Bauscia Cafè

No more Pazza Inter, no more…

Affrontare una partita con un atteggiamento ancor più noncurante rispetto a quello tenuto contro il Bologna era difficile, eppure i nostri riescono sempre a stupirci. Perché per una squadra che punta a rincorrere la Lazio e mira, finalmente, a una tranquilla qualificazione nell’Europa che conta, affrontare per oltre metà partita il Verona con la stessa intensità dell’amichevole del giovedì è davvero inammissibile.

Attanagliato dal solito dogmatismo, Conte manda in campo il consueto 3-5-2, un modulo che da gennaio ad oggi assume sempre più i connotati di un 5-3-2 tanto in fase di possesso quanto in fase di riporto, con Borja chiamato – invano – a servire le due punte apparse spaesate, oggi più che mai, per cinquanta minuti di gioco e con Gagliardini chiamato a rompere il gioco veronese di fianco a Brozovic.  

Pronti-via e dalla zolla destra della difesa sbuca Lazovic che uccella un irriconoscibile Skriniar, penalizzato – a mio parere, nda – da uno schieramento tattico che lo chiama inevitabilmente a occupare un metro in più di campo senza l’ausilio della diagonale del terzino. Ed è così, difatti, che nasce il vantaggio veronese: scatto dell’esterno di casa, Skriniar, trovatosi solo con il tornante ben più in avanti rispetto a lui, non azzarda il fallo, prendendo così il gol alla prima occasione.

Come da copione, il paradosso nerazzurro ci regala un’illusione condita da un cenno di reazione, ed ecco che da un inaspettato servizio su Lukaku e da un palo centrato da quest’ultimo nasce il tap-in vincente di Candreva che regala tranquillità e respiro ai ragazzi.

Per quanto casuale sia stato, il gol del pareggio è la riprova del fatto che nel calcio gli episodi contano eccome, ed è per questo, difatti, che la squadra sembrava finalmente più serena e in grado di restare più corta colmando le distanze tra i tre di difesa e i due di centrocampo, tanto da riuscire a strappare il campo con Gagliardini che serve Candreva per il fortunoso gol del vantaggio nerazzurro.

Il Verona tuttavia, nonostante la stanchezza accumulata durante la prima frazione di gara giocata a mille, non demorde e pur avendo accusato il colpo riesce a trovare il pareggio con Veloso che taglia definitivamente le gambe e mina la già precaria consapevolezza dei nostri ragazzi. A riprova del fatto che il reparto arretrato dell’Inter – che l’anno scorso contava 33 gol subiti in una stagione intera – sembra esser il più penalizzato da questo 3-5-2 più insulso che utile.

Inconcepibili appaiono i cambi tardivi in una partita affrontata in questo modo, proprio come inconcepibile risulta l’ingresso umiliante di Eriksen al minuto 88 quando oramai, per testa e risultato, i giochi risultavano alquanto compromessi. Prescindendo dalla questione Eriksen, bisognerebbe porre l’accento sul cambio che ha dato il ‘la’ alla ripresa veronese: uscito Lukaku – per un assentissimo Lautaro – la squadra si è abbassata e il Verona ha ripreso a giocare. Insomma, niente di poi così diverso da quel famoso Santon per Icardi che ad altri è costato crocifissioni e processi sommari per oltre un anno.

A prescindere da moduli e risultati che tardano comunque ad arrivare, ciò che proprio non può tollerarsi è la mancanza di idee e di gioco dei ragazzi ogni qualvolta la zolla di centrocampo risulta pressata, come dimostrano gli oltre otto lanci da Handanovic a Lukaku…tristissimo e costante leitmotiv del gioco interista da oltre due mesi.

Ai posteri l’ardua sentenza.

[Interisti Stalinisti per #VeronaInter, 10 luglio 2020]

Al di là della classifica e della gara odierna è forse questa la domanda che tifosi e società dovrebbero porre a chi ci allena: sono meritati i 12 milioni annui e la fama di “vincente” alla luce dei risultati non poi così dissimili da quelli dello scorso anno e, soprattutto, alla luce di quanto mostrato ad oggi?

L'Interista Stalinista - Giustiziere sportivo e politico, militante

Perché non c’è nulla di più giusto di uno che si chiama Acciaio, che odia la Juventus e che non concede bis a democristiani e juventini.
Giusto e cattivo per antonomasia, da demonizzare e da prenderci le distanze. Perché in un universo mediatico tristemente pop, gridare “Viva Inter e Viva Stalin” è dannatamente punk.
O Inter o muerte!

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