Bauscia Cafè

Come i treni a vapore

Il costante timore di vivere nel déjà vu, la difficoltà anche di scrivere tre righe su questo blog, il rischio di essere ripetitivo. Lo stato d’animo è questo, ma il pensiero è sempre rivolto alla squadra, quindi capita che mentre sono in macchina dall’autoradio parta “I treni a vapore” di Fossati e anziché lanciarmi in chissà quale elucubrazione sulla vita, io l’associ all’Inter.
Alla speranza e al sogno di tornare noi stessi.

Io la sera mi addormento
e qualche volta sogno
perché voglio sognare
E nel sogno stringo i pugni
tengo fermo il respiro
e sto ad ascoltare

E i pensieri volano, sospinti dalla raffica dei ricordi, da un’immagine all’altra. E poi c’è il derby.
Già, il derby di Milano, ex città-tempio del calcio italiano; di tutto questo, da anni ormai, rimane solo l’opprimente peso del ricordo, indelebile.
Come un libro polveroso in cima allo scaffale, come quel professore che ti guarda con la faccia di chi sa che potresti e dovresti dare di più, come un anziano genitore con lo sguardo stanco che sa che ti stai buttando via.
È vero, ci siamo buttati via, incapaci di gestire il presente e programmare un futuro degno della nostra storia. Noi e loro, i bauscia e i casciavit. Per motivi non troppo diversi e senza nessun altro a cui dare una colpa; come un virus ci siamo consumati pezzo per pezzo, da soli, dall’interno. Imperdonabile.

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Cosa eravamo.

Delle città importanti
io mi ricordo Milano
livida e sprofondata
per sua stessa mano

È difficile ma necessario non mollare, nessuno abbandona davvero questi colori, ma è innegabile che ci sia principio di scollamento tra il tifoso e la squadra, si evince dal calo di spettatori, sia dell’Inter che del Milan in queste ultime uscite. Lo vedo anche dalle reazioni: non ci incazziamo quasi più.
La sensazione è quella tipica dell’abbandono, seguita dalla rabbia e dalla voglia di mandare tutto a quel paese.
I tifosi delusi e scoraggiati sono il fallimento delle società, mai come in queste settimane pare evidente e pesante questo stato d’animo. Squadra, allenatore e tifo mai così distanti, estranei sotto lo stesso tetto.

E se l’amore che avevo
non sa più il mio nome
e se l’amore che avevo
non sa più il mio nome

Questi ultimi anni somigliano più a una Via Crucis che a stagioni sportive. Cantare e portare la croce.
Un via vai di allenatori, fra esperimenti ed esoneri, un quinto posto se va bene e quando il campionato fa proprio schifo, fuori dall’Europa che conta.
Società indebitata che deve presentarsi dai professoroni in Svizzera e filare dritto fino a nuovo ordine. La nota sul registro e accompagnati.
Poso spazio per i sogni di un tempo, di qualsiasi natura. Una sofferenza senza precendenti.

Come i treni a vapore
come i treni a vapore
di stazione in stazione
e di porta in porta
e di pioggia in pioggia
e di dolore in dolore
il dolore passerà

Ma il calcio è bello perché c’è sempre la prossima partita da giocare, parafrasando Hornby. Il calcio è l’unica cosa che mi fa assumere un atteggiamento positivo e di speranza, ecco forse è proprio per questo che il tifo dicono sia un po’ come la fede.
Per questo continuo a sperare di tornare, se non proprio a vincere, a giocarcela per qualcosa d’importante. Siamo cresciuti col ricordo della Grande Inter, abbiamo vissuto il triplete quando fino a qualche anno prima il solo pensarci sarebbe stato da pazzi visionari. Eppure è successo.
Non ci resta che sperare e sognare fortissimo, alla fine questo è quello che tocca a noi tifosi, sperare e tifare. E perché no, sperare che anche l’altra sponda del Naviglio torni ad essere una degna avversaria, perché il derby della Madonnina torni ai fasti di un tempo. E che perdano, sempre.
Sognare di vincere, magari iniziando dal derby. Magari vedendo uno stadio pieno e caldo, anche se saranno più loro, noi saremo sempre dannatamente più belli.

Io la sera mi addormento
e qualche volta sogno
perché so sognare

E mi sogno i tamburi
della banda che passa
o che dovrà passare

E mi sogno i sognatori
che aspettano la primavera
o qualche altra primavera
da aspettare ancora
fra un bicchiere di neve
e un caffé come si deve
quest’inverno passerà

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Python

Sono il direttore artistico di Bauscia Cafè. Clandestino nella matrioska e astioso quanto basta. Quando parlo di Tango mi riferisco solo al pallone, del mio primo allenamento ricordo solo il rumore dei calci negli stinchi.
Odio Bauscia Cafè.

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