Non ho potuto assistere in diretta al lunch-match di domenica, quindi ho dovuto stropicciarmi gli occhi più di una volta per capire che quello 0-7 sullo schermo della mia tv non era un refuso, ma il risultato finale del Mapei Stadium.
Il resto l’hanno fatto i titoli demenziali dei vari programmi sportivi, tra i quali spiccava un mirabolante “Le 7 meraviglie di Mazzarri”. L’ottava invece è tutta di Walter e lo accomuna a Mudingayi. A voi scoprire quale sia. Vi aiuto: non è un idrante.
Sette gol fuori casa sono sempre una dannata impresa sportiva, a prescindere dall’avversario (a meno che non sia un amichevole contro l’Allegra Combriccola Svincolati del Trentino, che in questo momento probabilmente darebbe del filo da torcere al povero Sassuolo), e che li abbia segnati un’Inter in formato sbarazzino ma ultracompatto non può che farci piacere: la cosa più bella è stato vedere come praticamente ogni gol, eccezion fatta per la perla balistica di Cambiasso, sia nato dalle regole più elementari del giuoco del calcio.
Accelerazione sulla fascia-palla al centro-tap in vincente o verticalizzazione-conclusione a rete-ribattuta dopo respinta miracolosa del portiere: due classici, che però vedi soltanto quando la squadra comincia ad avere le idee chiare e tutti sanno cosa fare.
Ecco, l’impressione più bella lasciata dall’Inter vista a Reggio Emilia è proprio quella di undici giocatori che sanno esattamente cosa fare in qualsiasi situazione: fatta la tara all’inconsistenza avversaria, ho visto pochissimi passaggi sprecati, nessuna accademia e concentrazione costante fino al novantesimo minuto. Perfino Cambiasso è sembrato a proprio agio, ma i ritmi compassati non saranno una costante di questa stagione. E un Ricky Alvarez da enciclopedia del calcio, anche se questa, fortunatamente, non è più una novità. E speriamo rimanga una sana abitudine più a lungo possibile.
Un bell’upgrade se paragonato all’immobilismo e allo smarrimento di tante, troppe partite viste lo scorso anno, con avversari certo non più forti dei neroverdi di Di Francesco, che non possono essere la squadra molliccia, rintronata e sconfortante vista domenica.

Al resto ci hanno pensato i tanti opinionisti della fungia che infestano salottini e studi televisivi vari, tra un “4 gol dell’Inter erano irregolari”, “è un’Inter poco spettacolare” – ne faremo 87 la prossima volta, per sfatare il mito – e “il Sassuolo è pur sempre una neo-promossa” (infatti la Juve contro il Verona ne ha messi 15, tutte reti di rapina ovviamente e un tupé-in di Conte da due passi). A minimizzare ci pensiamo da soli, i fari spenti sono e dovranno essere una costante di questo campionato: solo così possiamo mantenere alta la tensione fino alla fine.
Giovedì sarà un nuovo, importante banco di prova per la banda Mazzarri: arriva una Fiorentina che si è subito scrollata di dosso l’infortunio di Mario Gomez ed è andata a vincere anche a Bergamo, non senza fatica ma confermando di avere talento, un’ottima qualità ed una struttura di gioco già ben plasmata, grazie anche a quel brav’uomo di Montella. Sarà l’occasione per misurare ancora una volta le nostre ambizioni, capire quanto la quadratura del cerchio sia efficace e se davvero questa squadra, libera dal fardello europeo, possa continuare a sgambettare avversarie col ghigno furbastro di chi vuol giocarsela con tutti senza illudere, badando solo al sodo.
Abbiamo salutato con enorme piacere il ritorno al calcio e al gol di Diego Milito, arma in più notevole per affrontare al meglio i tanti scontri diretti che ancora ci attendono: la mia unica paura, in questo momento, è che un Principe ad altissimi livelli possa definitivamente tarpare le ali ai bravi Icardi e Belfodil. Confido nell’intelligenza di Mazzarri, nella coppa Italia e nella necessità di salvaguardare il fisico di un 34enne che può ancora regalarci molti sorrisi.
