Bauscia Cafè

Il nostra culpa

Avviso ai lettori: qualora durante la lettura di questo pezzo avvertiste uno strano ronzio di sottofondo, sono le mie palle che continuano vorticosamente a girare.
Detto questo proviamo a parlare di calcio, o qualsiasi sia la roba vista a Firenze. Affrontavamo una squadra in deficit di risultati, ferma a zero gol segnati nelle partite casalinghe, priva dell’attacco titolare; venivamo da un tonfo casalingo a dir poco osceno, che ci imponeva una scossa almeno sul piano dell’atteggiamento in campo. Gli occhi della tigre, la presunzione di avere tutto sotto controllo.
Ma pochi minuti dopo il fischio d’inizio dato da Tagliavento era già tutto chiaro: Babacar trova il gol della vita, Cuadrado ne pesca un altro altrettanto bello e l’Inter sta a guardare.
Reazione abbozzata? Macché. Il baricentro è bassissimo da subito, sintomo evidente di una viscerale paura di prenderle. La disposizione in campo è a dir poco discutibile: le fasce faticano, in mezzo Kovacic va a sbattere contro i viola, M’Vila lotta contro i mulini a vento, Medel non si sa che compiti abbia ma sembra perennemente fuori posizione. La cosa grottesca è che la Fiorentina non sta affatto giocando la partita della vita: è ordinata, propone un’idea di calcio molto banale ma comunque esistente, ha il merito di azzeccare due conclusioni dalla distanza e di arginare le rare sortite offensive di un’Inter eternamente sfilacciata. Nient’altro, ma è già sufficiente per avere la meglio su di un avversario pressoché nullo.
Il condottiero Mazzarri non fa una piega: l’Inter insiste nello sviluppare parvenze di gioco sulle fasce, dalle quali arrivano cross inutili ed imprecisi per punte costantemente raddoppiate o triplicate.
Dal centro passa poco o nulla, i movimenti sono una chimera, la condizione psicofisica una tortura.
Quando arriva il terzo gol viola il tifoso interista capisce in maniera ancor più netta in che razza di situazione ci troviamo: Tomovic (no dico, TOMOVIC) fa 30 metri palla al piede senza neanche prendersi il disturbo di dover dribblare qualcuno, visto che i nostri hanno la premura di scansarsi, e fulmina dritto per dritto sul primo palo un immobile Handanovic. Da lì ci sarà soltanto spazio per una bella parata di Neto su D’Ambrosio, tra i pochi se non l’unico a salvarsi nell’ennesima serata disgraziata.

L'unica è portarsi il pallone da casa. E andarsene quando si mette male.
L’unica è portarsi il pallone da casa. E andarsene quando si mette male.
Gli occhi della tigre somigliano più allo sguardo strabico di un micetto bagnato fradicio.
Il problema psicologico si sta facendo abnorme e corre parallelo ad una questione tattica andata ormai ben oltre la semplice applicazione del modulo: i giocatori non si muovono oppure lo fanno in modalità random, con la costante impressione che nessuno sappia davvero cosa debba fare. La caccia alle streghe è aperta ma preferisco pensare ad una corresponsabilità tra chi va in campo e chi dovrebbe guidarli dalla panchina con il piglio di un navigato uomo d’esperienza. E invece…
E invece il primo a sembrare in preda al panico è proprio il mister, quello che evocava le tigri e che si racconta come allenatore cazzuto: le interviste a caldo del dopo­partita sono in tal senso emblematiche.
Farneticazioni di vario tipo, tra le quali la fantastica “alcuni nuovi non capiscono la lingua”, e la tremenda sensazione che non abbia la più pallida idea di come uscirne.
Adesso arriva una pausa, quella che quando le cose filano via lisce solitamente malediamo, accogliendola invece con sagre paesane e balli di gruppo se invece tutto sta andando a scatafascio.
Ma noi siamo l’Inter e facciamo le cose originali, quindi questa pausa pone un punto di domanda grosso come una casa: che fare? La tentazione di cambiare serpeggia un po’ ovunque, persino tra chi ha sempre difeso il lavoro di Mazzarri magari puntando il dito su una rosa inadeguata e una nuova società poco presente.
È chiaro che un nuovo allenatore a ottobre sia un azzardo: potrebbe fungere da elettroshock per un ambiente depresso, ma anche far deflagrare definitivamente contrasti interni e attriti vari, con conseguenze potenzialmente devastanti. Senza considerare che i papabili sono davvero pochi, alcuni costano troppo e altri difficilmente accetterebbero un incarico da traghettatore tanto instabile quanto rischioso. Presumo che alla fine resteremo con Mazzarri e che il tecnico toscano dovrà finalmente assumersi responsabilità precise.
Da parte mia posso dire che parlare di squadra non all’altezza in un campionato dove il Palermo ­che ci aveva bloccati sfiorando la vittoria ­ prende tre pappine dall’Empoli di Pucciarelli e Sarri (che gioca a calcio, nonostante un undici titolare di perfetti sconosciuti o quasi) mi sembra davvero controproducente.
E per quanto riguarda la società, sia dopo la disfatta col Cagliari che domenica sera abbiamo visto i puntuali interventi di Ausilio, fatto nuovo per noi interisti, a conferma di una volontà di protezione dell’allenatore (di facciata o meno che sia). Le scuse stanno a zero. Lo stesso zero di quell’anno che avrebbe dovuto segnare una rinascita e che invece, tra conti in rosso, scelte tecniche disastrose e tanta supponenza, ci vede ancora fermi al palo
Un cantiere aperto? Magari.
Significherebbe che stiamo almeno costruendo qualcosa.

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NicolinoBerti

Coglione per vocazione, interista per osmosi inversa dal 1988 grazie a un incontro con Andy Brehme. Vorrei reincarnarmi in Walter Samuel, ma ho scelto Nicola Berti per la fig...ura da vero Bauscia.

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