Orgoglio, determinazione, preparazione

Stramaccioni, giustamente tutti dicono che l’Inter le ha offerto l’occasione della vita. Proviamo a vedere l’aspetto anche paradossale: non è che l’Inter, involontariamente, le ha tolto la possibilità di crescere? In futuro trovare una squadra migliore sarà praticamente impossibile…
«Non avevo mai visto la cosa da questa angolazione e in effetti è vero. Sicuramente la scelta dell’Inter è stata qualcosa di incredibile e mi ritenevo già fortunato quando il presidente mi ha convocato in uno studio legale per parlare della prima squadra. Alla fine di quelle 2 ore mi ha detto che ero il nuovo allenatore dell’Inter e mi sono passate tante cose per la testa. Una cosa però è prendere una squadra in corsa, per 9 gare, un’altra è partire dall’inizio. In questo periodo fuori dal campo per me è una specie di master accelerato. Neppure 100 anni in Primavera ti preparano alla prima squadra dell’Inter e ogni partita ne imparo una nuova».

L’ultima qual è stata?
“Come si vincono le partite parlando con… il quarto uomo. Nelle giovanili non c’è e mi devo adattare. Reja domenica gli ha parlato di continuo e poi il quarto uomo riferiva all’arbitro. Alla fine a Reja ho detto che la partita l’aveva vinta lui…».

Tra qualche settimana farà la prima preparazione estiva con tanti campioni. Preoccupato?
«Devo avere l’intelligenza e l’umiltà di ascoltare. Non a caso ho tenuto lo staff di Mourinho e degli altri tecnici dell’Inter e i miei due collaboratori li ho messi dietro a quelli che c’erano. Faremo una riunione e da lì nascerà la mia preparazione estiva. Non sono preoccupato e anzi il presidente è stato straordinario: facendomi allenare queste 9 partite mi ha dato un vantaggio incredibile e mi ha permesso di conoscere lo spogliatoio e i ragazzi».

Ha pensato per un attimo “Perché Moratti non mi ha chiamato quando ha sostituito Gasperini?”
«Sinceramente no. A settembre avevo la sensazione che l’Inter non mi conoscesse bene e al momento del primo avvicendamento non c’era ancora quell’empatia data dal lavoro e dai risultati. A marzo, invece, ho avuto la sensazione di essere stato “pesato” e “respirato” dal presidente che ha visto giocare dal vivo la Primavera e che mi ha parlato spesso. Moratti e il figlio addirittura sono venuti a Londra per la finale della Champions della Primavera invece di andare a Torino per Juve-Inter. Non eravamo la squadra più attrezzata, ma vincemmo e quei 2 successi ai suoi occhi mi hanno dato qualcosa in più».

Chi deve ringraziare per essere arrivato all’Inter?
«Le scelte decisive sono state di Roberto Samaden e del direttore sportivo Piero Ausilio che mi conosce meglio di tutti anche se pure Casiraghi, lo storico osservatore dell’Inter, mi ha seguito molto».

Dove ha iniziato ad allenare?
«Al quartiere Nuovo Salario con l’AZ Sport, poi sono andato alla Romulea che in quegli anni era affiliata alla Lazio (adesso grazie a Stramaccioni sarà affiliata all’Inter, ndr). Iniziai a fare anche l’osservatore per il club biancoceleste e per 6 mesi ho avuto il tesserino che lo attestava, poi però è arrivata la Roma. Ringraziai tutti e firmai per i giallorossi. Scoppiò un macello…».

Allora è destino che quando lei passa da una società all’altra si crei un polverone…
«E’ successo anche quando dalla Roma sono andato all’Inter, ma la colpa non è mia. Nel 2010 avevo una grande offerta da parte della Fiorentina e l’Inter provò a inserirmi nell’affare Burdisso, ma i dirigenti non mi lasciarono andare. La presidentessa Sensi mi diceva che ero il futuro, ma non mi potevano dare la Primavera. Mi rinnovarono il contratto e ottenni di inserire una clausola unilaterale ovvero la possibilità di avere una settimana di tempo prima di una certa data per liberarmi se la società non mi avesse garantito una cosa (la panchina della Primavera, ndr)».

La scorsa estate quella panchina non gliel’hanno affidata e così…
«Il mio problema era la crescita professionale. Giustamente la Roma voleva continuare con Alberto De Rossi che è un’istituzione e un ottimo tecnico, il cui lavoro è sotto gli occhi di tutti, ma io avevo bisogno di progredire. Mi sono comportato correttamente e sono stato favorito dal fatto che i nuovi proprietari non hanno letto la clausola del mio contratto».

Con De Rossi senior si è rotto qualcosa?
«La cosa purtroppo è stata montata e ci hanno messo contro. Non ho mai avuto e non ho niente contro di lui. Alberto giustamente ho voluto rimanere ad allenare la Primavera. Niente da dire, ma io non potevo restare a vita agli Allievi. Si è creato un dualismo interno tutto romano e a quel punto ricucire lo strappo era impossibile».

Com’è stato l’addio alla Roma?
«Dolorosissimo e non mi vergogno a dirlo. Sono stato con tante persone, tra le quali Conti, Totti, Vito Scala e la dottoressa Mazzoleni, con le quali ho un bel rapporto e grazie alle quali sono cresciuto».

La separazione ha inciso sul suo tifo giallorosso?
«Sono rimasto molto male per come è stata gestita la situazione e ho sofferto tanto. In situazioni come questa perdi un pochino di quel disincanto che hai da ragazzo. Diciamo che è come se ti lasci con un grande amore e poi ti sposi con un’altra donna. Adesso sono innamorato di un progetto e dell’Inter».

Rispetto agli altri giovani allenatori, Guardiola, Conte e Luis Enrique, lei è l’unico che non ha un passato da giocatore a certi livelli. Un limite o solo una diversità?
«Non ho avuto la loro carriera da calciatore, non ho frequentato grandi spogliatoi e non ho disputato partite a certi livelli, ma allo stesso tempo ho un piccolo vantaggio: ho vissuto più da allenatore perché a 23 anni già avevo intrapreso questa carriera».

In questo assomiglia a Sacchi.
«Sacchi è il mio maestro e con lui è nata subito un’empatia notevole, ma con tutto il rispetto e l’affetto che ho per lui (sorride divertito, ndr), Sacchi non sa fare due palleggi. Io ero un difensore centrale di qualità e sono andato via da Roma a 14 anni per giocare al Bologna. Ulivieri e Reja mi conoscono e possono testimoniare. Ho giocato nella nazionale Under 15 con Totti, Nesta e Di Vaio. Ero bravino, promettente, tanto che dai Giovanissimi mi mandarono direttamente in Primavera. E lì mi sono gravemente infortunato, a 15 anni e mezzo. Mi hanno dovuto operare 3 volte. Ho provato a tornare in campo con il Monterotondo, dove c’era Pietro Leonardi come direttore sportivo, ma non ce la facevo e così ho iniziato ad allenare».

Qual è il suo modulo preferito?
«Il modo migliore per coprire il campo è con 4 difensori, 3 in mezzo e 3 giocatori offensivi. Può variare l’interpretazione della mediana, con un vertice alto o basso, perché sono i calciatori che fanno il modulo. Non sono integralista sul modulo, sull’idea di calcio sì. La conferma è stata la prova di domenica a Roma: per la prima volta non potevamo giocare con 3 elementi offensivi, ma abbiamo comunque disputato una partita offensiva per 60′. L’idea di gioco va oltre il singolo. Poi se hai Sneijder la sviluppi in un modo, senza di lui in un altro».

Qualcuno sostiene che Stramaccioni assomigli a Mourinho.
«Mourinho mi ha dato più di un consiglio».

Vuol dire che lei e Mourinho parlate?
«Sì, ma non l’ho mai detto neppure ai giocatori. Ho deciso di avvicinarmi a lui dopo che mi ha contattato. Lo ha fatto credo per quanto ama l’Inter. Me lo ha scritto anche in uno dei messaggi».

Quando le è arrivato il primo sms cosa ha pensato?
«Era firmato José Mourinho e credevo fosse uno scherzo. Davvero… Poi ho chiesto al team manager, Andrea Butti, che conosce bene Mourinho e mi ha detto che era stato lui a dargli il mio numero. Ho ascoltato i consigli di Mourinho e lo ringrazio. Non l’ho mai incontrato di persona, ma è un piacere anche solo parlare con uno dei migliori allenatori al mondo».

Qual è il suggerimento che ha più apprezzato?
«Il più bello, dopo che ha visto giocare la mia Inter, è stato quello di non cambiare di una virgola, di non farmi “contaminare”. Non ho intenzione di farlo perché il presidente mi ha scelto per quello sono. Ho cercato di rimanere me stesso e di dare un’impronta alla squadra anche in queste 9 partite. Credo di esserci riuscito. Devo imparare e migliorare, ma non stravolgermi, non farmi cambiare».

Tra gli allenatori della Roma invece con chi ha legato di più?
«Luciano Spalletti, anche se lui mi ha chiamato dalla Russia e mi ha detto “Non dirlo più perché ti fai un danno…”. Da lui ho preso tanto, sul campo. La Roma delle 11 vittorie di fila, la Roma della qualità, la squadra senza attaccanti veri e della palla “addosso” mi ha ispirato. Con Spalletti ho parlato tanto».

Non c’è Zeman tra i suoi riferimenti?
«Zeman è unico ed è impossibile imitarlo. Ha idee che sono sue e basta perché è il massimo esponente di quella corrente. Di lui o prendi tutto o non ce la fai perché il suo calcio coinvolge in fase offensiva tanti di quei giocatori che non si può trovare una via di mezzo».

Manca molto all’Inter per tornare ad essere competitiva per lo scudetto?
«Se ti chiami Inter devi puntare allo scudetto. Lo dico con poca diplomazia, anche se il dato oggettivo è che tra noi e la Juventus ci sono oltre 20 punti di distacco. Io però alleno giocatori abituati a lottare per vincere, a competere per grandi obiettivi. Per questo dopo una settimana dal mio arrivo ho parlato subito di terzo posto da conquistare. Da noi ci sono giocatori che sanno solo vincere».

Questa Inter è da ritoccare o da rifondare?
«Bisogna fare dei ritocchi che le permettano di rifondarsi. La rifondazione parte da una linea precisa che abbiamo chiara in testa».

Per puntare in alto quanti acquisti saranno necessari?
«Questa campagna acquisti-cessioni è fondamentale perché, come ci siamo detti con il presidente, per noi è l’anno zero. Lui ha detto che resterà chi lo merita ed è davvero così. Stiamo lavorando d’equipe e siamo un gruppo molto compatto dal quale uscirà la nuova Inter. Ad oggi c’è ancora qualche variabile interna che Moratti deciderà».

Zarate è una di queste variabili? Può restare o tornerà alla Lazio?
«Mauro lo stimo tantissimo e penso che in queste 8 partite abbia inciso non poco. La scorsa settimana secondo me non ha fatto bene, forse perché sentiva molto la gara con la Lazio, e io do grande valore agli allenamenti. Con Zarate sono in ottimi rapporti ed è un giocatore interessante, ma a quelle cifre è fuori mercato. Certo però che in un campionato come quello di quest’anno, dove 12 squadre hanno giocato con la difesa a 5, avere gente che salta l’uomo e crea superiorità numerica è importante».

Per questo state puntando su Lavezzi e Lucas?
«Sono due elementi che trasformerebbero qualsiasi squadra. Lucas è uno dei talenti emergenti del calcio mondiale e Julio Cesar, Maicon e Lucio me ne hanno parlato benissimo. E’ un ‘92 molto forte e chi lo acquisterà, farà un grande investimento. Lavezzi con questa stagione ha dimostrato che può fare la differenza anche a livello internazionale. La sua Champions è stata molto positiva e ha confermato grandi capacità nell’uno contro uno. L’argentino è più seconda punta, mentre Lucas può fare anche l’esterno. Nel mio modulo con 2 giocatori larghi o alle spalle di una punta potrebbero giocare entrambi. Del resto il calcio sta andando nella direzione della qualità. Guardate il Bayern che in passato era soprattutto forza e ora ha tanta qualità. E poi le convocazioni di Prandelli che segnano un passaggio epocale: ha creato una squadra per giocare con punte imprevedibili».

Le piacerebbe gestire un talento come Balotelli?
«Non lo conosco personalmente, ma nell’ambiente dell’Inter tutti dicono che è un bravo ragazzo. Le sue qualità non si discutono, è giovane ed è un patrimonio incredibile del calcio italiano. Ha fatto i suoi errorucci, ma non lo giudico».

Il prossimo anno in Serie A che derby sarà quello tra lei e Montella?
«Il mio rapporto con Vincenzo è particolare. Ha studiato, ha fatto la sua esperienza con il vivaio e poi si è messo in gioco. Più che un collega è un amico. Non a caso nell’aprile 2010, quando per la prima volta sono venuto a Milano a parlare con l’Inter, lui mi ha accompagnato. Alla riunione andai solo io, ma la sera guardammo insieme in tribuna Inter-Barcellona 3-1 e il giorno dopo ripartimmo in treno insieme. Mi diceva che dovevo restare a Roma. Su lui posso sempre contare perché i suoi consigli sono spassionati e da amico. Gli auguro di andare alla Roma e di fare un punto meno di noi il prossimo anno».

Quello che ha firmato/firmerà con l’Inter sarà il contratto più importante della sua vita?
(sorride) «Aspetta… Ci penso un anno… Sì. I tempi dell’annuncio però li deve dire il presidente».

Pensa che nella sua nuova Inter saranno inseriti giovani della “sua” Primavera?
«In ritiro ci saranno dei ragazzi aggregati, ma tra la Primavera e Serie A c’è… il Grand Canyon. In pochi sono subito pronti per il salto: penso a Balotelli, De Rossi, Faraoni… Ci vorrebbe un campionato intermedio per far crescere i giovani, per far loro capire che le giocate tra i professionisti sono fatte con un’intensità diversa. Per i ragazzi ci vuole un progetto, altrimenti si rischia di bruciarli».

Chi sono i 2-3 giovani della Roma che lei ha allenato e che arriveranno in alto?
«Sono contento che Caprari faccia bene a Pescara e anche Piscitella e Ciciretti sono bravi, ma la Roma di questi ragazzi di talento e dal fisico non eccezionale ne ha tanti».

Le piace il calcio della Juventus?
«Il segreto della Juve è stato l’aver messo a disposizione di Conte i giocatori più funzionali alla sua idea di calcio. I dirigenti gli hanno consentito di lavorare. Conte è stato bravo a sfruttare l’esplosione dei tre centrocampisti».

Lei invece in mediana ha sfruttato il ritorno su buoni livelli di Guarin.
«E’ un ottimo giocatore, uno in continua crescita. Si esprime al meglio come interno e abbina grande forza a qualità. Veniva da un grave infortunio, ma ha fatto bene».

Che cosa le manca di Roma?
«Solo la mia famiglia. Sono una persona semplice e mi piace pranzare con mio padre, mia madre e mio fratello. Non mi capita da un po’. Per il resto Milano mi ha accolto alla grande e ci sto bene».

Non so quanto tempo era che una intervista a un allenatore dell’Inter non suscitava in me questo interesse. Non so quanto tempo era che non mi prendevo la briga di ripubblicarla sul blog, per dare modo a tutti di leggerla attentamente e per spenderci due parole di commento. Non so quanto tempo era, ma in realtà non so neanche se l’ho mai fatto o meno…andare a controllare comunque non serve a niente perchè il passato, finalmente, è archiviato.

Sono vere queste parole di Stramaccioni o sono dette ad uso e consumo della stampa? Chissenefrega: in entrambi i casi sono un’ottima notizia. Quanto tempo era che non avevamo un allenatore così forte, così chiaro, così deciso? Quanto tempo era che non avevamo un allenatore così presentabile? Neanche Mourinho si concedeva alla stampa in questo modo, neanche Mourinho è mai stato così trasparente e così aperto…o almeno, neanche Mourinho riusciva a fingere di esserlo così bene.

La riassumiamo in tre parole, questa intervista? Orgoglio, determinazione, preparazione. Nel senso più esteso e ampio possibile dei termini.

Avete mai sentito Stramaccioni parlare della sua brevissima carriera da calciatore? Orgoglio smisurato, sin da piccolo, sin da quando aveva 14 anni. Ci tiene sempre a specificare che era un difensore di classe, apprezzato da tutti, riconosciuto dai suoi allenatori e dai suoi compagni che non hanno avuto la sfortuna di farsi male come invece è successo a lui. Orgoglio nella sua carriera da giocatore, orgoglio in quella da allenatore che “è iniziata prima” di quella di molti suoi colleghi: trovare il lato positivo in tutto, trasformare le difficoltà in vantaggi.

Orgoglio nella carriera di allenatore che si trasforma in determinazione e sicurezza nelle proprie idee, nelle proprie convinzioni. Non parla di 433 Stramaccioni: parla di “4 difensori, 3 in mezzo e 3 giocatori offensivi“. Significa 433, rombo, albero di natale e tutte le varianti del caso: significa esattamente quello che abbiamo visto in queste 9 partite. Significa che conta l’idea di gioco, non il modulo e i numeretti. L’idea di gioco, ufficialmente quella di Spalletti, quella della squadra senza attaccanti, la palla addosso: il “Luna-Park Roma”, ve lo ricordate? Di fatto qualcosa in più. Un gioco offensivo ma equilibrato, perchè Zeman resta giustamente un estremismo da non inseguire: non conta chi si diverte di più, conta chi vince le partite. Non conta solo la tattica, conta la preparazione. Innanzitutto la preparazione mentale.

Questi ragazzi hanno bisogno di obiettivi impossibili“, disse Stramaccioni in privato qualche tempo fa. Lo ripete oggi: “Io alleno giocatori abituati a lottare per vincere, a competere per grandi obiettivi. Per questo dopo una settimana dal mio arrivo ho parlato subito di terzo posto da conquistare. Da noi ci sono giocatori che sanno solo vincere“. Puntare allo Scudetto, subito, senza paura di saltare in aria. Poi si raccoglierà l’obiettivo vero -che ad oggi, fra anno zero, ricostruzione e rifondazione, non può essere più del terzo posto- ma la testa deve essere sempre puntata verso l’alto, verso qualcosa di irraggiungibile: è così che scatta la determinazione dei campioni che abbiamo in squadra. E’ così che anche gli altri possono diventare campioni.

Orgoglio, determinazione, preparazione. Non solo preparazione per i giocatori, ma anche prepazione per sè stesso. Maniacalità. In Serie A 12 squadre quest’anno hanno giocato con la difesa a 5: lo sapevate? Lui lo sa alla cieca, al punto da parlarne in una tranquilla intervista di fine stagione. Non 10 o 15: 12. Maniacalità e coscienza di ciò che serve per vincere: avere l’appoggio della società. Avere una società che metta a disposizione dell’allenatore giocatori funzionali alla sua idea di calcio. Come ha fatto la Juventus con Conte, come non ha fatto, oggettivamente, l’Inter negli ultimi due anni. Il mercato è conseguenza: un regista di centrocampo innanzitutto, sul resto si può giocare. Chiacchiere da giornalisti, niente di serio. I discorsi veri sono altri.

Maniacalità, coscienza di ciò che serve, coscienza dei propri limiti: Zeman lo abbiamo già citato, la Primavera no. La differenza tra Primavera e professionisti è enorme, non è la prima volta che Stramaccioni lo sottolinea. “I ragazzi devono capire che le giocate tra i professionisti vanno fatte con una intensità diversa“: a chi ha seguito la Primavera quest’anno sarà sicuramente venuta in mente un’azione di Longo domenica scorsa contro la Lazio. Dal fondo sulla fascia sinistra voleva entrare in area palla al piede, saltando un difensore di fisico e potenza come ha fatto spessissimo tra i giovani. Risultato: è stato rimbalzato in corner. Intensità diversa, preparazione diversa: “per i ragazzi ci vuole un progetto, altrimenti si rischia di bruciarli“. E’ quello che ripetevamo alle primissime apparizioni di Stramaccioni sulla panchina della prima squadra, quando la formazione era praticamente identica a quella di Ranieri: i giovani arriveranno, ci vuole tempo, non li vedrete in campo dalla sera alla mattina. Le convocazioni delle ultime partite parlano da sole, e ancora più chiaramente parlerà la prossima stagione.

Sì, perchè Stramaccioni sulla panchina dell’Inter sente di essercisi seduto proprio al momento giusto. Non all’inizio della stagione, quando non c’era empatia, non alla fine, buttando al vento 9 partite che invece sono state un vantaggio fondamentale per entrare nel gruppo, per capire certi meccanismi per iniziare ad imparare.

Empatia, idea di gioco, capacità comunicative spinte al massimo: parla e si muove come i grandissimi, Stramaccioni. Troppo bene e troppo precisamente per non far pensare che sia tutto studiato e preparato a tavolino: ma è solo un altro punto a suo favore. L’ennesimo. “Non cambiare, non farti contaminare” gli ha detto Mourinho: e non è stato l’unico a dirgli di fare attenzione a questo, non è stato l’unico a dirgli di non cadere nelle banalità, di non lasciarsi affondare dalla mediocrità del calcio italiano. Glielo diciamo anche noi, nel nostro piccolo: mantenere questa freschezza, mantenere queste idee, questa determinazione e questo orgoglio smisurato. Perchè l’Inter è fatta di orgoglio, di tantissimo orgoglio. Restare Andrea Stramaccioni, perchè è Andrea Stramaccioni ad essere stato scelto per allenare l’Inter.

E’ Andrea Stramaccioni a sembrare così dannatamente perfetto per allenare l’Inter.

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.