Bauscia Cafè

Eppure girano

Una settimana intera a parlare della Milano delle povere derelitte, di una Juventus ormai priva di avversarie, di un Thohir pronto al piano quinquennale come il miglior Stalin indonesiano e un Berlusconi che per la ottantasettesima volta si appresta a vendere il Milan a un cinese a caso per qualche fantastiliardo di trilioni.
Una settimana intera a raccontarci che sì, stigrancazzi del derby, tanto siamo entrambe senza obiettivi, non sappiamo giocare a calcio, abbiamo difetti conclamati che si ripropongono ciclicamente e i campioni del recente passato sono ormai un pallido ricordo.
Una settimana di spallucce, scarso interesse, voglia di mare (o montagna, per chi non lo avesse a portata di mano) e voglia di togliere la app di Twitter a Ranocchia.
Poi però arriva la domenica sera e ti ritrovi San Siro pieno di gente.
È il popolo nerazzurro, quello rumoroso ed entusiasta nonostante tutto, è la clamorosa coreografia della Nord che ti riempie gli occhi e ti strappa un sorriso di soddisfazione, è un’atmosfera da grande match nonostante sia tutto tranne che quello.
E allora speri che l’Inter possa regalarti una pacca sulla spalla, un premio di consolazione, la possibilità di sussurrare al cugino rossonero che sì, noi facciamo cacare, ma loro sono davvero inguardabili.
L’Inter stavolta almeno ci prova: al piccolo trotto eh, per carità, tra un mancato ripiegamento di Kovacic e un Hernanes che, prima di salire in cattedra nella ripresa, impegna severamente Diego Lopez da lontano, ma calcia corner che fanno rivalutare certe prodezze balistiche di Guarin; però si intravede la volontà di far bene, soprattutto nell’esordiente Gnoukouri, aitante giovanottone diciottenne che, approfittando forse del tono minore della stracittadina, non tradisce la minima paura, dimostrando di saper stare in campo, avere piedi validi e intelligenza sufficiente per non sfigurare al suo esordio.
Merito anche a Mancini per averlo messo nelle condizioni migliori per non fare danni e sentirsi a proprio agio, nonostante un centrocampo indebolito dall’assenza di Brozovic (e forse anche di Guarin, almeno dal punto di vista dell’intensità) e spesso sguarnito dal consueto scarso dinamismo.
Basta una fuga di Menez a spaventarci, a far tornare l’Inter vittima di se stessa e delle paure di una squadra senza leader e senza spina dorsale: da lì un quarto d’ora di resistenza passiva, che un Milan spuntato e inconcludente sa tradurre soltanto in una conclusione centrale di Suso e un paio di traversoni insidiosi intercettati prima da Juan Jesus e poi da Handanovic.
Il primo tempo è mediocre e nessuno si meraviglia.
Nella ripresa invece cambia la musica e la sintesi potrebbe essere questa: li abbiamo presi a pallonate.
Bel merito, direte voi, contro il peggior Milan degli ultimi ventordici anni.
Grazie al cazzo, dirò io, perché intanto, a differenza del derby d’andata, questa volta abbiamo provato a vincerla: a strappi, sbagliando molto, tradendo scarsa lucidità sotto porta e le consuete difficoltà al cross di un D’Ambrosio troppo impreciso per essere vero.
Ma abbiamo mostrato una volontà che, per dire, avrebbe portato qualche punticino in più in cascina in occasione di certe sfide “facili” finite malissimo, forse per la convinzione di poter vincere per grazia ricevuta.

Che meraviglia.
Che meraviglia.
Per un Kovacic ancora una volta impalpabile, vittima di un eunuchismo sportivo che sembra non voler finire, c’è un Palacio encomiabile che corre, punta l’uomo, serve assist, sfiora il gol, si danna l’anima e sarebbe addirittura commovente se la nostra stagione non fosse già finita da tempo.
Ed è allora che anche quelli che “il derby neanche lo guardo stavolta” si incazzano, nel loro piccolo: Hernanes calcia un pallone al volo e lo spedisce sul braccio di Antonelli, che è largo diciamo delle dimensioni tipo Rocco Siffredi (cit.)
“È il contrasto! È una spinta! È un flash-mob di protesta contro il signoraggio bancario!”, si affannano i milanisti, nel tentativo di trovare la giustificazione a un rigore abnorme.
Ma il livornese Banti, appartenente alla progenie degli arbitri del cazzo di Livorno (cfr. alla voce Ceccarini/Bergamo), non vede nulla, e con lui gli inutili assistenti disseminati qua e là per il campo.
Te ne importa poco, la posta in palio è pura rivalità, ma ti incazzi comunque, perché se l’Inter 2010 poteva andare oltre tutto e tutti contando sulle proprie forze, l’Inter attuale, impaurita, fragile e discontinua, spesso ha (potrebbe) aver bisogno di un episodio favorevole per sbloccare il punteggio: non un regalo, ma un fischio arbitrale previsto dal regolamento. Quello che, puntualmente, non arriva.
Sorprende quindi che in occasione dell’autogol goffissimo di Mexes (strozzarmi in gola un SUUUUUUCAAAAAAAAA liberatorio non è mai stato tanto fastidioso) la terna si riveli attentissima a rilevare un fallo di Palacio su Van Ginkel durante lo sviluppo dell’azione.
In realtà Banti avrebbe assegnato il gol, ma il guardalinee Vuoto, sul quale non farò facili ironie, lo richiama all’ordine.
Io l’azione ho provato a rivederla decine di volte e fatico a capire se sia Van Ginkel a tagliare la strada a Palacio o sia El Trenza a scaraventarlo a terra.
In corsa un contatto del genere può starci. Nel dubbio ti incazzi comunque, perché sì.
Perché poi c’è Diego Lopez che si ritrova non si sa come nè perché il pallone addosso su un tiro da mezzo metro, lo stesso Mexes che salva col deretano, Icardi che sbeffeggia Paletta e poi calcia sfiorando il palo.
Non entra. Te ne fai una ragione, perché alla fine te ne importa poco.
Però le palle ti girano lo stesso: perché nel derby della povertà stavolta abbiamo almeno dimostrato di voler trovare i tre punti, mentre gli altri alternavano catenaccio e viva il parroco.
Essere ottimisti a quota 42 punti sarebbe puro onanismo, ma qualche spiraglio posso intravederlo: il Mancini 2.0, quello che non si incazzava più e si ostinava su soluzioni impraticabili, si riscopre arrabbiato, ammette di aver scelto male gli uomini e di non aver capito da subito quale potesse essere l’Inter meno dannosa da mandare in campo.
Ha ereditato una situazione grottesca e una rosa assemblata tirando a sorte, ma ci ha messo del suo a colpi di presunzione e un laissez-faire controproducente.
Adesso sto cominciando a intravedere il Mancini che fu: quello che a molti non piace, ma che continuo a ritenere l’uomo giusto per riprovarci. Con altri uomini, altri approcci, altre palle.
Intanto salvaguardiamo la dignità mostrata nella ripresa: sarebbe pur sempre una conquista. E la cornice di pubblico vista domenica sera sicuramente lo merita.

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NicolinoBerti

Coglione per vocazione, interista per osmosi inversa dal 1988 grazie a un incontro con Andy Brehme. Vorrei reincarnarmi in Walter Samuel, ma ho scelto Nicola Berti per la fig...ura da vero Bauscia.

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