Dieci anni fa esisteva un inter di Titani, un Inter di Colossi.

Titani, proprio come Prometeo. Capaci di salire sull’Olimpo e rubare dalla Coppa degli dei il sacro fuoco delle stelle, colorando il cielo azzurro di striature nere del colore della notte.
Prometeo, unico tra i suoi fratelli a mantenersi puro e saggio, combattere per gli uomini, per donare loro il fuoco.
La punizione che gli toccò fu terribile. Zeus irritato dalla sfida lanciatagli dal Titano decise di incatenarlo sulla cima di una montagna, lasciato nudo alla tortura di un’aquila, mandata dal padre degli dei a divorare il fegato del Titano di notte in notte.
Così quell’Inter, precipitata in un Tartaro (altra punizione riservata a Prometeo) senza Champions League, pare costretta ogni seconda parte di annata a vedersi su quella alta roccia (le vette dell’alta classifica) solo per riscoprirsi la versione fragile, impotente e misera di se stessa. Punita e brutalizzata dai carnefici di turno, che possono avere la forma dell’aquila (Lazio), ma anche di tanti altri antagonisti ancora meno prestigiosi.
Punizione per aver sfidato gli dei del calcio, 10 anni fa, per essersi seduti ancora una volta alla tavola degli dei dell’Olimpo, facendoli sfigurare, l’Inter pare costretta ad un continuo e doloroso destino circolare. Di notte in notte il fegato di Prometeo si rigenerava, solo per essere squarciato nuovamente dall’aquila sua aguzzina.
Oggi ci troviamo di fronte ad una stagione che per la prima volta non ci vede con l’acqua alla gola a dover sgomitare per un posto in Champions. E questo è un bel passo avanti.
Le difficoltà ci sono e sono in linea con quelle del passato. Si è provato a risolvere in primis inserendo l’uomo forte, in società come sulla panchina. Questo è il momento di tracciare una discontinuità. Discontinuità che parte proprio da un unità di intenti, da un legittimarsi a vicenda e legittimare il mister. Dargli la forza di cui ha bisogno e che in passato non si è potuta accordare, presi nei vincoli del FPF.
Ogni fantasia di un cambio al timone sarebbe un dolorosissimo errore. L’ennesimo ricominciare. Una decisione già presa in passato che non ha sistemato alcun problema. Serve un percorso, da compiere insieme.
E questo vale anche per i giocatori. La società farà le sue scelte. L’Inter di anni difficili ne ha vissuti anche ben prima di quella sera in cui si è seduta gloriosamente nell’Olimpo del calcio. Alcuni giocatori avevano vissuto periodi in cui tutto sembrava allo sbando, sembrando inadeguati o colpevoli. Eppure erano presenti nella notte di Madrid, anche se non nel ruolo di primi violini.

Starà alla società capire e selezionare chi degli ultimi anni difficili ha fatto una risorsa e chi si è incancrenito in una mancanza di ambizioni patologica.
Sarà importante non iniziare l’ennesima sessione di mercato senza l’idea di dover affrontare una rivoluzione. Perché le rivoluzioni sconvolgono una rosa, un progetto. Io vorrei che il pensiero si potesse concentrare solo ed unicamente sulle necessità della rosa e sull’innalzamento della qualità.
Perchè un altro problema di questi ultimi anni dell’Inter è stato quello di assomigliare terribilmente ad un altro “Prometeo”: Frankenstein.
Se il mostro di Mary Shelley si era guadagnato questo parallelismo per il suo rappresentare la paura del tempo per lo sviluppo tecnologico, del sublime incarnato da un dono (proprio come il fuoco offerto all’uomo da Prometeo) che affascina ed atterrisce, l’Inter assomiglia a Frankenstein per la sua natura incoerente e incompiuta. Come il mostro si avvicina all’uomo senza tuttavia fregiarsi dell’armonia, così la rosa dell’Inter, costruita di rivoluzione in rivoluzione, manca di coerenza, risulta grottesca e perennemente incompleta. Inadatta ad affrontare certe situazioni e equivoca nel suo essere spezzata in giocatori adatti a moduli diversi.
Che continuità sia. Che la rivoluzione, per una volta, passi da questa continuità. Sennò, Zeus permettendo, saremo ancora i carnefici di noi stessi.

