Bauscia Cafè

Non capisco, ma mi adeguo

Cominciamo dall’ovvio: l’Inter di Bologna è stata un  disastro.
Lenta, impacciata, sorpresa costantemente dal pressing e dai ritmi imposti dall’avversario, come se Spalletti non avesse la più pallida idea dell’atteggiamento che si sarebbe trovato ad affrontare:
il primo tempo è stato un continuo maramaldeggiare dei felsinei, con Verdi e Di Francesco eternamente imprendibili e i nostri storditi come 17enni di ritorno da una gita ad Amsterdam.
Questo lo hanno visto tutti, nessuno escluso.
Fanno riflettere però le reazioni lette e osservate dopo quello che, a tutti gli effetti, si è rivelato un pareggio prezioso, sia per come si erano messe le cose, sia perché l’Inter non aveva la più pallida idea di come arrivare al tiro, tra centrocampisti macchinosi e inebetiti dalle aggressioni bolognesi, esterni offensivi prevedibili, monotematici e sfavati e un Icardi imbrigliato troppo facilmente dai centrali di Donadoni.
Se leggiamo – fatelo voi, a me viene la nausea – i giornali del dopo-gara, ma anche molti commenti di tifosi e professionisti del giornalismo sportivo (o presunti tali), passa in realtà un solo concetto: l’Inter non soltanto ha fatto cacare a Bologna, ma ha totalizzato i 12 punti precedenti semplicemente perché le è andata bene.
Un misto di culo, demerito degli avversari e fortuna nostra, nient’altro.
Ora, al di là del fatto che emettere giudizi tranchant dopo l’ennesimo reset tecnico e con Spalletti al lavoro da 3 mesi con una rosa ancora incompleta e deficitaria mi sembri una enorme sega mentale, io francamente capisco che i fantasmi degli scorsi anni possano riemergere facilmente, ma proprio non riesco a concepire una teoria che sembra farsi strada prepotentemente: l’Inter è questa, non ha margini di miglioramento e NON PUO’ fare di più.
Quasi come a voler giustificare un nuovo “abbiamo mollato” o affermare che il lavoro dell’allenatore è inutile, perché da questi puoi pretendere solo il minimo sindacale.
Ecco, questo non solo non lo capisco, ma neppure lo condivido.
Perché possiamo parlare per giorni del perché Candreva non riesca più ad essere incisivo o centri sistematicamente il suo dirimpettaio ogni volta che crossa, o se Perisic sia un grande giocatore da stimolare quotidianamente o un discontinuo capace di regalare soltanto bagliori in mezzo a un mare di nebbia, ma accettare che la mancanza di giocatori capaci di creare superiorità numerica o risolvere da soli un match ci condanni alla mediocrità significa rassegnarsi, dopo 5 giornate, 13 punti e zero sconfitte, al fatto che Spalletti non riuscirà mai a plasmare un 11 capace di giocare a pallone, finché avrà questi uomini. E questo per me è inaccettabile.

Migliore in campo.
Migliore in campo.
Lo è perché sono pienamente d’accordo nel condividere i problemi evidenziati ormai da tutti sull’incompletezza di questa rosa, sulla mancanza di alternative adeguate e sull’assenza di fantasia e uomini capaci di cambiare il ritmo e ribaltare l’azione, ma credo altresì che ci siano modi diversi e comunque efficaci di creare un metodo e un approccio che possa funzionare sul campo.
E questo lo si può fare anche avendo centrocampisti più compassati o buoni giocatori che, però, non saranno mai campioni: certo, con squadre bloccate e aggressive resterà difficile fare quello che ha fatto il Napoli a Bologna, cioè subire tanto se non più di noi per poi sfruttare tutta quella incisività e qualità che noi non abbiamo, ma non deve mai passare in secondo piano quanto resti fondamentale avere un piano, un canovaccio da seguire costantemente.
In tal senso, e ribadendo quanto brutta sia stata la prova di Bologna, credo che comunque l’Inter non abbia mai svaccato, e questo resta un segnale positivo.
Meno positivo invece il senso di smarrimento percepito osservando cose viste e riviste troppo spesso negli ultimi tempi: è per questo che preferisco pensare che l’Inter, anche questa Inter da completare, valorizzare e rendere più forte senza tradire le promesse fatte a Spalletti e intervenendo subito, da gennaio, con nuovi e sensati investimenti di mercato, possa e debba fare meglio, e soprattutto possa giocare a calcio anche con questi uomini.
Molto passerà dalla volontà di sacrificarsi per il bene della squadra, dal correre, muovere il culo per tutti e novanta i minuti più recupero, fare quel movimento in più che faccia la differenza, trovare l’idea giusta quando quello che avevi preparato alla lavagna non trova alcun riscontro sul campo.
Si può fare, anche con D’Ambrosio terzino, Joao Mario da schiaffi e Candreva in versione tiro al piccione. Si chiama lavoro, perché è vero che servano i campioni, ma è altrettanto vero che l’allenatore è chiamato (e ben retribuito) per sfruttare al meglio le risorse che ha, cercando di trovare una quadratura efficace e aggirando gli eventuali deficit.
Un discorso che vale anche per chi allena squadre già imbottite di grandi giocatori, figuriamoci per noi che non ne abbiamo o quasi.
Perciò bando alle ciance e ai moriremo tutti preventivi. Non siamo da scudetto e ben vengano certe frenate, anche per spegnere gli entusiasmi creati ad arte da chi poi adesso si prepara a scrivere di crisi Inter e spogliatoio spaccato, ma non siamo neanche “questi qua”. Ci vorrà abnegazione e la nota positiva è che, verosimilmente, chi non remerà nella direzione del gruppo verrà messo alla porta anche a costo di far giocare un primavera.
Proviamo ad avere un briciolo di fiducia. Diamoci tempo, anche come tifosi.
Non si tratta di voler fare l’ottimista ad ogni costo o l’avvocato difensore di Spalletti: si chiama buon senso, e dopo la quinta giornata lo ritengo necessario, anche qualora andasse poi comunque tutto a puttane. In quel caso gli “io lo avevo detto” contribuiranno a rafforzare la convinzione di alcuni di essere direttori sportivi o allenatori mancati, ma non aiuteranno l’Inter a tornare l’Inter.
Ciò detto, la critica resta sacrosanta, così come l’andate a lavorare dopo partite capaci di deprimerci nonostante l’avvio positivo. Non ce lo meritiamo e non se lo meritano le persone che riempiono San Siro anche contro la Spal. Cerchiamo soltanto di fare un passo alla volta, anche solo per vedere come va a finire.
Anche perché tutte le candidate ai primi 4 posti hanno problemi da risolvere, pur partendo da situazioni tattiche e tecniche indubbiamente più consolidate e potendo, in 3/4 casi, contare su rose s più importanti e meglio assortite. Per fortuna le dinamiche nel calcio sono molteplici. E mai banali.

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NicolinoBerti

Coglione per vocazione, interista per osmosi inversa dal 1988 grazie a un incontro con Andy Brehme. Vorrei reincarnarmi in Walter Samuel, ma ho scelto Nicola Berti per la fig...ura da vero Bauscia.

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