Il DNA Europeo

E’ così che lo chiamavano i ciarlatani della Milano che retrocede, quando accumulavano vagonate di punti di ritardo in campionato salvo poi miracolosamente “risorgere” in Champions. Si erano inventati questa balla -una tra le tante- del DNA Europeo e c’era addirittura chi gli credeva, arrivando a sostenere che al solo ascoltare le note della Royal Philarmonic Orchestra i giocatori rossoneri si rigenerassero, trovando le energie perdute necessarie per vincere le partite. Di più: ancora oggi -con un fantasmagorico score di 6 vittorie nelle ultime 20 partite giocate- non perdono occasione per rilanciare questa storiella. E ancora oggi c’è chi gli crede.

Il DNA Europeo.

Beh, sapete cosa? Il DNA Europeo oggi ce lo abbiamo noi.
E’ evidente, no? 9 punti in 4 partite di Champions, 8 punti in 9 partite di campionato, ma non c’è problema: siamo bellissimi, fortissimi, meravigliosi e con un gran futuro davanti. E’ solo che se non sentiamo la musichetta non ci attiviamo. Usiamo il campionato come allenamento per le fatiche europee dove -si sa- c’è la vera competizione: se una Champions vale 10 Scudetti allora una partita di Champions ne vale almeno 10 di campionato. Anzi ancora di più, visto che in campionato si giocano più partite che in Champions. E quindi siamo meravigliosi anche noi, con il nostro nobile DNA Europeo.

Ecco: se fossimo milanisti -e grazie al cielo non lo siamo- oggi leggeremmo concetti simili sulle pagine di questo blog.

Balle.

Balle per ciarlatani, pronunciate da imbonitori di folle e recepite, mandate a memoria e ripetute identiche a sè stesse da gonzi senza più un briciolo di cervello.

Non va tutto bene. Contro il Lille l’Inter ha mandato sicuramente segnali confortanti, giocando una partita semplice, sicura, ordinata e portandola a casa senza affanni, se non quelli derivanti da un errore individuale completamente slegato dalla prestazione della squadra: passi avanti enormi rispetto a quanto visto pochi giorni prima con la Juventus e, in generale, in questo primo quarto di campionato che ci siamo lasciati alle spalle. Però le differenze fra Champions e campionato -nelle prestazioni, oltre che nei risultati- sono troppo marcate per fare finta di niente, per lasciarle scorrere come se niente fosse facendosi belli con uno slogan da tv commerciale. A cosa sono dovute?

Troppo comodo -e semplicistico- trincerarsi dietro le diverse prestazioni arbitrali. E’ innegabile che fra gli arbitri della Champions e quelli che allietano i pomeriggi italiani ci sia un abisso veramente imbarazzante non tanto dal punto di vista della competenza e della “bravura”, quanto piuttosto da quello dell’approccio mentale alle partite, della serenità con cui in Europa riescono a gestirle, della capacità -sconosciuta nei nostri confini- di applicare semplicemente il regolamento utilizzando un metro univoco e lineare dal primo minuto al novantesimo. Ma non è un fallo fischiato a Pazzini -o meglio: non è SOLO un fallo fischiato a Pazzini- che può stravolgere in questo modo prestazioni e risultati da un campo a un altro.

Il livello degli avversari? Non scherziamo. Nonostante i tentativi di sminuirne il valore operati -anche da queste parti- da chi non riesce ad esaltare i meriti della propria squadra neanche sotto tortura, in nessun modo l’OSC Lille e il CSKA di Mosca possono essere messi sullo stesso piano, o addirittura più in basso, di una Atalanta o di un Chievo Verona. Sono semmai ai livelli di una Juventus, ma questa considerazione non fa che rendere ancora più palesi le differenze di rendimento dell’Inter tra campionato e coppa.

Una terza spiegazione potrebbe essere nell’atteggiamento mentale dei nostri avversari: mentre in Italia il ridimensionamento dell’Inter è vissuto da tutti -avversari compresi- giorno dopo giorno, le difficoltà attuali sono sotto gli occhi di tutti e, soprattutto, da più parti si aspetta di poter danzare su un cadavere tanto atteso, in Europa l’atteggiamento delle altre squadre è diverso e indubbiamente risente ancora del “peso” del Triplete. Fra Lille e Mosca le dichiarazioni di ammirazione per l’Inter si sono sprecate: Rudi Garcia, Pedretti, De Melo, Slutsky, Dzagoev…ne abbiamo sentiti tantissimi dopo le sconfitte parlare di “squadra superiore”, “di grande esperienza”, addirittura “di un altro livello”. L’Inter è la squadra che porta sul petto lo scudo riservato ai Campioni del Mondo, è la squadra che poco più di un anno fa faceva inginocchiare ai suoi piedi i  Campioni nazionali di mezza Europa, è una squadra -soprattutto- che di mestiere ed esperienza riesce ancora a far fruttare a dovere situazioni di vantaggio e a far pesare il proprio status su avversari meno “nobili”.

Ma c’è dell’altro, ancora. Non bastano gli arbitri, non bastano gli avversari a giustificare le differenti prestazioni dell’Inter: bisogna parlare anche dei giocatori. Con 31 anni 10 mesi e 17 giorni, l’undici sceso in campo contro il Lille ha stabilito il poco invidiabile record di formazione dall’età media più alta nella storia della Champions League. Eppure ha vinto e, possiamo dirlo, convinto decisamente di più di quanto non sia riuscita a fare in una qualsiasi partita di campionato. E’ il segno -evidente- del fatto che quelli che rappresentano la causa di questa crisi di risultati dell’Inter sono anche paradossalmente gli unici che possono rappresentarne la soluzione. Parliamo ovviamente dei giocatori più “anziani”, di quelli che in campionato vengono spesso additati come un peso. Senatori spremuti da mille battaglie e ripagati da ancor più vittorie i cui muscoli -di seta- e le cui teste -stanche- non riescono più a sostenere l’impegno costante e logorante del campionato. Ma allo stesso tempo giocatori abituati a vincere tutto e a lottare per gli obiettivi più importanti, dotati di classe sopraffina e intelligenza tattica superiore, che sulla partita secca non si sentono certo imbattibili, ma in grado di giocarsela con chiunque, senza eccezioni, sicuramente sì. Ed ecco che lo Zanetti bolso ed asfittico visto in campionato si riscopre per 90 minuti terzino destro degno del miglior Maicon, come non è stato neanche a 25 anni. Ecco che Walter Samuel stringe i denti e rientra per la “sua” Champions chiudendo a doppia mandata la “sua” difesa, al punto da essere libero di lasciarla sguarnita e avanzare per segnare il primo gol. Ecco che Diego Milito non si ferma davanti al più clamoroso degli errori -come aveva invece fatto con l’Atalanta- ma prova e riprova, insiste, si sbatte deciso a non passare quella palla per nessun motivo al mondo, non prima di averla spedita in fondo alla rete. E un identico discorso si può fare per tanti altri: da Cambiasso a Stankovic fino ad arrivare a Julio Cesar, a volte indeciso in campionato ma decisivo ai limiti dell’inimmaginabile in Europa, con gli avversari che non riuscivano a segnare neanche da un metro e in fuorigioco.

Le chiamano motivazioni, ma forse sarebbe più giusto chiamarlo istinto di autoconservazione: mantenere le energie per i momenti importanti e sfoderarle tutte insieme solo in determinate circostanze. Non coscientemente, non operando una scelta a tavolino, ma in maniera del tutto inconscia, inconsapevole. Ritrovare, in certe partite, energie che si ritenevano perdute, sepolte. Ritrovare la voglia, la volontà di spingersi oltre il limite della “fatica” che difficilmente si sopporta in altri match. Un’osservazione banale, nel vedere questi ragazzi giocare ancora in questo modo, è che se potessero riposare di più e concentrarsi davvero -coscientemente- su un numero inferiore di partite le loro prestazioni ne guadagnerebbero ancora.

Ecco: perchè non farlo sul serio, allora?

Perchè non gestire il turnover in maniera mirata, conservando il più possibile i senatori per le partite di cartello, la Champions League, i “loro” palcoscenici e lasciando invece spazio ai giovani con convinzione e continuità nelle altre partite? Perchè -per esempio- non dire chiaramente che Ranocchia è il titolare in campionato e Lucio e Samuel giocano in Europa, che la fascia sinistra è di Nagatomo in Italia e di Chivu in Europa, che in campionato Obi le giocherà tutte o quasi e di fianco a lui troveranno spazio Alvarez e Poli, mentre in Champions lasceranno il palcoscenico -inchinandosi- ai loro Maestri? E’ così assurda come soluzione? Non si tratta ovviamente di avere due rose distinte o una gestione separata delle competizioni: gli infortuni, il normale turnover e le scelte tattiche farebbero sì che la commistione sarebbe tanta, inevitabilmente. E tuttavia, non ne guadagnerebbero tutti? I senatori vedrebbero preservate le loro forze, i giovani aumenterebbero il minutaggio, l’Inter otterrebbe probabilmente migliori risultati anche in Italia. Perchè non tentare?

Questa è la parte giusta di Milano. Noi del DNA Europeo non sappiamo cosa farcene, davvero.
Ci godiamo le vittorie, ma ne vogliamo sempre di più. E le panzane su partite che valgono dieci volte più delle altre non le beviamo.

Noi siamo l’Inter.

E vogliamo esserlo sempre, non a corrente alternata.

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.