La mattina successiva, quella del 2 Febbraio, il tifoso Interista si svegliò di buon mattino al Cherry Tree Inn, sotto le note di I Got You Babe alla radio. Era una giornata fredda e preannunciava tempesta, ma al tifoso Interista non importava, perché quel giorno avrebbe giocato l’Inter contro lo Shakhtar Donetsk, e sarebbe stato l’evento più importante della giornata, prima di ritirarsi a dormire.
La mattina ancora successiva, quella del 2 Febbraio, il tifoso Interista si svegliò di buon mattino al Cherry Tree Inn, sotto le note di I Got You Babe alla radio. Era una giornata fredda e preannunciava tempesta, ma al tifoso Interista non importava, perché quel giorno avrebbe giocato l’Inter contro il Parma, e sarebbe stato l’evento più importante della giornata, prima di ritirarsi a dormire.
Alla fine pure il tifoso Interista due domande se le fa.

Il loop temporale del quale il tifoso Interista è caduto vittima, è multisfaccettato, e si possono osservare distaccatamente tutti questi multiformi aspetti riconoscendosi, a seconda delle proprie pulsioni, in alcuni o tutti di questi. Elenchiamoli, questi aspetti. Prendiamo molto in fretta il controllo del centrocampo, con un possesso di palla continuo; sfruttiamo le fasce con continuità nonostante una colpevole lentezza nel circolare la palla nella zona centrale; facciamo pochissimo movimento senza palla per creare superiorità nella trequarti e stanare le difese posizionali degli avversari; abbiamo un gioco monodimensionale in attacco fatto di passaggi spalle alla porta e pochissime soluzioni verticali rasoterra; nonostante ciò, creiamo caterve di palle gol che non vengono sfruttate; abbiamo una difesa alta e molto efficiente nell’immediato recupero della palla, ma che, come viene elusa la prima linea di guardia, si fa trovare pericolosamente vulnerabile se presa in verticale; non ci viene fischiato un calcio di rigore a partita.
Quindi – dirà chi seleziona alcuni elementi – le cose non vanno male, è soltanto un periodo un po’ sfigato nel quale non siamo bravi a concretizzare tutta la mole di gioco che creiamo e, allo stesso tempo, siamo sfortunati in difesa, dove copriamo con rinnovato equilibrio ma subiamo più nel concreto di quanto in realtà concediamo. Nel volgere di una stagione, per la legge dei grandi numeri, la situazione si dovrà ribaltare per forza, e in ogni caso è sempre meglio creare in quantità per avere più possibilità di fare gol, indipendentemente che un giorno possa girare Benevento, e un altro giorno possa girare Shakhtar. Beh, è vero, ma anche no. Se è vero che il nostro gioco di posizione, quasi indipendentemente dall’avversario, ci fa piantare per 90-minuti-90 le tende nella tre quarti avversaria, dall’altra ci rende incapaci, quasi anestetizzati, di cambiare ritmo alla partita al momento opportuno e, le volte che lo facciamo (come dopo che Gervinho ci fa due gol in un quarto d’ora), non diamo mai l’impressione di avanzare in maniera organizzata, ma piuttosto ci disponiamo in avanti in maniera a volte rabbiosa sì, ma praticamente sempre estemporanea, con azioni che non puoi proprio dire che siano state provate in allenamento confidando troppo nella grande qualità di alcuni singoli piuttosto che in un vero gioco di squadra sempre e comunque. E, in ogni caso, alla fine dei conti, il tabellino parla di 1 vittoria, 4 pareggi e 1 sconfitta nelle ultime 6 partite. Non proprio lusinghiero per chi deve già inseguire sia in campionato che in coppa. E non è “solo” fine Ottobre, è “già” Novembre, visto che si gioca una volta ogni tre giorni.

Allora le cose vanno male, lo sentivo io – diranno altri, che avranno selezionato altri elementi – questi continui piccoli o grandi stop sono tutti segnali di un gioco troppo statico, troppo orizzontale.. Dove sta il ritmo del gioco? Dove la qualità offensiva? A che pro si mandano 6-7 calciatori, di cui alcuni difensori, in fase offensiva, se poi manca il movimento senza palla, mancano le sovrapposizioni, e la varietà del gioco offensivo volte a disorientare finalmente le difese avversarie? Questo è vero, così come è vero che alla fine, checché ne pensino i giocolieri del numero, il calcio si presta molto meno di altri sport ad essere raccontato con i numeri, e l’unico, vero numero predittore dell’andamento di una partita è sempre, solo, il risultato finale. Ma è anche vero che nell’arco di 90 minuti chi vince le partite è, spesso, chi tiene il possesso della palla per più tempo; chi la recupera più velocemente dagli avversari; chi subisce meno tiri; e chi riesce a tenere un baricentro alto. Ed è oggettivo che noi sappiamo far bene tutte queste fasi. Fin dalla prima partita con la Fiorentina ci siamo caratterizzati per un alto possesso del pallone, per un baricentro altissimo e per la capacità di pressare l’avversario entro i primi 2-3 secondi dalla perdita del possesso di palla, spesso andando a chiuderlo sulle fasce grazie all’azione dei D’Ambrosio o Bastoni di turno. Nei due recenti pareggi dove abbiamo subito due gol (Moenchengladbach e, ieri, Parma), abbiamo subito, in totale, due e tre tiri in porta. Firmerei per stare tutto il resto dell’anno a subire 2.5 tiri in porta nelle mie peggiori partite. Firmerei ovviamente di meno per una percentuale di realizzazione avversaria dell’80%, ovviamente. In quale modo, nel lungo termine, questo può essere un lato negativo del nostro gioco? Poi, come detto, questo ci garantisce di vincere “spesso”. Mica sempre. Però, a parità di condizioni, tener palla noi è sempre meglio che averla gli altri. E questo lo sappiamo fare molto bene.
Dobbiamo essere squadra. Squadra significa giocare bene, attaccare e difendere, ma anche saper cambiare ritmo al momento opportuno, saper prevalere sull’avversario, saper cambiare a seconda del momento, e saper reagire, sia con i singoli che con il gruppo. Ancora pochino si è visto, finora.
Siete confusi, eh? Vi confido una cosa: queste opinioni sono entrambe vere. Sono Giano bifronte della nostra Inter. La ricetta per farle convivere entrambe, esaltando i pregi e nascondendo, a sé stessi ma soprattutto agli avversari, i difetti, si chiama equilibrio. Si chiama squadra. Che è il motivo per il quale al lato del campo dove scorrazzano i calciatori, c’è un allenatore. E che e quella cosa che, prima o poi, diventeremo con continuità. Ma non siamo ancora.

