Bauscia Cafè

Il primo quadrimestre non esiste!

Va bene, siamo tornati a scuola. Le prime interrogazioni sono andate “come veniva veniva” e sono persino arrivati i pagellini che ci vedono insufficienti rispetto a quello che ci si poteva aspettare. Insegnanti e genitori scuotono la testa e battono il tavolo chiedendo maggiore impegno. Eppure, il vero studente sa. Lo sente dentro al cuore. Per quanto sia brutto dirlo, per quanto sia orribilmente anti-educativo ammetterlo: il primo quadrimestre alla fine dei conti è un’invenzione.

fig.1 -Uno studente modello

L’Inter ha iniziato singhiozzando la stagione. Abbiamo salutato l’irrinunciabile pausa-nazionali da ultimi nel girone di Champion’s League e settimi in Serie A. Eppure, possiamo vederla anche in modo diverso. Siamo appena a cinque punti dal Milan in vetta al campionato e sotto di un misero punto dalla Juventus, mentre in Champion’s League il passaggio del turno è ancora alla portata: ci sono ampi margini per rimettere in piedi due situazioni che dipendono solo e unicamente da noi.

Lo sa bene lo studente, che ragiona su medie e pagine da studiare al giorno per preparare il prossimo compito in classe, lo sanno i professori e lo sa bene anche Antonio Conte, che il primo anno al Chelsea aprì in modo simile la stagione: 10 punti in 6 partite e la bruttissima sconfitta per 3- 0 contro l’Arsenal. Poi ecco il cambio di modulo, la crescita della squadra, 13 vittorie consecutive e la Premier League a fine anno. Le situazioni sono difficilmente paragonabili a dire il vero, ma il precedente vuole essere se non altro un buon auspicio: si può fare!

Decisamente. Basta rendersene conto.

Naturalmente. Potrebbe anche andare peggio. Perché arrivati alla sana realizzazione che le cose si possono aggiustare e individuato anche come fare, emerge una piccola, insignificante, postilla: non si può più sbagliare. Lo studente, volente o nolente, è consapevole che dovrà sedersi alla scrivania, prendere in mano penna e libri, studiare e fare risultato nelle prossime verifiche. L’Inter sa bene che vincendo rimetterà tutto a posto e sa anche di poterlo fare, di averne i mezzi, ma sia per noi che per l’alunno passa un filo sottile sottile: farlo davvero. In fondo è tutto qui.

E non esiste per noi modo migliore per ottenere un risultato che concentrandoci a fondo su una partita per volta. Domani ospitiamo il Torino, in ristrettezze di rosa, che – per come la vedo – può essere la squadra ideale da affrontare in questo momento per tornare a vincere, mi scuseranno gli amici granata. Faccio l’antipatico, me ne assumo chiaramente tutto il rischio e gesti scaramantici sono senz’altro consigliati.

Il Torino di Giampaolo è una delle poche squadre in Italia di cui si può azzardare la formazione prima che scenda in campo con buona probabilità di prenderci. Non tanto nei singoli, quanto nel sistema di gioco, il caro vecchio rombo o 4312. Un sistema di gioco che contro l’Inter di Conte – a mio modo di vedere – espone a dei rischi importanti: copre meno il campo in ampiezza, lasciando tanto spazio agli esterni nerazzurri e lascia i due centrali difensivi in una situazione di parità numerica contro la coppia Lautaro-Lukaku.

fig.2 -Giampaolo: un nostro fratello interista, tra l’altro.

Vedremo cosa succederà, ma fossi una squadra medio-bassa non giocherei mai e poi mai con questo sistema di gioco contro l’Inter. Vero che non tutto si riduce allo schieramento in campo, vero anche che dove un sistema toglie in una situazione poi può restituire in un’altra, ma “pesando” gli uomini mi pare che una scelta di questo tipo – in condizioni normali – possa portare nettamente più danni che vantaggi. Un Torino schierato a rombo onestamente non mi preoccupa, al contrario penso possa persino esaltare il nostro gioco, che potrebbe apparire brillante in fase di possesso.

Qui apro una parentesi: Giampaolo per me è un buon allenatore. E’ un uomo che conosce il calcio, applica principi di gioco moderni e riesce a trasmettere alla sua squadra i suoi concetti. Molti lo fanno passare come un “teorico”, lo chiamano “maestro” a fine perculatorio, ma il suo calcio non muore su una lavagna, è un’idea ambiziosa fondata su un gioco che – per lui e per molti altri, me compreso – è il più efficace in senso assoluto per ottenere risultato. Poi bisogna confrontarsi con la Ragion di Stato: giocare in una certa maniera contro l’Inter se ti chiami Torino secondo me – domani – non è fattibile.

Proprio perché ritengo che Giampaolo sia una persona preparata e non un allenatore che insegue ciecamente un’idea, non mi stupirei se il Torino si schierasse in modo diverso dal solito e modulasse alcune situazioni di gioco sull’avversario che ha di fronte, come ha fatto Liverani l’anno scorso al ritorno e quest’anno. Il che non significa snaturarsi o rinunciare in toto alla propria idea di calcio, ma credo che il Torino a rombo contro l’Inter non abbia – al momento – la forza e la capacità di fare ciò che dovrebbe fare giocando in quel modo.

fig.3 – La sua partita?

E se lo percepisco io, che sono un patacca, credo che l’allenatore del Torino abbia ampiamente le competenze per leggere questa situazione e metterci mano. Questa è la mia personale opinione, che in quanto tale va presa con le molle, ma ho voluto condividerla prima della partita, laddove parlarne dopo è sempre più semplice. In estrema sintesi: se il Torino gioca 4312 secondo me Lautaro/Lukaku e gli esterni Hakimi/Young hanno davvero la possibilità di spaccare a metà la partita fin da subito.

Intanto in questi giorni ha parlato Antonio Conte al Telegraph, rilasciando un’intervista interessante, con contenuti interessanti che riguardano l’Inter e la propria idea di calcio.

“Penso che il calcio sia sempre un’evoluzione ed è importante che l’allenatore sia pronto a trovare nuove soluzioni e guardare altri tecnici, e se hanno una nuova idea rubargliela! Sono felice perché giocare tre dietro prima di arrivare in Inghilterra, non era un problema, ma ricordo molto bene quando Louis van Gaal ci provò con il Manchester United, c’erano molte critiche nei suoi confronti”

Conte, intervista al Telegraph

Il calcio di Conte si è senz’altro evoluto nel tempo, partendo dal 424 fino all’odierno 3412. Ritengo che adottare un’idea efficiente proposta da qualcun altro e applicarla alla propria squadra per migliorarne la resa sia sinonimo di umiltà ed intelligenza. A prescindere dall’identità di gioco, c’è un aspetto che va tuttavia preso in considerazione e che trovo sia in parte mancato in questo inizio di stagione, soprattutto in chi scendeva in campo, cioè nei veri protagonisti di una partita.

L'idea di calcio non è il fine, ma il mezzo per raggiungere l'obiettivo. twittalo

Su questo aspetto, che si ricollega a quanto detto anche parlando del Torino e di Giampaolo, credo sia giusto ampliare il discorso, guardando soprattutto alla nostra squadra, chiaramente.

In primis un’idea di calcio è valida laddove è funzionale al raggiungimento di un risultato sportivo. Questo aspetto deve essere prioritario nel calcio professionistico, mentre nel settore giovanile il discorso dovrebbe essere completamente diverso. Si può inseguire un’idea, una visione, ed elevarla a fine nel proprio percorso di vita, ma non nel calcio.

Il motivo per cui molti allenatori oggi praticano un calcio propositivo, aggressivo, moderno, con principi di gioco riconoscibili (costruzione dal basso in fase di possesso, difesa attiva in fase di non possesso etc.) è legato proprio a questo: massimizzare le proprie possibilità di vincere. Il calcio si sta evolvendo, è avvenuta una sorta di selezione naturale tra le diverse idee di calcio e oggi questa idea di calcio è quella che si è dimostrata più efficiente. Il fatto che sia anche esteticamente più gradevole non deve confondere: se molti giocano in questa maniera è solo perché in questo modo si hanno più possibilità di ottenere il risultato.

fig.4 – Due che se ne intendono…

Non è moda, non è effimera ricerca del bello, anche se non tutti sono dello stesso avviso, ma è frutto di uno studio del mezzo più adatto ad arrivare al risultato. Poi, c’è la ragion di stato, dicevo. E questo concetto passa da un assunto inossidabile: il calcio è giocato da ventidue giocatori in 90 minuti più recupero su un campo verde.

In un mondo dove la bussola deve sempre essere il raggiungimento di un risultato sportivo, in modo lecito e onesto, ci sono momenti in cui sta al giocatore e a chi è in campo capire quale sia lo strumento, o per meglio dire il comportamento, più adatto.

L’idea di calcio efficiente è quella che ti porta a Madrid a giocare alla pari contro il Real Madrid nel girone di Champion’s League e a recuperare una partita dove eri sotto di due gol, ma quando mancano meno di quindici minuti e il risultato è positivo, comincia un’altra partita nella partita, che richiede prima di tutto comprensione del contesto, presenza mentale e adattabilità interpretativa.

Siamo andati a pressare all’ottantesimo Mendy, terzino del Real Madrid, che voleva vincere e vedeva il tempo scorrere. Abbiamo quindi fatto uscire in avanti De Vrij e lasciato 1vs1 in campo aperto D’Ambrosio, appaiato con Vinicius che va ad un’altra velocità. Abbiamo preso gol in modo surreale, troppo semplice, con gli avversari che ci sono arrivati davanti al portiere in tre passaggi elementari, nullificando i nostri sforzi per recuperare. Questo non c’entra nulla con l’inseguimento di un’idea di calcio vincente, ma è sinonimo di scarsa presenza mentale: non si è compresa la situazione.

Chiariamoci. Il fatto che la squadra anche in quel momento cerchi in modo – farfugliato – di applicare la propria idea di calcio è rispettabile ed è persino lodevole, a patto che tu ci riesca: in caso contrario fai la parte della mucca che dopo aver fatto tanto latte da un calcio al secchio. In quel momento, dove la squadra era stanca, meno brillante, mancava poco e la squadra in difficoltà era principalmente il Real Madrid, la tua idea è diventata fine, quando la bussola abbiamo detto debba essere un’altra.

fig. 5 – Real Madrid vs Inter

Negli ultimi due anni siamo arrivati tante volte a poco da un risultato importante. Contro il Dortmund vincevamo di due gol ci bastava un pareggio: abbiamo perso, completamente incapaci di cambiare spartito nel 2T e regalando un gol su una rimessa laterale. In Coppa Italia, contro il Napoli, vincevamo con gol di Eriksen su calcio d’angolo e dopo un primo tempo giocato bene prendemmo incredibilmente gol in contropiede su un’azione innescata da un rinvio di Ospina.

Anche in finale di EL abbiamo perso con il Sevilla una partita giocata alla pari sul piano del gioco, ma persa in tutte le situazioni dove avremmo dovuto fare qualcosa di diverso. Ad esempio segnammo subito, ma riuscimmo a prendere gol banalmente, in modo troppo elementare, poco dopo dove l’attenzione doveva essere massima.

Quest’anno oltre a Madrid possiamo anche pensare alla partita con l’Atalanta, recentissima. Abbiamo avuto l’occasione di chiuderla con Vidal, sprecata, ma siamo in vantaggio. E’ una partita chiave, vincerla avrebbe un peso enorme: abbiamo preso gol al primo tiro in porta su un’azione dove abbiamo provato ad uscire palla a terra in modo un po’ goffo e dove il buon senso avrebbe suggerito una palla a Lukaku, visto il pressing feroce dell’Atalanta che era in forte difficoltà in quel momento. Sono giunto alla personale opinione che quello che manca sia l’impellenza del risultato, la feroce voglia di vincere, di portare a casa davvero il frutto dei propri sforzi.

L’Inter ha giocato tante partite-chiave, molte delle quali persino bene, con prove sul piano del gioco sufficienti a vincere, eppure non è bastato. Quando capita tante volte significa che manca qualcosa e questo per me è quella voglia matta e disperatissima di portare a casa il risultato. Non di giocare bene, non di fare bella figura, non di fare quanto preparato in allenamento, ma – materialmente – di uscire vincitori dal campo. Ed in campo occorre capire quello che va fatto, capire il momento e comportarsi di conseguenza, perché la differenza tra una squadra buona e una squadra forte sta tutta qui: nel vincere davvero.

fig.6 – Anno: 2005

A volte l’Inter sembra scolastica. Anche nei momenti più difficili. Posto che questa squadra abbia chiaramente qualche lacuna di carattere tecnico-strutturale, ci troviamo nella situazione in cui l’Inter applica la propria idea di calcio, gioca anche bene, ma alla fine non raccoglie. Quando giochi tante volte una partita sufficiente per vincere, ma non vinci, qualche domanda è lecita. Perché quando si lancia tante volte una moneta e per tutte le volte o quasi esce croce, qualcosa suggerisce che non si tratti di sfortuna. E quando questa cosa si ripete nel tempo cambiando sistema, allenatore e stagione, quelli che probabilmente devono fare quel salto sono i protagonisti in campo, i giocatori.

L’allenatore può senz’altro aiutare, ma nell’Inter ci sono molti buoni giocatori che devono fare l’ultimo step, oppure rimarranno sempre tali e nulla di più e – che ci riescano o meno – dipende in larghissima parte da loro. Domani inizia il secondo quadrimestre: è giunto il momento di fare sul serio. A fine anno faremo le valutazioni su chi promuovere e chi bocciare.

Il_Casa

Interista, fratello del mondo. Dal 1992 un'unica fede a tinte rigorosamente nerazzurre. Sobrio come Maicon, faticatore come Recoba.

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