Ferguson contro De Canio – vol.1

Da quasi quattro anni a questa parte l’Inter fa schifo, e i suoi tifosi non sanno più a chi dare la colpa. E’ l’allenatore che è un cialtrone; no, sono i dirigenti che non ne azzeccano una; è quel barbagianni del presidente; è il sistema; o il palazzo; forse il condominio; l’ascensore; il portone che rimane sempre aperto; quell’odore un po’ così che si sente da quando ci sono gli inquilini nuovi; le piantacce in cui inciampi sempre scendendo le scale. O magari la vecchia del piano di sotto?
Di fronte a tutte queste possibilità, il tifoso si spiazza: c’è bisogno di una guida che aiuti il pubblico a orientarsi, fornendogli le basi teoriche necessarie a scagliare le proprie ingiurie con sufficiente cognizione di causa. E’ solo così, alfabetizzando gli improperi, che potremo giungere – col tempo, e con tanto lavoro – ad un accordo unanime col quale identificare il reale, unico ed autentico responsabile delle recenti disgrazie interiste, e poi organizzarci per andare tutti insieme a fargli la festa.

In modo da poter contribuire attivamente a questo ambizioso progetto, ho deciso di approfondire alcune questioni di ambito tecnico che mi stanno particolarmente a cuore, e di condividerle qui con voi.
(dico seriamente, eh)

La prima di queste riguarda una sorta di dilemma uovo-gallina che si presenta continuamente nei dibattiti calcistici, ossia:

è più importante l’allenatore o la rosa?

Più precisamente: esiste una sorta di primato/priorità dell’allenatore rispetto al gruppo a sua disposizione, oppure è quasi esclusivamente dalla qualità di questo che dipendono le sorti della squadra? Una rosa di basso livello, come potrebbe essere il Chievo di quest’anno, otterrebbe grossomodo gli stessi risultati sia con Gigi De Canio che con Alex Ferguson?

Gran parte dell’opinione pubblica tende ad assegnare un primato assoluto alla qualità dei giocatori a disposizione, e quindi a rispondere in modo affermativo all’ultima domanda. E’ inutile ingaggiare un grande allenatore se poi gli si mette a disposizione una banda di brocchi: non c’è molto che lui possa fare.
Analizzando i risultati negativi di gruppi di atleti di scarso livello, si è spesso portati ad affermare qualcosa in linea con

“ma con quei giocatori lì, che cosa vuoi fare”

Ebbene, io ritengo che questa posizione sia assolutamente sbagliata, figlia di una concezione “medievale” e riduttiva del ruolo dell’allenatore screditata – a voler esser buoni – già a partire dagli anni ’60.

Innanzitutto, “ma con quei giocatori lì, che cosa vuoi fare” è un’osservazione che al massimo può andar bene per una dissertazione tra bacucchi al Circolo – i quali, infatti, non fanno altro che ripeterla – o per un’analisi di Collovati, che la enuncia mentre si gratta le palle e sciorina qualunquismo dozzinale alla Domenica Sportiva, con Paola Ferrari che lo segue a ruota.
(sciorinando anche lei qualunquismo dozzinale, non grattandosi le palle)[1].

Tanto per cominciare, molto spesso una considerazione di questo tipo non significa assolutamente niente: in realtà, ciò che con essa si intende non è “con quei giocatori c’è poco da fare”, bensì “con quei giocatori lì io non saprei cos’altro fare”[2]. Nonostante le pretese di oggettività, dunque, questa altro non è che una soggettiva ammissione di incapacità, che ovviamente non ha alcuna valenza (dato che, solitamente, non viene pronunciata da tecnici di livello internazionale o da persone che possiedono le capacità necessarie per “sapere cosa fare”). Il “ma con quei giocatori…” di Collovati e quello pronunciato al bar o scritto su un blog non valgono più di un giudizio sulla possibilità di conciliare la teoria della relatività con la teoria dei quanti firmato da Oba-Oba Martins.

Per addentrarci meglio nella discussione, riprendiamo l’esempio cui ho accennato all’inizio, ossia la possibilità di una divergenza di rendimento nel caso in cui si affidasse un ipotetico Chievo a Ferguson piuttosto che a De Canio.

Il duello

Il duello

Immaginiamo per un attimo che il rubizzo Alex, stancatosi di stare tutto il giorno ai giardinetti tra passeggini e merde di cane, si faccia effettivamente stregare dal progetto propostogli da Campedelli e ricominci una nuova vita a Verona.

(ovviamente, in questo esempio Ferguson è ancora il formidabile tecnico che noi tutti conosciamo; non sono ammesse ipotesi di senilità)
Ora, questa è chiaramente una boutade e può far sorridere, ma fino a un certo punto. La storia del calcio, infatti, è piena di esempi di grandi allenatori che hanno deciso di prendere in mano una piccola squadra, come il Chievo di turno, e che con essa hanno poi costruito imprese leggendarie. Si pensi, per cominciare, al lavoro di Brian Clough, partito due volte dalla seconda divisione inglese (con Derby County e Nottingham Forest) e arrivato a conquistare campionati e Coppe Campioni con società che non avrebbero potuto ambire a traguardi simili nemmeno nei loro sogni più sfrenati; allo stesso Ferguson, capace di dominare in Scozia col suo Aberdeen rompendo l’egemonia Celtic-Glasgow (unico a riuscirsi negli ultimi 50 anni) e di battere il Real Madrid in una finale di Coppa delle Coppe. Per spostarci ai giorni nostri, si può considerare il lavoro di Klopp col suo Borussia, passato in due anni dalla zona retrocessione ai titoli nazionali e ai grandi palcoscenici europei.

Notiamo subito, dunque, come la nostra affermazione da bar sia effettivamente molto riduttiva. Se Brian Clough, al primo allenamento del Derby County, vedendo palleggiare Roy McFarland ed ammirando una scarpata di Ron Webster avesse pensato “ma con quei giocatori lì, che cosa vuoi fare” , la storia del leggendario primo (e poi del secondo) titolo dei Rams non sarebbe mai stata scritta, e avrebbe lasciato spazio alla storia della tranquilla salvezza in 2nd Division conquistata con un bel pareggio sul difficile campo del Doncaster.

Gli esempi riportati qui sopra, quindi, possono effettivamente lasciar pensare che un Chievo scottish-style di Ferguson otterrebbe – e sin dalla prima stagione – risultati decisamente migliori di uno made in Matera guidato da De Canio.

L’obiezione che al bar viene naturale, in questi casi, è
“Ma quindi, con l’arrivo di Ferguson al Chievo, Hetemaj, Sestu, Dramè e compagnia bella si trasformerebbero improvvisamente in grandi giocatori? Ferguson insegnerebbe a Bentivoglio a fare doppietta tutte le domeniche?”
Ovviamente no. Il lavoro di Ferguson, però, permetterebbe a Hetemaj, a Sestu, a Dramè e a tutti gli altri scarponi di scendere in campo in un contesto che esalti i loro pochi pregi e nasconda i loro tanti difetti, valorizzando al massimo il loro potenziale. L’organizzazione di gioco è uno straordinario moltiplicatore, all’interno del quale un giocatore può vedere aumentato sensibilmente il proprio rendimento (a tal proposito, provate ad immaginare quali potrebbero essere le prestazioni di un giocatore come Kovacic all’interno di un contesto altamente organizzato e moderno – lascio individuare a voi i possibili esempi – , e paragonatele a quelle che sta fornendo ora nell’Inter) . Mi è facile pensare che il lavoro di Ferguson fornirebbe al suo Chievo un’organizzazione molto più efficace di quella approntabile dal rivale De Canio, e che quindi metterebbe i giocatori in condizione di rendere molto di più. Ciò non significa che Ferguson potrebbe portare a Veronello la stessa tattica utilizzata a Manchester, chiedendo a Paloschi di coprire 70 metri di campo alla Rooney, ma che farebbe giocare i suoi “il più alla Ferguson possibile” rispettando le loro caratteristiche.
Un grande allenatore, infatti, è tale anche perché individua con facilità il modo più coerente per schierare in campo i suoi uomini; se questo coincide anche col suo sistema di gioco preferito, bene, altrimenti ne stilerà uno nuovo, fatto su misura per gli elementi a sua disposizione. Già questo aspetto, preso singolarmente, è in grado di influenzare in maniera importante il rendimento della squadra; come è diventato ormai banale ricordare, forzare i giocatori a interpretare un sistema di gioco che non è nelle loro corde produrrà inevitabilmente degli equivoci, che sommandosi tra loro impediranno al gruppo di esprimersi al meglio delle proprie potenzialità e di ottenere buoni risultati.

A tal proposito, per esaminare un caso limite, consideriamo la formazione schierata da Gasperini in un famoso Novara-Inter di un paio di stagioni fa:

INTER (3-4-3): Julio Cesar; Lucio, Ranocchia, Chivu; Zanetti, Cambiasso, Sneijder (22′ st Zarate), Nagatomo; Forlan (1′ st Pazzini), Milito, Castaignos (1′ st Obi).

Ora, senza voler per forza sparare sulla Croce Rossa, ci si potrebbe chiedere: quanti dei giocatori in campo occupavano un ruolo consono alle proprie caratteristiche? Il materiale globale a disposizione era adatto a mettere in pratica efficacemente un modulo come il 3-4-3? Era questo il modo migliore per schierare in campo la squadra?

[e con questo dichiaro aperto il giochino del “trova le differenze”]

È proprio di fronte a casi del genere che osservazioni come “ma con quei giocatori lì, cosa vuoi fare?” perdono del tutto la loro legittimità. “Con quei giocatori lì” si può innanzitutto evitare di applicare un sistema di gioco scellerato che non è in alcun modo compatibile con le loro caratteristiche; già questo permette di tracciare un enorme solco tra gli allenatori che sono in grado di derogare al proprio credo di base e tra i fondamentalisti che, qualsiasi sia la squadra a loro disposizione, dalla Scafatese al Real Madrid, lavoreranno sempre e solo sula stessa organizzazione di gioco e sullo stesso, rigidissimo sistema (o modulo, che dir si voglia). Il che, oltretutto, rappresenta una vera e propria disgrazia nel caso in cui l’organizzazione e il sistema in questione siano tutt’altro che geniali e brillanti.

Se l’elasticità per quanto riguarda l’organizzazione di gioco è molto relativa (ogni allenatore ha il proprio credo e la propria filosofia, e sono questi aspetti che lo differenziano dagli altri tecnici; se li modificasse in continuazione, non mostrerebbe nient’altro che incertezza), quella del sistema deve essere assoluta, pena il rischio di disastri come quello di Novara. Stanti certi principi e idee di base, il modo in cui si dispone la squadra in campo non può che dipendere strettamente dai giocatori che si hanno a disposizione. Citando Van Gaal,

«Ho giocato col 4-3-3 quando ero all’Ajax, col 2-3-2-3 al Barcellona e col 4-4-2 all’AZ. Sono flessibile. La filosofia, però, rimane la stessa. […] L’allenatore è il punto di riferimento della squadra, ma deve avere una mente aperta, così come i giocatori» [3]

E’ inutile, allora, dire che la rosa a disposizione di Gasperini era di livello mediocre, e accantonare così la questione esonerandolo (relativamente) da colpe. Nonostante tutti i suoi problemi, quella squadra poteva rendere notevolmente di più di quanto non facesse sotto la guida tecnica dell’attuale tecnico genoano. Magari  (o, anzi, quasi sicuramente) l’Inter così com’era a settembre 2011 non avrebbe vinto il campionato, ma un allenatore di alto livello l’avrebbe portata ad avere un rendimento quantomeno consono alle proprie possibilità  – che, penso, erano tali da permettere risultati e prestazioni migliori rispetto a quella di Novara o a quella in casa col Trabzonspor-  ed avrebbe indicato alla società il percorso da intraprendere per migliorarla di anno in anno.

Fine prima parte

Note:

[1] Quelle se le gratta quando è da sola in camerino.

[2] Lo so bene che non sapresti cosa farci con quei giocatori, Collovati: c’è un motivo se il massimo a cui puoi aspirare in ambito calcistico è fare da contraltare alle battutacce di Gene Gnocchi.

[3] Van Gaal: My football philosophyfifa.com, 7 gennaio 2008

P.S.: il post era parecchio lungo, quindi ho deciso di dividerlo in due parti. La divisione è puramente arbitraria: ogni parte, presa da sola, vede il suo significato sensibilmente ridotto.

About Grappa

Il mio sogno è vedere Klopp a San Siro con una tutaccia nerazzurra che si fa espellere ad ogni partita per aver staccato la testa al quarto uomo. Passo il mio tempo a ciarlare di santoni calcistici o presunti tali, ma in realtà mi ispiro a Fassone. Inoltre faccio una carbonara che te dico fermate.