l’Inter di Steven Zhang, Marotta e Conte non passerà alla storia per aver perso lo scudetto in un finale da psicodramma, come quella di Moratti e Cuper, di Zanetti capitano, delle lacrime di Ronaldo, di sciagura Greško, di Guglielminpietro titolare di fascia. Non ci sarà un altro cinque maggio per vari motivi, primo fra tutti: l’Inter attuale è una squadra di grande qualità. Per la precisione, il collettivo con maggiore qualità in Italia, si può discutere se più o meno della Juve, sicuramente inferiore a nessun altro. Per quanto i milanisti possano vantare sovrabbondanza di qualità, soprattutto a centrocampo dove i vari Krunić, Çalhanoğlu e Bennacer…no, mi fermo, mi viene troppo da ridere. Qualità, dicevamo. Gli innesti, dal 2019, di Barella, Lukaku, Sensi, quelli successivi di Eriksen e poi Hakimi, il duro e costante lavoro dell’allenatore, la crescita esponenziale di Bastoni e Lautaro: questa squadra ha raggiunto una qualità che mai si era vista negli ultimi dieci anni. Per tornare alla dolorosa annata 2001-02, l’hombre vertical poteva contare su una squadra competitiva, certo, ma a parte gli irriducibili Zanetti, Cordoba e Di Biagio, era stata una stagione tormentata da infortuni e “sfortunate” circostanze. Quella era una squadra che, pur avendo un attacco sulla carta stellare, si era spesso trovata a schierare i rincalzi, tanto che ancora stupisce come abbia fatto a lottare per lo scudetto.

Il cinque maggio era stato l’acme di un immane, smisurato sforzo psicofisico, di una rivolta spirituale violenta, oltre le proprie possibilità, contro gli avversari, contro un sistema ostile e contro la sfortuna. Uno slancio ormai giunto allo stremo, e collassato fragorosamente.
L’Inter attuale sprizza qualità, forza, salute. Il nostro terzetto difensivo è affidabile e sicuro come una Volkswagen. Con 29 gol subiti in 33 partite, la nostra è la miglior difesa della serie A, nonostante i ripetuti tentativi di sabotaggio da parte di capitan Handanovič, nuovamente in balia della sua labilità emotiva, probabilmente l’ultimo residuo della vecchia isteria nerazzurra. Brozo ha lo scazzo perenne del quindicenne liceale chiamato a spiegare alla classe le leggi del moto armonico. Ma quest’anno si è rivelato comunque costante come uno scolaretto coreano, in barba allo stereotipo della irregolarità balcanica. Barella è attualmente il miglior centrocampista italiano, senza discussione. Il suo finale di campionato è da fiato corto, ma per tutta la stagione ha corso tanto da coprire un buon 15% della terra, lasciando all’acqua e a N’Golo Kantè la restante superficie. Il reparto offensivo vanta la coppia di attaccanti tra le più forti e complete d’Europa, 36 gol in due, e tanto basterebbe, a cinque giornate dalla fine e con undici punti di vantaggio sulla seconda, per dormire sonni tranquilli.

Non ci sarà un altro cinque maggio perché l’Inter è una squadra solida. Antonio Conte da Lecce è uomo di parola, e ha mantenuto le promesse. Aveva promesso un’Inter regolare e forte, e così è stato. L’Inter ha nervi d’acciaio, come un neurochirurgo, come un artificiere. Quadrata, paziente, cinica. Sembra una squadra di Lippi, di Capello, di Conte appunto. Insomma, anche se fa sempre un po’ male ammetterlo per le analogie con i precedenti fasti bianconeri, l’Inter di Conte è ormai quella cosa lì, una squadra spietata, consapevole e vincente. Vincere un campionato con così largo anticipo non sarebbe un risultato scontato. Esclusa l’Inter del tremebondo cinque maggio, ne abbiamo viste di corazzate tentennare clamorosamente sul traguardo. L’Inter di Mancini del 2008 vinse lo scudetto all’ultimo respiro, grazie ad una doppietta di Ibrahimović all’ultima giornata, dopo aver accumulato sei punti di vantaggio sulla rivale Roma a tre giornate dalla fine, ed aver sprecato il match point alla penultima a San Siro. E l’Inter del triplete e del diciottesimo scudetto raggiunse il traguardo all’ultima giornata, battendo il Siena, difendendo così i due punti di vantaggio ottenuti solo poche giornate prima, quando la Roma di Ranieri si era fatta incomprensibilmente battere all’Olimpico dalla Samp. Già quell’anno il cinque maggio era stato esorcizzato con la vittoria, ancora contro la Roma, nella finale di Coppa Italia, primo titolo dello storico triplete.
Conte si può permettere di dire, a cinque giornate dal termine, che abbiamo una probabilità del 95% di vincere lo scudetto, perché è sicuro del proprio lavoro e dei propri uomini. Anche per questo non ci sarà un altro cinque maggio. twittalo
Classico commento pacato della Gazzetta quando L’Inter fa una cappella
Non ci sarà un altro cinque maggio perché questo scudetto ce lo meritiamo. Abbiamo battuto tutte le squadre che occupano dalla seconda alla sesta posizione in classifica. E l’Inter sparagnina delle ultime giornate è solo l’ultima, delle tante versioni proposte e possibili. Perché per arrivare a vincere uno scudetto con tranquillità, potendoti permettere di giocare con il freno a mano, devi aver accumulato un vantaggio consistente, devi aver vinto, meritatamente, undici partite di fila. Allora, mettiamo via i cornetti, molliamo la stretta sulle gonadi, andiamo a prenderci i tre punti con il Crotone, e se dovessero servire altri tre con la Sampdoria. Ma non aspetteremo oltre, perché sarebbe da pazzi, da pazza. No, no more.

