Razza padrona

Qualcuno – non io – si era illuso.
Pensava che lo scudetto avrebbe chiuso la fase della polemica sistematica, della delegittimazione strisciante, delle offese camuffate da richiesta di giustizia.
Non poteva essere così, trattandosi della Dinastia Agnelli.

Non è bastata nemmeno la capitolazione simbolica della Federcalcio (Abete si conferma il più inutile e pavido fra i dirigenti sportivi), che ha accettato la scritta “30 sul campo”.
Cresciuto nella sua “cula de oro”, nonostante 19 sconfitte in ogni ordine di tribunali che si sono finora occupati di Calciopoli, Andrea Agnelli continua imperterrito a rivendicare le vittorie “sul campo” ottenute dalla Triade: “Noi juventini sentiamo nostri tutti e 30 gli scudetti vinti… La Federazione, invece, ne salta 2 e secondo lei sono 28. Non ci troviamo d’accordo. Così abbiamo deciso di togliere le 2 stelle sopra il logo: non riconosciamo l’aritmetica della Federazione”.

Avendo appena riconosciuto, bontà sua, che la Terra è rotonda, Agnelli si sente in diritto di inviare un avvertimento alla giustizia sportiva: se Conte fosse riconosciuto colpevole, si aprirà una nuova guerra senza esclusione di colpi.

Agnelli non riconosce l’aritmetica della Federazione come Marchionne giudica “folclore locale” le sentenze della magistratura sul reintegro degli operai iscritti alla Fiom a Pomigliano. Quando c’era Fortebraccio, gente così sapeva come chiamarla: “razza padrona”.

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Rudi Ghedini, bolognese di provincia, interista dal gol sotto la pioggia di Jair al Benfica, di sinistra fin quando mi è parso ce ne fosse una.