Metà giocatore e metà mito

Inizia così una lunga intervista che La Gaceta di Tucuman fa a Javier Zanetti: metà giocatore e metà mito. Un giocatore con tantissimi record nel calcio nazionale ed internazionale. Una statua vivente per l’Inter, anche se la sua storia con la Selecciòn ha avuto alti e bassi. Il suo sorriso e la sua gentilezza sono stati il tratto comune sin dal suo passato di ragazzino, quando ha attraversato l’oceano per non tornare mai più. E anche se il suo corpo ha mantenuto lo stesso aspetto di un tempo, c’è stato un gran cambiamento nella sua testa. La sua memoria, una volta vergine, oggi è piena di ricordi e di esperienze che fluiscono liberamente, senza alcuno sforzo.

Tra esperienze nella vita e sul campo da gioco, tra tanta Inter e tantissima Nazionale, ecco il testo integrale dell’intervista, tradotta da FcInterNews:

1) E’ complicato per te scegliere il miglior momento della tua carriera?
“E’ difficile, ne ho avuti diversi. Il debutto in Prima divisione argentina, il debutto nella Nazionale argentina, il passaggio all’Inter. E il giorno che ho alzato la Champions dopo aver sconfitto il Bayern Monaco, nel 2010. Un momento unico, quest’ultimo, speciale, erano 45 anni che un club come l’Inter non arrivava a vincere una Champions. E avere il privilegio di essere il Capitano e di alzare quella Coppa in quella notte, è un qualcosa difficile da eguagliare”.

2) Che ricordo hai del debutto in Prima divisione argentina?
“Mi emoziono tutt’ora, quando ci ripenso. C’era il tutto esaurito perché il Banfield tornava dalla B alla Prima Divisione, ci toccò il River Plate come rivale. Ricordo che me ne stavo ansioso nello spogliatoio, il gruppo era concentrato verso quello che si trovava davanti da affrontare”.

3) Ti sarebbe piaciuto, forse, giocare più a lungo nel calcio argentino?
“Sì, certo, però non mi pento di aver fatto subito il salto perché ero pronto. Se le cose sono andate così, giocare nel calcio italiano e nell’Inter era un’opportunità impossibile da migliorare per me. Adesso che il tempo è passato, non posso lamentarmi. Nella vita non puoi avere tutto. Ho una carriera internazionale sin da giovane e parte del prezzo da pagare è proprio dover lasciare il paese natale molto presto. Io la vedo così”.

4) Il tuo primo contatto con il mondo del calcio.
“Ero un bambino quando ho ricevuto il primo regalo che ricordo, fu un pallone. Nel piccolo parco di casa passavo il tempo facendo sbattere quel pallone contro la parete. Così, sognavo dribbling e gol. Quel patio fu un piccolo grande mondo. Mio fratello giocava ed era più grande, un riferimento per me, mi è subito piaciuto troppo giocare a pallone, in famiglia lo capirono”.

5) E’ verità o mito che tuo padre ti disse di lanciarti nel mondo del calcio mentre lavoravi con lui e alzavate un muro?
“Lo aiutavo sempre nel suo lavoro, il muratore. E un giorno, quando dissi ai miei amici che non potevo andare a giocare perché dovevo dare una mano al mio papà, lui mi disse che se il calcio mi piaceva così tanto dovevo effettuare un provino in un club professionistico. Avevo appena compiuto 10 anni”.

6) La decisione più difficile della tua vita.
“Accettare il trasferimento in Italia. Ero molto giovane, appena 19enne, significava un cambiamento tremendo. Un altro paese, un’altra lingua, poca esperienza. Fu difficile e duro all’inizio. Oggi, mentre dico che fu una scelta difficile, posso affermare anche che è stata una delle scelte migliori della mia vita”.

7) Ricordi in particolare qualcosa che ti ha fatto comprendere la grandezza dell’Inter come istituzione?
“Quando arrivai, ho dovuto iniziare una vita nuova. Ripeto, altra gente, altri luoghi e poi la lingua diversa. Un altro calcio da giocare, in un club enorme, sempre obbligato a vincere. Il centro di allenamento ti può spaventare per quanto sia fantastico, poi Milano è una città che devi conoscere. Ci furono tante cose che per fortuna ho assimilato subito e che mi hanno fatto crescere di colpo. Mi adattai in maniera eccellente, quasi come se fossi uno in più degli italiani”.

8) Inter-Milan è simile a…
“Al clásico per eccellenza. Da noi abbiamo Boca-River, solo questa gara ha la stessa importanza, però lì è tutto chiuso in una sola città. Tutto si trasforma, la settimana è vissuta sui giornali, televisioni e radio solo per il derby di Milano. Pare che alla gente non importi nient’altro che il risultato finale di quella gara”.

9) Quale momento sportivo non augureresti a nessuno.
“Il Mondiale del 2002, in Corea e Giappone. Quel Mondiale fu una spina profonda. Ci buttarono fuori talmente presto che mi fa ancora male. Nessuno pensava potesse finire così, avevamo una squadra perfetta per aspirare alla vittoria finale. Anche se questa frase la diciamo sempre, nel calcio capitano queste cose. Non si può spiegare in un altro modo”.

10) Mondiale 2006 o Mondiale 2010, quale assenza ti ha ferito di più?
“Non ho capito cosa avevo fatto di male in entrambi i casi. Ancora oggi, che questo argomento è superato, non so quali ragioni siano alla base delle mie esclusioni. L’importante è che io abbia fatto il massimo per guadagnarmi un posto, questo dipendeva al 100% da me e l’ho fatto. Poi, il resto delle decisioni erano di altri e in questo terrreno non posso metterci piede. Furono entrambe esclusioni dolorosissime, un Mondiale è il massimo…”.

11) Una virtù alla base della tua carriera?
“Fuori dal campo, la costanza per allenarmi, senza dubbi una caratteristica che mi contraddistingue e mi permette di continuare a giocare a questi livelli a un’età poco frequente. Devo ringraziare la genetica ereditata da mamma e papà, questa è la chiave, io non ho meriti. Faccio del mio con una buona alimentazione sin da giovane. Se poi aggiungo la fortuna di non aver avuto infortuni, posso correre come sempre a quest’età e mi sento importante per la mia squadra. Dentro al campo sento sempre di avere la forza di passare all’attacco, un aspetto positivo del mio gioco. Con questo sentimento penso di aver presto tutte le migliori decisioni, in campo e fuori”.

12) Un difetto?
“Il colpo di testa, o il gioco aereo in tutto e per tutto. E’ il mio debole, non ho mai fatto gol di testa e non ho intenzione di cercarlo (ride di gusto, ndr)”.

13) Sono diversi anni che vai e vieni. Come vedi il tuo Paese?
“Non molto bene di certo. Ci sono molti problemi strutturali, e spesso non si tiene conto di questi problemi. Certe volte manca l’educazione, in radio o in televisione ci sono tante cose che non aiutano. L’informazione che si dà è sbagliata, per questo l’Argentina non cresce in maniera sana. La problematica è più sociale che economica, se a un bambino insegnano a dire “per favore” e “grazie” è fatto gran parte del lavoro. Manca l’educazione di base, senza di questa migliorare è difficile, individualmente e come società”.

14) Cosa significa la Fundaciòn Pupi per la tua vita?
“Diverse cose. Aiutare è una specie di sogno che ho trovato in me appena arrivato in Italia. L’Inter è sempre stata una società che aiuta le comunità. Lì ho partecipato a diverse iniziative del club, e ho avuto la volontà di portare avanti quello che abbiamo oggi, una Fondazione che può dare una mano a tanta gente. Iniziammo con 39 bimbi e oggi siamo a più di 1.000 persone. Non ci vuole tanto per aiutare, basta poco, dobbiamo entrare nel cuore della gente”.

15) Ammiravi…
“Sergio, il mio fratello maggiore, quando iniziò a giocare al calcio. E anche Bochini, come simbolo dell’Indipendiente mi faceva impazzire. Per varie ragioni lo ammiravo con attenzione, e lo vedevo sempre fare cose importantissime che mi sono tornate utili nella mia carriera. E nella vita, ho ammirato i miei genitori. Mamma e papà sono stati molto importanti per la mia carriera e per la mia persona. Erano sempre disponibili per prendermi, portarmi in ogni parte, assistermi, appoggiarmi, educarmi. Gran parte di quello che sono e di quello che ho conseguìto lo devo a loro, è merito loro. Furono esempio, guida, riferimento per tutte le mie decisioni”.

16) Come definiresti la vita di un calciatore professionista?
“E’ bella e allo stesso tempo dura. Alcune volte devi rinunciare a tante cose, specialmente dal punto di vista familiare. I tuoi figli ti chiedono di restare e di non andare a dormire in un hotel. E una persona ovviamente vorrebbe restare con loro. Poi man mano gli spieghi come vanno le cose, così funziona. Io ho scelto questa professione e mi diverto come un pazzo. E nonostante sento che manchi ormai poco alla fine, continuo a imparare tante cose”.

17) I tuoi numeri, traguardi e obiettivi fanno pensare a un supereroe…
“Sono arrivato a tutto ciò col sacrificio, non sono niente di straordinario. Ho la condizione per giocare al calcio meglio di molti perché poche persone fortunate arrivano a giocare a livelli professionistici, però fuori dal campo sono uguale a tutti, non sono migliore in nulla. Alla base ci sono sacrificio e costanza. Se uno ha l’attitudine positiva verso il lavoro e l’apprendimento, finisce per apprendere. Questa è la chiave. Ci sono momenti in cui le cose non vanno bene e ti pare impossibile mantenere l’equilibrio. Questo ha definito la mia carriera e la mia vita”.

18) Hai un modo per non perdere l’equilibrio a livelli così alti?
“E’ questo, ho tanti esempi. Il nostro mondo tante volte ti propina infinite tentazioni, può  mandarti in spiacevoli equivoci con facilità. Però altre volte torno alla mia famiglia, alla mia infanzia: l’educazione ti protegge da questo, è l’elemento che ti dà dignità e che ti aiuta. Mi hanno sempre indicato il cammino. Aver visto il sacrificio dei miei genitori per noi figli mi ha cambiato la vita e mi ha indicato la retta via. Non lo dimenticherò mai”.

19) Com’è pensare che tra i tuoi record c’è anche quello di difensore con meno espulsioni nella storia?
“Non so se è veramente così! (ride, ndr). Da quanto ricordo, furono due. La prima con l’Inter, contro il Parma, in Coppa Italia. Dissi all’arbitro che con con due rossi aveva già fatto abbastanza e cacciò anche me. L’altra volta fu con la Nazionale. Un colombiano simulò un colpaccio, e fui espulso. Oggi rido di queste robe qui, però sul momento mi arrabbiai parecchio. Il rispetto per l’avversario è basilare per me”.

20) Il miglior giocatore che hai visto.
“Ronaldo, con la maglia dell’Inter, impressionante. Poche volte ho visto una roba del genere. Lo ho avuto come compagno, lo vedevo tutti i giorni allenarsi seriamente e divertendosi con il pallone tra i piedi. Dava la sensazione che fosse parte del suo corpo. E poi quello che sta facendo ora Messi non si può credere, è tanto giovane e ha vinto tantissimo. E’ geniale, senza dubbi, un altro campione a parte”.

21) Il rivale più difficile da affrontare?
“Eh, con Messi è stata dura. Nella semifinale Champions del 2010 era a un livello incredibile, ci creò tanti problemi ma noi come squadra siamo riusciti per fortuna a passare avanti. Ha una facilità nell’inventare e cambiare una partita che è impossibile da anticipare, il suo cambio di ritmo, le sterzate improvvise, robe che non vedi tutti i giorni. E poi c’è il miglior Kakà, aveva una velocità palla al piede che ti faceva impazzire, e riusciva a tenerla per 60-70 metri senza cambiare ritmo”.

22) Dovendo scegliere un allenatore?
“Ne ho avuti tanti bravi. La coppia López-Cavallero mi ha dato tanto, mi fecero debuttare in Prima divisione argentina, credettero in me quando avevo a stento 18 anni. Bielsa ha preso il meglio di me quando ero al massimo fisicamente, mi ha permesso di crescere come giocatore e come persona. E non posso non nominare José Mourinho, una persona molto intensa che mi ha diretto alle tappe più importanti della mia carriera”.

23) Sai che, nonostante le tue oltre 1.000 partite da professionista e i tanti successi in Europa, per molti in Argentina sei ricordato per la gara contro il Boca Juniors alla Bombonera, nel 1994, con la maglia del Banfield?
“Certo, lo so. Anche per me sarà una partita indimenticabile. Posso dire che ci riuscì tutto, a me e alla squadra. E questo dimostra quanto siano importanti Boca e River: se giochi bene contro di loro tutto il mondo lo sa e una partita può cambiarti la vita”.

24) Sei il giocatore argentino che più volte ha vestito la maglia della Selecciòn. Come vivi questo record?
“Non do tutta questa importanza alle statistiche, preferisco pensare all’orgoglio di aver giocato tanto, di esser stato capitano, di aver seguito un processo nella Selecciòn. E’ un orgoglio grande, intenso, la maglia della Nazionale è il sogno che avevo da bambino. Sempre volevo arrivare in Prima divisione e poi vestire la maglia albiceleste. Per fortuna, non mi è mancato nulla. Quando ti metti la maglia celeste e bianca sai che hai un Paese sulle tue spalle. E’ una sensazione per pochi e, giustamente, una responsabilità enorme”.

25) Un gol che ricordi in modo particolare?
“Devo dire che segnare non è tra le mie specialità. Impossibile dimenticare quando segnai all’Inghilterra a Francia 1998, a Marsiglia; la gara era dura e non riuscivamo a sbloccare la situazione. Decidemmo di provare quella giocata provata in allenamento e venne fuori una cosa perfetta. Gol decisivo, avversaria grande, tutto nella cornice di un Mondiale: un gol speciale nasce da tanti piccoli fattori…”.

26) La fine della tua carriera non ha ancora una data. Ma nella tua mente, ne hai un’idea?
“Da tempo ho la certezza di sapere che sarà una partita con l’Inter, il club che più profondamente ha scandito la mia carriera. E sarà una partita importante, valida per qualche titolo significativo. Mi immagino lo stadio pieno e tutti i tifosi che mi mostrano il loro affetto”.

27) Vedi il ritiro molto vicino?
“Non tanto, io do il massimo a ogni allenamento e ogni partita, mi stanco di più quando gioco con i miei due figli che durante una partita! (ride, ndr). Al di là degli scherzi mi sento ancora molto bene, ma allo stesso tempo sono realista e accetto che ogni volta manca meno tempo”.

28) Sei stato capitano nel secondo ciclo di Basile. Che provasti quando molti credettero che vi siete fatti fuori da soli?
“Il Cile quella notte ci dominò in lungo e in largo, non capivamo cosa succedesse. In nessun momento ho visto qualcosa di strano, niente che mi facesse capire che qualcuno remasse contro. Pensare o dire ciò è mancare di rispetto a chi era in campo dando il massimo”.

29) Come vedi la situazione oggi, dopo questa Copa America?
“La squadra stava bene, avevamo un gruppo solido che voleva vincere e che era cosciente dell’occasione. Giocando in casa era una chance per dare gioia alla gente, per questo uscire così ci è dispiaciuto tanto. Nel calcio, certe volte, alcune cose non vanno come vorresti che vadano”.

30) Giocavamo in casa, tanti giocatori tra i migliori al mondo, tutto pareva a favore dell’Argentina…
“La delusione è cocente. Il dolore si fa sentire…”.

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.