Una domenica diversa

Oggi doveva essere la domenica del mio ritorno in Sardegna al seguito dell’Inter. Info su voli e  biglietti stadio presi da tempo ed amici sull’isola già pronti ad ospitarmi. Poi però sorge un improvviso impegno di lavoro e tutto salta. Pranzo aziendale lo chiamano, ma per me si è trasformato in un’autentica tortura. Si, perchè dopo anni, mi sono ritrovato a non avere la possibilità di seguire la partita. Niente tv e niente radio, ma solo l’occhio all’orologio e l’attesa snervante di qualche sms di aggiornamento sul cellulare.  Arrivano le 12.30 e il pensiero va inevitabilmente al match del S.Elia. Passano i minuti e di messaggini neanche l’ombra, ma la situazione impone di fare buon viso a cattivo gioco e allora si rimane sorridenti, facendo quello che gli esterofili chiamano “public relations”. Più passa il tempo più cresce l’ansia e  poco dopo le 13.00 scatta il piano B: la fuga in bagno, rigorosamente con cellulare al seguito. Velocemente invio la chiamata, due squilli e dall’altra parte una voce amica risponde informandomi subito del punteggio: 0-0. Chiedo la formazione e Cri mi snocciola gli undici: “Julio, Maicon, Samuel, Lucio, Chivu, Zanetti, Deky… goooooooooooooool… Eto’oooooooooooooooooooo! Eto’ooooooooooooo, grandissimo gol!”. Siamo in vantaggio. Esulto, alzando il pugno al cielo in quell’angusto spazio. Vorrei urlare liberando la tensione, ma non posso, quindi ringrazio e saluto l’interlocutrice, raccomandando di aggiornarmi in caso di novità. Torno al tavolo, con un sorriso beffardo stampato in faccia. Qualcuno sa, capisce l’antifona e lancia qualche frecciatina. Io, impassibile, non raccolgo e continuo nella mia recita. Passano pochi minuti e il cellulare emette un suono. Sussulto, apro l’aggeggio infernale e leggo: finito il primo tempo. Sospiro di sollievo e 15 minuti circa di rilassamento apparente. Ma in certe circostanze 15 minuti possono durare un attimo e in un baleno si arriva alle 13.30, orario del via del secondo tempo. Continuo a far finta di niente mangiando distrattamente, più per nervoso che per fame. Passano venti minuti e nessun aggiornamento. Non resisto, mi alzo e vado di nuovo in bagno. Invio la chiamata, dall’altra parte suona, ma nessuna risposta. Al sesto squillo finalmente di nuovo la voce amica: sempre 0-1 per noi, ma Julio ha fatto il miracolo. Ringrazio, saluto e riattacco. Torno di nuovo al tavolo, stavolta con l’espressione un’pò più contrita. Il solito di prima capisce e fa una battuta che nuovamente lascio cadere nel vuoto.  Passano pochi minuti e arriva un sms. Il cuore sale in gola, apro, leggo, ma è solo l’annuncio della sostituzione Obi-Coutinho. Altro sospiro di sollievo e si continua. Tra un boccone e l’altro passano i minuti e nessuna novità. Niente nuove buone nuove dice un proverbio; vero, ma che sofferenza! Arrivano le 14.15 e non resisto: mi alzo di nuovo ma stavolta esco fuori. Chiamo ancora, ma siamo sempre al 43′ e manca ancora troppo. Mi fermo fuori, attendo qualche minuto e richiamo. Due minuti alla fine, ma stavolta aspetto e chiedo di improvvisare una estemporanea radiocronaca, sino a quando, finalmente, arriva il triplice fischio. Tre punti d’oro, sofferti più che mai. Rientro, soddisfatto, col sorriso sulle labbra, giusto in tempo per l’arrivo del dolce. Stavolta posso gustarlo senza remore.

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