Bauscia Cafè

Mancini vattene! Grazie Mancio!

L’ultimo derby d’Italia, che tale più non è come hanno avuto modo di ricordare i nostri tifosi in quel di Torino con una coreografia tanto piccola quanto magnificamente enorme dal punto di vista simbolico, ha confermato quanto la Pazza Inter stia lentamente tornando realtà e non più soltanto un ricordo sbiadito.
Nel bene e nel male.
L’agghiacciante primo tempo della banda Mancini, caratterizzato dal solito inizio fatto di terrore, brivido e raccapriccio (cit. Cattivik) e da un gol subìto dopo appena quattro minuti, lasciava presagi a dir poco sinistri, anche perché abbiamo una buona metà squadra che invece di imparare dai propri errori, riesce ad essere se possibile ancor più deconcentrata, fallosa e molliccia proprio dopo aver sbagliato qualcosa.
Un cortocircuito psicologico ancor prima che fisico o tecnico, quello che ha portato anche un paziente di natura come il sottoscritto (paziente non nel senso di sottoposto a cure mediche, non fate i furbi ché vi vedo) a sbottare in diretta al grido di “MACCOSACAZZOFATE INDEGNI DI QUESTA MAGLIA”.
Perché dopo una cazzuta conferenza stampa dove l’allenatore ricordava non soltanto ai giornalisti, ma anche ai propri giocatori che l’Inter ha il dovere, o forse addirittura l’obbligo morale, di giocarsela fino in fondo contro Il Male e di provare anche a vincere, ci si aspettava sicuramente una partita sofferta, giocata da sfavoriti, ma non lo scempio di quarantacinque minuti fatti di affanno, tackle evitati, giocate incomprensibili e difensori all’acqua di rose.
Salvo solo Juan Jesus che alza il gomito contro chi, su quel gomito, ci ha costruito un’intera carriera. Il brasiliano pagherà, giustamente, ma almeno ci siamo tolti una piccola soddisfazione in più.
L’altra soddisfazione, quella grande, a tratti esaltante, quella che addirittura crea rammarico per i due punti persi piuttosto che per il punto guadagnato, è aver giocato una grande ripresa, con un canovaccio non molto diverso da quello visto a San Siro contro la Lazio, ma stavolta contro un avversario decisamente superiore ai biancocelesti.
“La Juve aveva finito la benzina”, dicono gli espertoni.
Esticazzi, rispondo io. Son problemi di Allegri e della sua preparazione.
Di certo le parole di Mancini nell’intervallo hanno messo un bel po’ di pepe al culo ai protagonisti del flash-mob del primo tempo: le frasi riportate da Handanovic sono eloquenti in tal senso.

È bello anche di spalle.
È bello anche di spalle.
Ed ecco quindi che persino uno come Guarin trova la concentrazione e la dignità necessaria per dare un senso alla sua vita da calciatore, tirando fuori una prestazione decisamente superiore al caos disorganizzato cui ci ha abituati ormai da tempo immemore.
Ecco che Mancini, invece di difendere l’1-0 asciugandosi la fronte felice e raggiante per non averne presi 3 nei primi venti minuti, butta nella mischia il neo-arrivato Podolski per Kuzmanovic, mandando un chiaro messaggio ai bianconeri: col cazzo che non me la gioco fino in fondo.
E nell’Inter del secondo tempo c’è quella presunzione mista a volontà di superare limiti apparentemente insuperabili che caratterizza spesso l’operato di Mancini: una scelta coraggiosa, che a volte ti premia e altre volte ti fa rimediare figuracce ben peggiori, ma che solo alcuni possono fare.
Il coraggio ha pagato, e avrebbe garantito il bottino pieno se la splendida azione Poldi-Icardi avesse avuto un briciolo di precisione in più, o se lo stesso Icardi, più che nell’occasione dalla quale è scaturito il fight club con Osvaldo, avesse attaccato meglio lo spazio durante uno dei tanti contropiedi concessi dalla Juventus.
Andare a Torino e vedere quest’Inter mettere alle corde, anche se soltanto per un tempo, una squadra così superiore è stata la migliore risposta possibile a chi, dopo la prima frazione di gioco, già invocava il ritorno di mister mediocrità.
Forse, nonostante il pareggio, è arrivato il vero cambio di mentalità che, al netto dei difetti difensivi che ci trascineremo fino a giugno, potrebbe permetterci di centrare quel filotto di vittorie necessario per tornare a leggere la classifica con un pizzico di serenità in più, mercato invernale piacendo.
Chiudo con una postilla su Podolski: è la lampante dimostrazione di come l’intelligenza calcistica e l’applicazione non siano cosa per tutti. Mezzo allenamento nelle gambe e subito nella mischia per La Partita, risponde presente nonostante una condizione fisica non ancora ottimale, crea superiorità numerica, costringe la Juve ad arretrare il proprio baricentro, a momenti confeziona il suo primo assist italiano.
Qualcuno ha avuto il coraggio di tirar fuori improbabili divagazioni per interrogarsi su un 29enne che ha segnato oltre 100 gol in carriera a livello di club e 48 reti con la nazionale tedesca.
Io dico soltanto che non ha neppure avuto il bisogno di radersi la barba.
Benvenuto, Lukas.

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NicolinoBerti

Coglione per vocazione, interista per osmosi inversa dal 1988 grazie a un incontro con Andy Brehme. Vorrei reincarnarmi in Walter Samuel, ma ho scelto Nicola Berti per la fig...ura da vero Bauscia.

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