Bauscia Cafè

La medaglia di legno

2010/2011: Mourinho saluta l’Inter, arrivano Benitez e poi Leonardo – l’Inter lotta, si ingarbuglia, ci riprova, inciampa ancora, ma è seconda.
2011/2012: la follia Gasperini, Ranieri quando ancora era soltanto un perdente e non il protagonista di un miracolo sportivo, la meteora Stramaccioni e l’operazione-simpatia: l’Inter è sesta, un brodino triste e tiepido.
2012/2013: l’entusiasmo di Strama, l’infermeria sempre piena, i nervi che saltano, una infinita striscia di sconfitte. È uno dei punti più bassi della recente storia dell’Inter: nono posto, una posizione che, non a caso, suona come una doppia negazione.
2013/2014: ecco Mazzarri, con Icardi e poi Thohir. Si limitano i danni, si dà la colpa alla pioggia, gli argentini danno l’addio definitivo al club. Il quinto posto finale sancisce l’assuefazione del tifoso al piazzamento da squadra tecnicamente ridimensionata. Cresce l’insofferenza generale.
2014/2015: dopo un mercato all’insegna delle sottomarche, i tifosi chiedono a gran voce la testa di Mazzarri, mai entrato nelle corde dell’interista medio. Ritorna Mancini, ma non ritorna l’Inter.
L’ottavo posto finale sancisce ancora una volta il mancato accesso alle competizioni europee, e l’assuefazione diventa rabbia mista a rassegnazione.
2015/2016: con la stentata, sofferta, stanca vittoria casalinga per 2-1 sull’Empoli di Pucciarelli e Paredes, l’Inter conquista matematicamente il quarto posto che consentirà l’accesso diretto all’Europa League senza passare dai preliminari e, quindi, dover modificare una preparazione atletica che persino quest’anno, senza alcun impegno internazionale, non è mai sembrata all’altezza della situazione, vuoi per il richiamo di inizio anno in quel di Dubai, vuoi per la cattiva predisposizione di alcuni, vuoi anche per una programmazione effettivamente sbagliata.
Non possiamo saperlo. Quello che sappiamo è che sabato pomeriggio D’Ambrosio e Biabiany sembravano reduci dalle 4 settimane del Centro Addestramento Reclute.
Beh, direte voi, va bene, la squadra ha giochicchiato, ha perso molte partite in modo sconcertante, ma alla fine un quarto posto è pur sempre un netto miglioramento rispetto al passato e consente di avere finalmente una base tecnica sulla quale puntare per il futuro. E qui entra in gioco un ragionamento potenzialmente eterno sul valore che ciascuno di noi tifosi può dare a questo piazzamento, parametrandolo alle aspettative riposte nella squadra ad inizio anno, alle avversarie viste durante la stagione e al lavoro svolto da Mancini.
Rompo il silenzio dicendo a chiare lettere che il terzo posto, con un pizzico di presunzione in meno e più continuità nelle scelte, sarebbe stato obiettivo alla portata di questa squadra. Gli scontri diretti con le squadre arrivate in Champions League, eccezion fatta per il disgustoso approccio nella gara di ritorno contro la Juventus, hanno raccontato di gare giocate alla pari contro rose più complete e di maggiore qualità; la differenza l’hanno fatta, alla lunga, le cosiddette “partite facili”, dove abbiamo clamorosamente mancato non solo il bottino pieno, ma persino la capacità di provare a giocare a calcio. Tracolli clamorosi come quello nel derby o come il match di andata contro la Fiorentina hanno soltanto reso ancor più amaro il boccone da mandar giù.
Essere capolista dopo 20 giornate dubito avesse illuso qualcuno, se non i più ottimisti, quelli che ancora credono che uno juventino possa ammettere Calciopoli o che Juan Jesus sia un centrale e non un terzino. L’Inter di Mancini non ha mai convinto fino in fondo, persino durante quella serie di 1-0 che alla stampa non andavano bene, mentre a noi andavano benissimo. C’era sempre la sensazione che bastasse una piccola crepa nel muro per portare alla luce tutti i limiti e i difetti di una squadra vittima soprattutto di sè stessa, delle sue paure e della presunzione di un allenatore che adesso, forse, ha esaurito il credito e dovrà affrontare la prova del nove per far capire al pubblico interista di poter ancora vincere in nerazzurro.
Ed è proprio da Mancini che partono le mie perplessità: ad un certo punto gli schieramenti e la posizione di certi giocatori in campo sono diventati talmente cervellotici da farmi chiedere se non lo stesse facendo di proposito. Anche le rotazioni sistematiche di inizio stagione, che oltretutto sembravano per assurdo tenere tutti sulla corda e funzionare a dovere, hanno finito con il creare uno spaesamento totale in elementi abituati a dare il meglio in un determinato ruolo e quello soltanto.
Non ho particolarmente apprezzato neppure alcune sparate fatte a caldo e in diretta televisiva contro alcuni giocatori, manna dal cielo per televisioni e giornali che riuscivano a sputtanarci anche quando dominavamo in lungo e in largo, né il voler ribadire ad ogni occasione valida che la squadra non fosse da primi posti e che ci fossero almeno 4/5 compagini più forti ed attrezzate (parere forse condivisibile, ma estremamente utile ai giocatori per disimpegnarsi alle prime difficoltà), mentre ai cambi perennemente in ritardo ormai ho fatto il callo e mi stupirei del contrario. Contro l’Empoli ero persino convinto non avrebbe sostituito Icardi perché infortunatosi prima dell’85’, minuto fatidico del CambioDiMancini®.

"Questa macchina quaaaa devi metterla lààààààà"
“Questa macchina quaaaa devi metterla lààààààà”
Si poteva fare di più, inutile nascondersi dietro a un dito.
E la cosa più fastidiosa di tutte ha il famigerato nome di ATTEGGIAMENTO.
Mai come quest’anno si capiva chiaramente come sarebbero andate le cose valutando i primi 5-10 minuti di gioco dell’Inter: sia chiaro che non parlo di una squadra che voglia perdere la partita di proposito, o di vendette trasversali contro l’allenatore. Parlo semplicemente del fatto che tutti i difetti di questa rosa siano spesso emersi da subito e in modo lampante anche contro avversarie decisamente inferiori sotto qualsiasi punto di vista: e quindi ecco la scarsa, scarsissima attitudine al sacrificio di Jovetic e Ljajic, ecco Perisic, Brozovic e Kondogbia, potenzialmente decisivi o comunque in grado di dare un apporto tecnico e fisico superiore, annullati da una posizione discutibile o dalla necessità di coprire anche la magagne altrui, ecco l’immaturità di Murillo o la solita insolenza difensiva di JJ, ecco l’incapacità di palleggio del nostro centrocampo e le voragini che si aprono non appena uno scambio tra un terzino e un mediano non va a buon fine (cfr. gol di Pucciarelli), ecco il grigiore tecnico/tattico dei nostri terzini, che o non spingono, o non fanno la diagonale, o non sanno crossare, o riescono a NON fare tutte e tre le cose in contemporanea. Unite a questo un Mancini sovente incapace di trasmettere un certo spirito battagliero al gruppo, se non quando tutto sembrava perduto e si sentiva aria di impresa puntualmente mandata comunque a puttane (la semifinale di ritorno di coppa Italia), e capirete perché questo piazzamento finale, per molti perfettamente in linea con le capacità della rosa, mi lascia l’amaro in bocca.
Voglio comunque pensare che l’intento fosse quello di capire chi epurare definitivamente e chi provare a non mettere sul mercato per continuare a costruire una squadra competitiva. Il problema nasce dal fatto che Mancini stesso ha bocciato quasi tutte le sue scelte stagionali, e non si è dimostrato esattamente un fenomeno nello scegliere i giocatori necessari a colmare le tante mancanze in rosa.
Noi però vinciamo i campionati di Conference a Football Manager, lui allena l’Inter e ha giocato a calcio ad altissimi livelli per una vita, quindi è lecito pensare che qualcosa di valido possa ancora combinarlo, così come è lecito pensare che dopo questa medaglia di legno abbia finalmente un’idea chiara sul tipo di calcio che dovrà impostare la sua Inter, senza scommesse né strambi esperimenti che complicano la sua vita da allenatore e la nostra di tifosi.
Non credo a un cambio in panchina, a meno che non sia lo stesso Mancini a stufarsi e piantare tutti in asso (sappiamo che ne è capace): i pochi nomi in grado di portare un valore aggiunto alla guida dei nostri ragazzi sembrano irraggiungibili, e comporterebbero comunque un’ennesima rivoluzione tecnica francamente molto improbabile, data la situazione delle casse societarie.
“Godiamoci” quindi l’ultimo match di campionato e poi mettetevi comodi, perché sarà tempo di calciominchiate e finalmente capiremo quanti peli nel culo ha Icardi, se Pogba risolleverà il PIL italiano, cosa riusciranno ad allegare alla GdS pur di vendere qualche copia in più (punto su un giardino in 24 uscite settimanali) e soprattutto chi avrà il coraggio di comprare il Milan.
Quanto a noi, si sa: c’è solo l’Inter.

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NicolinoBerti

Coglione per vocazione, interista per osmosi inversa dal 1988 grazie a un incontro con Andy Brehme. Vorrei reincarnarmi in Walter Samuel, ma ho scelto Nicola Berti per la fig...ura da vero Bauscia.

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