Settecento in uno

Per arrivare a giocare una Finale di Champions occorrono 12 partite. Ma c’è chi ne impiega 700.

zanetti2Anzi, 699. Ricordo benissimo quel pomeriggio estivo del 1995: ero nel salotto della mia vecchia casa (ne ho cambiate due da allora, e mi sono spostato di circa 500 chilometri) ad ascoltare distrattamente la televisione quando mio padre entrò nella stanza. Io, che avevo appreso la notizia qualche minuto prima, gli dissi “Abbiamo preso Rambert e Zanetti”. Mi chiese spiegazioni, gli risposi che il primo era un giovane attaccante argentino di cui tutti parlavano benissimo e che il secondo boh, non lo sapevo, forse un terzino…

Boh, non lo sapevo, forse un terzino. Ancora mi viene da ridere quando ripenso a quella scena. Il giovane attaccante argentino si rivelò un gran bluff, uno dei tanti, ma l’altro…Quello che a tutti gli effetti fu il primo acquisto per l’Inter di Massimo Moratti, si è rivelato per certi versi il più azzeccato. Inutile discutere di doti tecniche, disposizioni tattiche ed evoluzioni nel gioco. Ancora più inutile elencare tutti gli sconvolgenti numeri messi in fila in anni di Inter e tutti i record infranti. Quella che raccontiamo oggi è la storia di un uomo. La storia di Javier Aldemar Zanetti.

Una storia lunga 15 anni, una storia lunga una vita. Iniziata da semi-sconosciuto in un’Inter-Vicenza, con una partita che lo portò dritto dritto ad una maglia da titolare indossata in quell’agosto del 1995 e mai più tolta. Una vita in Italia per Javier, per la sua famiglia, per i suoi bambini. Così orgogliosamente argentino, così orgogliosamente attaccato alla sua nazione da non riuscire proprio a identificarsi nel paese in cui ha vissuto ormai metà della sua vita…e allora eccolo riversare tutto quell’attaccamento sui colori che indossa, ormai come una seconda pelle.

Prese la fascia di Capitano direttamente da Bergomi, Zanetti, e la tenne stretta sull’onda di una Coppa UEFA vinta anche grazie a un suo gol in finale. Fu costretto a lasciarla per un periodo brevissimo sul braccio di Ronaldo e ne soffrì da cani. Così come soffrì al termine della stagione 1999-2000, quando le cose non andavano, quando l’allenatore non lo vedeva, non lo voleva, non lo sopportava. Piovevano offerte da mezza Europa sul tavolo del suo agente. Offerte a cui è difficile dire di no. Un giorno chiama la Casa Blanca, chiama la più prestigiosa Società del mondo: vuole portare Javier a Madrid. Come negarsi? Come rifiutare? Impossibile.

zanetti3Era pronto a partire, Zanetti. Era pronto a lasciare la sua casa, aveva il contratto già firmato. Ma una maglietta puoi toglierla, la pelle no: fu al momento di sfilarsi definitivamente di dosso i Sacri Colori che Javier capì di non poterlo fare. Una telefonata, delle scuse sentite: “Perdonatemi, non posso farlo. La mia casa è l’Inter”. Un accordo tra galantuomini e un contratto strappato.

Inizia il periodo più duro per Javier, il periodo della responsabilità. Prima poteva passare come uno dei tanti, adesso non più. Aveva superato l’ultima prova: adesso lui e l’Inter erano una cosa sola, ed era chiaro che lo sarebbero stati per sempre. Il 2001, il 2002. Anni di sofferenza indicibile, anni di sconfitte e umiliazioni, anni di prese in giro. Anni in cui sembra di vivere un destino segnato e irrinunciabile, un destino contro il quale non si può lottare.

Anni in cui viene fatto oggetto di scherno e contestato dai suoi stessi tifosi. “Porta sfiga”, “è il simbolo di quest’Inter perdente”, “sonotuttefinali e non ne vince mai una”. Anni in cui continua a lavorare in silenzio, come al solito. Basta una considerazione per comprendere il ruolo di Zanetti in campo e fuori: dato sempre sistematicamente come riserva nelle formazioni estiva, finisce sempre con l’essere titolare inamovibile. Da 15 anni. Indipendentemente dal modulo, indipendentemente dall’allenatore, indipendentemente dai compagni.

Poi arriva il 2005. Quella Coppa Italia alzata al cielo dopo anni di digiuno. Non da lui: da Ivan Cordoba. Lui era stato costretto a saltare la finale da una convocazione della sua Nazionale, alla quale non ha mai detto di no. Il collegamento telefonico da Buenos Aires durante la premiazione è stato uno dei momenti più emozionanti della storia recente dell’Inter: in quella telefonata c’era tutta la commozione, tutta la gioia, tutto l’orgoglio di un Capitano che finalmente vedeva la luce. Finalmente vedeva tutti i suoi sforzi prendere senso, ed andare in una direzione ben precisa.

zanetti1Da allora non si è fermato più, Pupi: altre 2 Coppe Italia, 3 Supercoppe e la bellezza di 5 Campionati uno di fila all’altro, senza soluzione di continuità. 5 campionati da titolare, 5 campionati da Capitano con le partite saltate che si possono contare sulle dita di una mano. Passando per un record di presenze storico, 634 come Giacinto il Grande, per arrivare fino ad oggi.

699 partite disputate e una al termine della stagione. Un girone eliminatorio lungo 699 partite per arrivare alla sua prima Finale di Champions League.

Ci sarà un tempo per elencare i numeri, ci sarà un tempo per fare la conta dei record, ci sarà un tempo per ricordare. Oggi è il tempo di giocare.

Ci hai già dimostrato di sapere affrontare queste ricorrenze, Javier. La settecentesima ti aspetta, ed è la più importante. Vorremmo farti i complimenti, ma qualcosa ci trattiene. No, i complimenti non bastano: è un’altra la cosa che vogliamo dirti.

Grazie, Capitano.

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.