la sensazione che il nostro gioco, sia offensivo che difensivo sia diventato troppo facilmente leggibile dagli altri, e che agli avversari bastino quei due-tre accorgimenti per mandarci in tilt. Se questa era una sensazione che nel corso della stagione si era affacciata per l’attacco, la novità di questa ripresa è che anche la difesa fa acqua da molte parti. Non che arrivino montagne di tiri dalle parti di Handanovic, ma ogni volta che i nostri avversari, specialmente se veloci e tecnici, puntano i nostri tre di difesa, c’è la sensazione che qualcosa di pericoloso possa accadere. La novità più importante introdotta dopo la sospensione del campionato è stata l’avanzamento di Eriksen tra centrocampisti e punte, con un cambio di compiti dei due centrali laterali a sostegno degli esterni. Specialmente la prima novità, se utile e necessaria per esprimere un gioco più adatto alle caratteristiche del campione Danese, contro difese arroccate dove negli ultimi 30 metri trovi poco spazio (e dove un trequartista come Eriksen, più bravo nello smistare palloni che nel trovarsi spazio e districarsi nei dribbling, ha difficoltà – non un caso che Sanchez, più bravo nello stretto, abbia girato la partita), dall’altra porta alla perdita netta di un centrocampista centrale a schermo della difesa. Complice la presenza di uno come Gagliardini in campo e la lentezza dei nostri centrali un pò fuori forma, questo porta a subire molti più attacchi dal centro di quanto fossimo abituati. Senza avere i vantaggi che porta un trequartista tra centrocampisti e attaccanti, e quindi tornando ad un gioco di passaggi lento e sterile in mediana, e a rivolgersi sistematicamente alle ali sulla tre quarti. Risultato, un gioco nel complesso involuto e poco elastico a ciò che la partita richiede momento per momento.

Il secondo problema è un pò più subdolo ed è, a giudizio di chi scrive, quello più importante. Manchiamo di ritmo. Manchiamo di velocità di pensiero in campo. Manchiamo di atteggiamento (troppe volte ho visto nel secondo tempo i nostri allargare le braccia e rimproverarsi l’un l’altro). Ho fatto caso più volte nel secondo tempo di ieri a quanto tempo passasse, nelle nostre azioni, tra il controllo del pallone, e il passaggio al compagno. Era almeno il doppio di quanto ci mettessero i centrocampisti avversari. Stop, guardarsi intorno, trovare il compagno (nel 90% dei casi il più vicino), passare la palla. Quattro passaggi che se vengono completati con la lentezza di Parma e Sassuolo, non ci potranno mai e poi mai far pensare di prevalere contro squadre che si chiudono in difesa e che pressano a centrocampo come fanno loro. Mai nella vita.

E torniamo alla conferenza stampa dell’estate scorsa. Perché mentre i titolisti si concentravano sulla battutina, quelli che ci tengono all’Inter ascoltavano altre parti del discorso di Conte. Che parlavano di mentalità aggressiva, di comando del gioco, di intensità del gioco europea. Tre cose che abbiamo visto solo in parte e tutte nella prima metà del campionato. Tre concetti sacrosanti per poter fare un salto di qualità tecnico che prescinda dalla qualità della rosa, tre concetti per i quali si sa che Conte – non un mago tattico, ma un colosso in questi cosiddetti “intangibles” del gioco –  doveva e deve avere come primo compito per il salto di qualità generale a cui la sua gestione è chiamata a fare. Riuscire ad imprimere la propria personalità di gioco che sia una partita di campionato contro una piccola allo stesso modo in cui si scende in campo in una partita di Coppa dei Campioni, ad imporre la propria impronta, come ritmo, intensità, aggressività, capacità di intimorire con queste gli avversari dal primo minuto, e di cambiare il ritmo della partita a proprio piacimento. Le squadre forti – quelle veramente forti – spesso non vincono con l’estetica del gioco ma ti fanno capire dal primo minuto chi è che comanda in campo, chi ha le redini del gioco, e in caso si trovino in difficoltà scendono nel secondo tempo e fanno capire dal primo palleggio che la musica è cambiata. Questo ci sta mancando, purtroppo in maniera a volte anche clamorosa. Poi logicamente si gioca sempre con un avversario ben messo in campo che propone la propria visione della partita, per cui il risultato non sempre arride. Ma queste caratteristiche di squadra sono indipendenti dal risultato.

Voglio anticipare qualche possibile commento sull’argomento. “una volta visto che il traguardo scudetto era andato, psicologicamente qualcuno può aver tirato i remi in barca”. Vorrei anticipare questo pensiero dicendo due cose: la prima, è che mi rifiuto di crederlo perché mi farebbe andare ai matti anche solo il pensare che dei professionisti che si fanno il culo dietro a un pallone da quando avevano 5 anni adesso che sono in serie A in una delle squadre più importanti d’Italia abbiano bisogno di “motivazioni” e che, nel malaugurato caso questo sia vero per qualcuno, che venga(no) accompagnati alla porta il prima possibile. La seconda si ricollega a quello che ho scritto prima, ossia che il compito di motivare oltre il 100% deve venire dalle capacità dell’allenatore e dello staff tecnico e pertanto rientra in quei problemi di atteggiamento generale che devono essere risolti. In ogni caso quello psicologico deve essere il sintomo del problema e non la spiegazione di questa.

Come compiti per casa dobbiamo migliorare la capacita’ di avere soluzioni di gioco adatte a ogni avversario ma soprattutto riuscire ad avere la personalita’ per imporre il nostro carattere dal primo di tutto, indipendentemente dall’avversario.

Questo secondo me è il principale compito a casa per la squadra dopo la partita di Parma. Per tutto il resto, evviva questi tre punti ed evviva il fatto che, nonostante queste falle, siamo riusciti a fare 7 punti su 9, complice il calendario favorevole. Sarebbe un grande peccato non sfruttare questo calendario per poter avere voce in capitolo a metà Luglio quando torneranno gli scontri diretti.

Tzara

Nella vita ha cambiato città, Nazione, lavoro e amori ma l'Inter è sempre rimasta. Non ha molti desideri, ma se riavesse un centrocampo con Veron, Cambiasso Stankovic e Figo non si dispiacerebbe.

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