Con i piedi per terra

Una rondine non fa primavera.
Lo scrivo subito a mò di disclaimer, così da mettere bene le cose in chiaro sin dal principio di un post in cui, immagino, non riuscirò a stare completamente con i piedi per terra.

Un concetto breve, semplice, chiaro. Sobrio: la vittoria di Udine è stata un Capolavoro di Andrea Stramaccioni.

Un orgasmo tattico e agonistico durato 90 minuti, anzi iniziato già alla lettura dell’undici titolare. Lucio-Ranocchia scelta obbligata a sollevare qualche perplessità, poi il marchio a fuoco del Mister: Stankovic regista arretrato, due interni di ruolo, Milito a fare il regista avanzato. E la sorpresa che non ti aspetti: due trequartisti nel cosiddetto “Albero di Natale”. E’ il terzo o il quarto modulo che Stramaccioni cambia in 5 partite, è il trionfo del suo calcio, è un urlo che si alza alto da San Siro: la squadra è con lui, i principi sono stati assimilati. Il resto sono solo numeri su una lavagna.

Ripensare oggi a cos’era l’Inter negli ultimi tempi della gestione Ranieri regala un sorriso per niente amaro ma di gioia vera, perchè quell’Inter è stata rivoltata come un calzino e disintegrata sotto i colpi di questo giovanotto romano che sta dando ragione a chi puntava tanto su di lui, che sta dando ragione al suo Presidente. Era un’Inter spenta, morta, che sapeva solo difendersi e non riusciva neanche a farlo bene. “La coperta è corta“, raccontava Ranieri: non era vero. Una squadra che passava i minuti cercando di limitare i danni e che, puntualmente, una volta in svantaggio non aveva più la forza di rialzarsi. La stessa squadra passata sotto nel punteggio contro Cagliari, Siena, Udinese e che per quattro volte ha recuperato il risultato. Poco? Per la nostra Inter normale amministrazione, sicuramente. Per l’Inter degli ultimi mesi, una impresa impossibile.

Dobbiamo dimenticarci chi eravamo, l’Inter del Triplete non esiste più, dobbiamo ragionare come una provinciale“, amava ripetere Ranieri. “L’Inter è viva, e merita rispetto” risponde Stramaccioni alle interviste. C’è qualche differenza?

Dopo la partita di mercoledì Francesco Guidolin, non propriamente l’ultimo arrivato, si è definito “un asino della panchina” per il modo in cui si è fatto sorprendere dall’Inter di Stramaccioni. Un’Inter messa in campo con due trequartisti (“Di Natale e Floro Flores non possono giocare insieme, sono due attaccanti. Stramaccioni ha dimostrato che non servono tanti attaccanti per vincere una partita” ha commentato il presidente dell’Udinese, Pozzo), un’Inter rivoluzionata nei principi di gioco che fa del possesso palla la sua arma principale e che, per la prima volta da anni, si permette di impostare una partita su difesa, possesso palla e ripartenze veloci. Ripartenze, schemi, sponde: c’è tanto Sneijder, tanto Milito e tanto Alvarez nei 3 gol ma soprattutto c’è tanto -tantissimo- Stramaccioni.

Aumenta il numero degli under 30 in campo (Ranocchia, Nagatomo, Guarin, Alvarez, Sneijder), aumenta l’intensità, aumenta la cattiveria. Il furore agonistico, la rabbia. Qualcuno li chiamava “gli occhi della tigre”: sono quelli di Sneijder, sono quelli dell’abbraccio violento in cui Stramaccioni lo stritola mentre gli dà alcune indicazioni. Tensione al massimo, concentrazione alle stelle, gestione della percezione come unica guida nel lavoro di tutti i giorni: il risultato è un 3-1 a Udine, campo su cui abbiamo raccolto 7 vittorie negli ultimi 30 anni e sul quale per trovare un successo con più di un gol di scarto bisogna tornare indietro fino al 1980.

Numeri privi di significato? Può essere, perchè no. Di certo numeri da 3 punti, da un terzo posto al quale -arrivi o non arrivi- sarebbe un delitto non credere e da un equilibrio negli scontri diretti portato dalla nostra parte almeno con l’Udinese.

Il punto è dare a questi ragazzi obiettivi impossibili. Se alleni Lucio, Maicon e Sneijder non puoi ingabbiarli in un 4-4-1-1 a fare il compitino, e pretendere anche che ti risolvano la partita. Devi farli sentire importanti, fondamentali. Unici. Non è un caso che Sneijder sia tornato proprio mercoledì ad essere decisivo, a giocare con cattiveria, a essere cercato in continuazione dai compagni e a non incaponirsi in soluzioni personali. Non è un caso che questo sia successo proprio dopo la ridicola prova offerta a Firenze: chi segue Stramaccioni da più tempo sa che questo non può essere un caso, che non assomiglia affatto a una fortunata coincidenza. Maicon torna a farsi vedere sul fondo, la svagatezza di Lucio scompare all’aumentare del livello della partita (e degli stimoli, e degli obiettivi). Stankovic diventa decisivo in un ruolo cucito su misura per lui, Alvarez impara finalmente a muoversi in maniera efficace, Obi viene lasciato libero di dare intensità alla fase offensiva, Guarin realizza di trovarsi in campo per 90′ contro le sue stesse aspettative e moltiplica gli sforzi. Persino Ranocchia tiene altissima la concentrazione per (quasi) tutta la partita, contro due avversari come Di Natale e Torje che per uno come lui sono il peggio che possa capitare.

Sono solo conseguenze del lavoro di tutti i giorni, sono solo le risposte di giocatori che si sentono finalmente importanti, che capiscono finalmente di indossare la maglia dell’Inter. E’ così che li porti dalla tua parte, è così che vinci la diffidenza, è così che ti fai accettare e riesci a imporre il tuo lavoro.

Le prime settimane in squadra per un allenatore sono le più importanti” sosteneva Stramaccioni nella sua tesi per diventare allenatore “sono quelle le settimane in cui devi entrare nella testa dei giocatori, devi convincerli a seguirti, devi imporre il tuo lavoro“.

Le prime settimane all’Inter per Stramaccioni sono queste. Entrare nella testa dei giocatori? Giudicate voi. Andiamo da un Chivu che sembrerebbe vincolare il rinnovo alla conferma del Mister fino ad un Julio Cesar che candidamente spera “di riuscire ad arrivare terzi perchè così di sicuro confermano il Mister, che è bravo davvero“. Non parliamo del coro dei vari Zarate, Alvarez, Poli, Ranocchia, Guarin, Sneijder, entusiasti per la fiducia finalmente palpabile, e andiamo a finire direttamente sui senatorissimi, sul Capitano e i suoi vice: “Ha le idee chiare, ci ha ridato entusiasmo“, dice Zanetti. “Non conta l’età: se uno è bravo è bravo. Abbiamo seguito quello che diceva di fare Stramaccioni e abbiamo vinto. I complimenti vanno a lui“, gli fa eco Cambiasso. “Con Stramaccioni siamo felici, è davvero fantastico tornare ad esserlo“, chiude Stankovic.

Tornare ad esserlo, già. Perchè la sensazione, ad Udine, è stata quella. L’Inter sembrava tornata una squadra, tornata felice. L’Inter sembrava tornata.

Chiudo come ho iniziato: una rondine non fa primavera. Magari è stato un caso, una coincidenza, una fortuita combinazione di eventi. Magari un evento unico, irripetibile, casuale.

O magari è tutto merito di un allenatore vero.

Non è proprio da un allenatore vero, che questa Inter ha bisogno di ripartire l’anno prossimo?

 

About Nk³

Il calcio è uno sport stupido, l'Inter è l'unico motivo per seguirlo. Fermamente convinto che mai nessun uomo abbia giocato a calcio come Ronaldo (ma anche Dalmat non scherzava). Vedovo di Ibrahimovic, ma con un Mourinho in panchina persino i Pandev e gli Sneijder possono sembrare campioni. Dategli un mojito e vi solleverà il mondo.