Il Tifoso Zero e i desideri – Pt.2

Il 26 gennaio avevamo lasciato il Tifoso Zero a sfracellarsi di pippe, dedicate all’epico trionfo nel derby (per gli smemorati e/o gli ignari: cliccare QUI), sperando che, nell’atto, non avesse spiacevolmente macchiato il prezioso foglio dei desideri.

Su quel foglio, nonostante la grande quantità di richieste scritte, c’era ancora qualche rigo libero, qualche rigo che il nostro Tifoso Zero si apprestava a riempire con nuovi goderecci racconti. Eravamo al culmine dell’estasi, scatenati, in visibilio: quel derby sembrava l’apice di tutti i trionfi, il coronamento di quattro anni stupendi. Non potevamo assolutamente immaginare quel che sarebbe successo nei quattro mesi succcessivi. Non potevamo immaginare che quello fosse solo l’inizio di un anno che non avremmo mai dimenticato, di un anno che ci ha consegnati alla leggenda, che ha reso immortali questa squadra, questa società e questo immenso, infinito, incommensurabile allenatore. Anche lui, Josè, sembra  essere stato modellato dal Tifoso Zero in modo da rappresentare una summa di tutto ciò che è l’interismo, quello vero. Un supereroe, venuto dal cielo, che dice e fa quel che tutto quel che noi pensiamo, o sognamo. E’ questo ciò a cui deve aver pensato Zero, quando ha costruito Mourinho: uno splendido, preciso e perfetto realizzatore di sogni, di sogni di gloria, sogni che hanno accompagnato le nostre notti per 45 anni.

Che dire? Poteva anche accontentarsi in quel modo il nostro Zero, dopo aver creato Josè, dopo il secondo derby stravinto, più che contro il solo Milan, contro l’Italia intera, fuori fase al solo pensiero di un possibile quinto scudetto consecutivo. Poteva lasciarsi andare alla libidine di quei momenti, quei momenti dopo il raddoppio di Pandev e il rigore parato da Julio Cesar, poteva macchiare irrimediabilmente il foglio e dire basta, ok, ho scritto abbastanza, ci siamo presi le nostre rivincite, da ora in avanti quel che succede, succede.

E invece. E invece ha allontanato subito le lussuriose tentazioni e si è messo al lavoro di buona lena, scrivendo l’epilogo di questa strepitosa storia. E’ partito con il Tagliavento-day, evento necessario per portare ai massimi livelli la tensione tra l’Inter ed il resto del paese, in modo da scatenare nella squadra una enorme rabbia che sarà fondamentale nel proseguio della stagione. Subito dopo, l’ottavo di Champions contro il Chelsea di Ancelotti, sostenuto, oltre che dai suoi tifosi, da quaranta milioni di italiani pronti a tirar fuori le consuete storielle in caso di eliminazione. Ha immaginato la partita di andata, vinta con grosse difficoltà, ma vinta, contro una delle due squadre più forti e complete d’Europa. Tra l’andata e il ritorno, ha pianificato una flessione di rendimento in campionato, così da permettere alla Roma ed al Milan di rifarsi sotto, e di illudersi. Il ritorno a Stamford, subito dopo la brutta sconfitta di Catania, è il colpo di scena della narrazione: Dio schiera tre attaccanti supportati da Sneijder, con Thiago Motta davanti alla difesa insieme a Cambiasso. Quella che ai più sembra una follia tattica si trasforma in un capolavoro senza tempo: la squadra si impone con piglio, personalità e grande, grande autorevolezza su un campo che era, a ragione, ritenuto inespugnabile. E’ la svolta definitiva, per l’Inter europea: da questo momento, i giocatori ed i tifosi acquisiscono la convinzione di poter battere chiunque. Oddio, sopratutto dal punto di vista dei tifosi, proprio “chiunque” no: c’è una squadra che, nonostante l’iniezione di fiducia post-Chelsea, sembra davvero fuori dalla portata dei nerazzurri.

Ma su questo tornerà più avanti, il nostro Zero. Per ora, preferisce concentrarsi sulla crisi in campionato. La Roma si rifà sotto, e nello scontro diretto all’Olimpico una serie di spiacevoli circostanze consegna alla squadra di Ranieri il successo e il –1 in classifica. Sembra una beffa, sembra l’inizio della fine: sarà, invece, il tocco che renderà tutto molto più bello, due mesi dopo.

Zero è un assoluto genio, un campione di malvagità, una vera e propria mente criminale. Per la sua vendetta, ha in mente qualcosa di totale: non gli bastano i meri risultati, vuole distruggere nell’animo i suoi nemici, farli rosolare a fuoco lento per poi divorarli tutti insieme, dopo averli fatti illudere, sognare. E allora, scorrendo le righe, troviamo i – pressochè – tranquilli quarti di Champions contro il CSKA, superati senza particolari difficoltà. E’ in campionato, però, che Zero sfodera tutto il suo estro, scrivendo il primo pezzo di un finale di stagione che resterà per sempre nei nostri cuori: la Roma, approfittando del nostro passo falso a Firenze, completa il sorpasso e si porta in testa per la prima volta dopo settemila anni. La settimana successiva, la squadra di Ranieri vince il derby: mancano 12 punti allo scudetto, nella capitale partono i primi caroselli.

L’intreccio narrativo, a questo punto, prevede il vero capolavoro di Zero, il frutto più delizioso del suo immenso acume. L’accoppiamento della semifinale di Champions League prevede, infatti, che l’Inter debba giocarsi la finale contro il Barcelona di Zlatan Ibrahimovic. Sì, proprio lui, l’uomo che un anno prima se n’era andato per

“raggiungere i traguardi che con l’Inter non avrei mai potuto raggiungere”

Alla maggioranza dei tifosi interisti, a cui ancora sfuggiva la grandezza della loro squadra, l’impresa sembra impossibile. Il Barça, Messi, Ibra, il calcio del 2015. E’ troppo per noi, che fino all’anno scorso in Europa eravamo un Panathinaikos qualsiasi. Fortunatamente, però, Mourinho e i giocatori la pensano diversamente. Di fronte ai supercampioni di tutto, l’Inter sfodera una prestazione incredibile, un trionfo che oscura in un sol colpo tutte le “partite perfette” paventate negli anni addietro. Nonostante il gol subito in casa nel primo quarto d’ora, i ragazzi mettono sotto i marziani, li schiacciano, li stritolano. Segna Sneijder, raddoppia Maicon, chiude i conti Milito, straordinario centravanti operaio che si prende una bella rivincita su chi l’aveva snobbato fino ai 30 anni. Ibra, il grande ex, non tocca palla. Messi, l’alieno venuto da chissà dove che segna quattro gol a partita, viene cancellato dal campo grazie ad una prestazione memorabile di tutti gli eroi vestiti di nerazzurro. Guardiola, l’enfant terrible, è annichilito dalla disposizione tattica di Mourinho. E’ un trionfo su tutta la linea, mentre i fegati degli italiani esplodono con fragorose deflagrazioni. Ma manca ancora il ritorno.

A questo punto, Zero decide che è giunto il momento di raccogliere quanto seminato nei mesi precedenti. L’Inter batte l’Atalanta e la Roma cade in casa contro la Sampdoria: i nerazzurri tornano nella posizione che gli compete, per non lasciarla più. Tre giorni dopo, c’è il return match di coppa in un Camp Nou stracolmo. La vigilia è stata infiammata dagli eclatanti reclami blaugrana, con la paventata Remuntada, le magliette sul rincaro della pelle e le sagaci dichiarazioni di Piquè. L’Inter chiude tutti gli spazi, Mourinho insegna al mondo l’arte della difesa. Nonostante l’espulsione di Motta dopo trenta minuti, il fortino non cede. Piquè segna all’83esimo, ma è troppo tardi. La gioia dell’Inter esplode al Camp Nou, dove i simpatici catalani cercano in tutti i modi di rovinare la festa. Ibrahimovic, sconvolto, decide per una svolta omosessuale. In Italia si tengono i funerali di juventini, milanisti, romanisti e compagnia cantante, distrutti nell’animo e nel fisico da una squadra epica, unica, inimitabile di cui loro non si sono mai potuti fregiare. E’ il trionfo che chiude un aprile magico, ed apre un maggio leggendario.

La prima tappa è a Roma, il 5 maggio: Zero non vuol proprio farsi mancar niente. E’ la finale di coppa Italia contro la Roma delle pischelle in lacrime, dei calci, dei cazzotti e degli esempi per bambini. Il risultato scritto è 1-0, la firma è di Milito, al primo gol del mese più bello della sua carriera. Totti mostra al mondo ciò di cui è capace, il mondo, il suo mondo, apprezza, tanto da tributargli una bella festa la domenica successiva, con tanto di infanti che gli giocherellano intorno.

16 maggio, Siena. Seconda tappa. E’ la finale-scudetto: basta una vittoria, e soffiamo su 18 candeline. Zero dice che, anche stavolta, finisce 1-0. Ancora Milito, ancora Campioni d’Italia, ancora davanti ai romanisti ormai definitivamente deflagrati, ai milanisti e agli juventini, che chiuderanno la stagione della terza stella con un rispettabile settimo posto.

22 maggio. Ormai Zero scrive a ruota libera, fatica a trattenere l’orgasmo ma stringe i denti. Accecato dalla goduria, butta giù la cronaca della finale di Madrid. Nel pezzo in cui descrive le gufate dell’Italia anti-interista, gli scappa qualche gemito. Per tagliare corto, decide di passare dalla strada più semplice: un gol per tempo, tutti e due con la solita, consueta firma, quella di Diego Alberto Milito, l’uomo grazie a cui la comunità gay italiana si è rimpolpata in modo massiccio negli ultimi nove mesi. Finito il racconto della finale – con Zanetti che tira su la coppa, Mourinho che piange, Moratti che affianca suo padre, una nuova Grande Inter, i ragazzi in estasi a Madrid prima e a San Siro poi ed Arnautovic che fa il pirla – il Tifoso Zero, completamente esausto, si lascia finalmente andare ad un fragoroso, imponente, ciclopico orgasmo millenario, accompagnato da grida selvagge e da sbattimento di pugni sul petto. L’opera magna è conclusa, è il momento di consegnarla all’entità superiore che gliel’aveva commissionata.

Con una postilla, però: una postilla che va a chiudere il cerchio. Mourinho, dopo il trionfo, annuncia l’addio, tra fiumi di lacrime sue e degli interisti. Vuole lasciare da all’apice del successo, da divinità assoluta. Farà bene? O farà la fine di Ibra?

Questo, per ora, non lo sappiamo. E’ solo l’inizio di una nuova storia, il sequel dello splendido romanzo conclusosi a Madrid. Siamo pronti a viverla, sperando che qualcuno, chissà dove, abbia di nuovo la possibilità di scrivere i suoi sogni su un magico pezzo di carta.

About Grappa

Il mio sogno è vedere Klopp a San Siro con una tutaccia nerazzurra che si fa espellere ad ogni partita per aver staccato la testa al quarto uomo. Passo il mio tempo a ciarlare di santoni calcistici o presunti tali, ma in realtà mi ispiro a Fassone. Inoltre faccio una carbonara che te dico fermate.