“Questo post è stato scritto a quattro mani da Sandro (su Twitter @sanchioz) e da Hendrik v.d. Decken. Ogni insulto generato dallo scritto va diviso equamente tra i due, ci tengono molto”
Nella testa di alcuni tifosi questo dovrebbe essere. Oppure, oltre ad avere entrambi i piedi fatati, una velocità di pensiero che neanche Matrix (Keanu Reeves, non Materazzi) e vedere linee di passaggio che nessun altro giocatore in rosa sarebbe capace di disegnare nemmeno con l’autocad; ecco, già che c’è dovrebbe anche fare il primo pressing in modo efficace, sradicare i palloni dai difensori avversari ma senza farsi ammonire come Barella, tornare in difesa a marcare il saltatore, tele-trasportarsi tra le linee avversarie due decimi di secondo dopo, andare a prendere su i coni dopo gli allenamenti e dare una mano col 730 al resto della rosa.
Se no, beh, allora è uno che non corre. E’ inutile. Non si impegna. In pratica, per non passare da inutile, dovrebbe diventare un incrocio tra Vidal, De Bruyne e Pogba con una spruzzatina di Messi, poi sale e pepe q.b.

Ma chi è Eriksen? Chi è questo giocatore strano che, a sentirne i detrattori, ciondola per il campo con la voglia di vivere del moroso di una influencer in via Condotti durante i saldi? Eriksen è un giocatore ibrido: non è un box-to-box, non è un trequartista. Certo, si potrebbe contestare che si capisce cosa non è, ma di solito, parlando di qualche altro giocatore, si esalta la non-appartenenza a una sola categoria (dicesi “specificità”) dipingendola come un bonus. Eriksen è un regista avanzato ed è anche una mezzala avanzata. Non è un trequartista perché non ne ha le caratteristiche: nel Tottenham, infatti, agiva da mezzala, essendo il ruolo del trequartista coperto da Alli. In carriera, ha agito anche da ala destra e sinistra, da centrocampista avanzato di destra e centrale, e anche dietro la punta unica. In nazionale, generalmente, occupa uno dei 3 posti di centrocampista (di solito a destra). In poche parole, la posizione del danese dipende dal contesto in cui opera e dagli equilibri della squadra, perché quando parliamo di un giocatore dimentichiamo spesso che è una componente, un ingranaggio che va a comporre un equilibrio, e tale equilibrio è sempre relativo. Vediamone il motivo.
Qualsiasi squadra opera in modo complesso e lo fa secondo la filosofia di gioco che le viene data dal suo allenatore. Ci sono allenatori che prediligono il controllo della palla e il gioco orizzontale (Guardiola, per citarne uno), altri che sono disposti a concedere parte di quel possesso e a giocare in modo più verticale (Klopp, per citarne un altro). Il gioco verticale è veloce. Quindi, a meno di non creare 30 occasioni a partita, difficilmente si otterranno percentuali di possesso bulgare. Il gioco orizzontale normalmente è più lento, quindi il numero di occasioni create non è proporzionale alle conclusioni, ma dipende da altri fattori.
Il Barcellona di Guardiola e Messi è stata l’eccezione, non la regola. Prima si trova la regola, poi si giustifica l’eccezione.

Questo secondo dogma si chiama gegenpressing (riaggressione), e viene eseguito per un periodo di tempo limitato e preordinato. Per giocare in questo modo Conte ricorre a due “sistemi”: le fasce sono utilizzate per risalire il campo il più velocemente possibile (dogma #1), essendo di norma meno affollate rispetto alla zona centrale del campo e agli half-spaces; la zona centrale del campo, invece, viene utilizzata per il gegenpressing (dogma #2), per il tiro dalla distanza e gli inserimenti senza palla delle mezzali.
La difesa a tre è ciò che permette a Conte di mettere in atto nel modo migliore questa sua filosofia di gioco, perchè i terzi di difesa possono allargarsi e presidiare le zone rimaste scoperte alle spalle degli esterni, come detto, molto alti (se non vanno addirittura a raddoppiare in sovrapposizione salendo anche loro, come visto spesso fare da Bastoni a sinistra e persino Godin a destra). In tutto questo, gli attaccanti si possono abbassare e “rompere” la continuità della linea di difesa avversarie, lasciando dei corridoi in cui le mezzali si possono inserire, poiché al centro del campo ci sarà comunque sufficiente densità da impedire all’avversario di fare un contropiede senza ricorrere a un lancio lungo. Ecco quindi che, in questo sistema di gioco, i 3 centrocampisti possono venire disposti in più modi:
a) col vertice basso
b) col vertice alto
c) in modo scalato

Esempio a), 3-5-2 classico: Brozovic alle spalle di Vidal e Barella. Il primo funge da regista basso e propone l’uscita centrale mentre i terzi si allargano, costringendo l’avversario a pressare molto alto, la squadra avversaria si sbilancia in avanti o si sfilaccia tra i reparti, e questo ha gli effetti di 1) lasciare molto spazio per un lancio in una zona dove si sfruttano giocatori veloci come Hakimi, Lukaku o Lautaro, e 2) di lasciare spazi intermedi tra i reparti dove si può giocare con relativa tranquillità. In questo sistema è più facile per l’avversario chiudere le uscite e costringere a un lancio, mentre in fase di non possesso i terzi che salgono non hanno copertura, proprio perché il vertice basso è solo uno e non può presidiare entrambe le fasce. Entrambi gli aspetti rappresentano una delle più chiare dimostrazioni del pensiero cruijffiano “ogni svantaggio ha il suo vantaggio”, e in questo sistema sono chiarissimi entrambi.
Esempio b), il 3412 attuale: Barella e Vidal interni alle spalle di Sensi o Eriksen. Il grosso vantaggio di questo modo di disporsi in campo è che, se i terzi di difesa salgono durante lo sviluppo dell’azione, c’è un po’ più di copertura in fascia bassa in caso di palla persa. Essendo in due, infatti, gli interni possono presidiare le fasce. Lo svantaggio è rappresentato invece dal trequartista che toglie spazio all’attaccante che scende. Nel momento in cui Lukaku si abbassa, il belga va nella stessa zona del trequartista. Tecnicamente, nel 352 di Conte il trequartista (come posizione) viene fatto in modo alternato da Lukaku o Lautaro che si abbassano proprio in quella zona, costruendo di fatto un rombo a centrocampo: succede in modo provvisorio durante la gara, ma succede. In questo sistema, quindi, la regia è spostata leggermente più avanti, e quando si esce dalla propria area si hanno come alternative di sviluppo di gioco sia gli esterni sia ben due giocatori in mezzo o nell’half-space. Questo si traduce in una capacità di tenere palla che può evitare di subire quasi automaticamente le infilate avversarie nei momenti della gara dove si rifiata e non si attacca.
Esempio c), centrocampo scalato: questo consiste in un vertice basso, un interno che faccia le due fasi e una mezzala libera. In questo sistema il vertice basso ha compiti più di interdizione che di regia; l’interno ha compiti di incursore e di recuperare sulla palla persa, la mezzala è invece libera di far girare la palla e dare supporto all’attacco, anche lei tramite incursioni in area. Questo sistema è una specie di ibrido, perché diventa come a) in fase di attacco in possesso e come b) in fase di non possesso. Un esempio potrebbe essere Barella o Gagliardini in basso, Vidal o Barella o Nainggolan interno ed Eriksen o Sensi mezzala libera. Questo sistema è stato più volte usato l’anno scorso, quando c’era Sensi, ma poi è saltato perché non c’era un altro giocatore in rosa che potesse fare quel ruolo dopo l’infortunio dell’ex-Sassuolo (il Borja Valero di qualche anno fa sarebbe stato perfetto, faceva esattamente quello).

Spiegato tutto ciò, perché non usare Eriksen da mezzala libera? Perché inventarsi un sistema a vertice alto per metterlo a fare il trequartista (che non è, lo è molto di più Sanchez) senza mettere contemporaneamente in campo altri due giocatori che possano fare i due interni più difensivi?
E ancora: perché non inserire un giocatore, che in anni di Premier dove giocano a ritmi alti, a volte altissimi, ha avuto numeri da primo della classe, perlomeno nella normale rotazione? Le risposte che moltissimi hanno dato sono tante e variegate: ne riportiamo qualcuna con la nostra obiezione, tralasciando quelle palesemente stupide quali “perché è una pippa”: su quelle non sprecheremo neanche un byte.
- Il giocatore non garantisce la copertura in caso di palla persa. Obiezione: ok, ma nemmeno Sensi, che ha il limite fisico della stazza.
- Perché corre poco. Obiezione: in realtà, dalle statistiche delle poche volte che ha giocato 90’, il danese era uno dei primi per distanza percorsa e velocità media. Risulta altresì che nel giuoco del calcio quello che corre dovrebbe essere il pallone. Lo sport in cui si vince e l’unico discrimine è correre di più dell’avversario si chiama, invero, atletica leggera o al limite corsa campestre.
- Perché non si integra. Obiezione: ok, è possibile, ma come tutti al mondo, ci saranno cose che fa meglio e cose che fa peggio, è la sottile differenza che passa tra prendere una caratteristica e farla diventare una possibile soluzione o un sicuro problema. Va anche detto che, se un giocatore gioca solo e sempre qualche minuto o in modo discontinuo, non si integrerà mai, i compagni non lo vedranno mai come un membro stabile o un punto di riferimento. Chi è stato in uno spogliatoio capirà senz’altro, se vuole, se no pazienza.

Ora, in una squadra che gioca il calcio che chiede Conte (intenso, aggressivo, verticale) non si capirebbe come abbia fatto a giocare Brozovic tutto l’anno scorso, uno che corre molto ma ha un’intensità tutto sommato bassa, che è un ottimo giocatore ma nemmeno lui così “contiano”. O Sensi, che pressa molto, non c’è dubbio, ma con i limiti fisici che ha non può fare i miracoli. Sarebbe come chiedere a un playmaker di basket di andare a rimbalzo contro il centro avversario, o a un running-back della NFL di andare a proteggere il quarterback. Si, corre molto Sensi, ma se quello che ti interessa è che sradichi la palla all’avversario e che imponga il fisico allora tanto vale giocare con un labrador, poiché corre molto anche lui.
Da quel concetto di equilibrio spiegato all’inizio che abbiamo cercato di illustrare e motivare modellandolo sull’Inter odierna, si arriva quindi al perché, secondo noi, una squadra formata da 10 giocatori ad altissima intensità fa di solito meno strada di una con 9 giocatori ad altissima intensità e un giocatore di media intensità ma con la lucidità e la creatività che gli altri non hanno. Puoi avere 10 guerrieri, ma la prima volta che ti serve uno scassinatore per aprire una porta chiusa che non puoi sfondare, resti fuori. L’alternativa è avere una squadra assolutamente dominante per il sistema che propone l’allenatore, in modo da imporre il proprio gioco contro chiunque. Tipo quel Barcellona richiamato all’inizio, ma come detto è un’eccezione, non la regola.
Ergo, Eriksen non gioca anche quando è evidente che il problema non sia tattico: ed ecco che entra in gioco il fattore-Conte. Conte è un eccellente allenatore, un grande motivatore, e su molte cose è un assoluto numero uno. Ma come tutti ha anche dei punti deboli, e un grande motivatore può anche diventare un grande demotivatore. Non è certo contrario agli ottimi giocatori, anzi: a patto che li abbia scelti lui e che poi possa prendersi il merito di averli portati, come ha fatto con Lukaku al termine di una finale persa, in cui subito dopo si è parlato di tutto fuorché della finale persa, per l’appunto.

Eriksen non è stata una sua scelta, lo sappiamo tutti, ma in quel momento la società ha preferito cogliere l’occasione. Una società deve ragionare su tempi più lunghi di un allenatore e fare programmazione anche al di là del progetto tecnico: Marotta è maestro in questo. Conte è però sempre l’allenatore che se n’è andato sbattendo la porta da tutte le sue precedenti situazioni, che ha sbolognato su due piedi Diego Costa con un sms, che si è messo contro tutta la Juventus, tutta la nazionale e che si è fatto trascinare in tribunale dal Chelsea.
Il suo carattere è la sua forza, ma anche il suo limite: un uomo così non si piega. Perfetto se fai il soldato, perfetto se fai il sindacalista: ma se fai l’allenatore, vuol dire anche ammettere che la società ha fatto bene ad aspettare per Vidal arrivato a zero e nel frattempo prendere un giocatore-patrimonio come Eriksen, vuol dire passare oltre.
Quest’anno si potrebbe schierare una formazione con un centrocampo di una qualità che non vedevamo da un decennio. Un uomo così quando inserisce ripetutamente un giocatore 10 minuti sta mandando un messaggio preciso, in linea col suo carattere e col suo passato di allenatore, anche se non lo vogliamo guardare: se non l’ho voluto io, non gioca, e se mi tocca gioca comunque poco. Noi possiamo sempre girarci dall’altra parte e far finta di non vedere che Conte è fatto così, o possiamo fare come i suoi fanboy per cui c’è solo il lato vincente della medaglia, l’uomo che non deve chiedere mai, che arriva, aggiusta, e magari bonifica anche un paio di paludi.
Invece, certi patrimoni non si possono sacrificare sull’altare di Narciso, perchè “vincere è l’unica cosa che conta” è il motto che hanno altrove e non deve obbligatoriamente passare per la dimostrazione di una ragione. E non è nemmeno quello il punto esatto, perchè il calcio è un gioco di probabilità e puoi anche vincere senza meritare o perdere facendo benissimo, come ha fatto Conte fino ad oggi.
Si dice che la testardaggine sia il migliore antidoto all’intelligenza. Si dice anche che sia giusto credere fino in fondo nelle proprie idee. Crediamo siano vere entrambe le cose. Ma crediamo anche che, come dicevano i latini, “in medio stat virtus”.


