Vogliamo gli italiani

Gioco, spettacolo ma soprattutto fair play a San Siro, per “El Clasico” de noantri. La Juventus si presenta in campo decisa, coesa, determinata: tutti sanno quel che devono fare e mettono in pratica le indicazioni ricevute fin dall’inizio. Del Piero, incurante delle polveri vulcaniche, decolla al minimo contatto; Grosso fa il bullo sulla fascia; Chiellini infilza col gomito qualsiasi cosa si muova nel raggio di trenta metri. Iaquinta, per non sentirsi da meno, crolla ogni qualvolta il pallone gli si avvicina, senza provare nemmeno a controllarlo o, boh, a farci qualche cosa.

In questa bella atmosfera, prende vita una splendida sfida, piena di spunti tecnico-tattici. Fino all’espulsione di Sissoko, l’unico uomo in grado di atterrare Zanetti negli ultimi dieci anni, il pallone non rimane in gioco per più di sette secondi di fila, tra pestoni, gomitate, crolli e pianti. E meno male che a battere la fascia destra bianconera c’è uno Zebina particolarmente ispirato: le sue giocate sono autentiche boccate d’aria per gli esteti, soffocati dal tedioso susseguirsi di falli e falletti.

Dal campo arrivano lezioni di sportività da parte dei leggendari “italiani”, la leggendaria razza superiore della quale l’Inter è sprovvista. Emblematico, a tale proposito, il commovente episodio che vede protagonista un Chiellini che prima sgomita vistosamente Pandev e poi, vedendo sanzionato il suo delicato intervento, si mette ad urlare improperi contro l’arbitro battendosi i pugni sul petto e brandendo una clava. Ah, quando mai potremmo vedere un nostro giocatore esibirsi in un simile spettacolo? Quanto ancora dovremo aspettare per vedere finalmente la nostra squadra piena di italiani come un tempo, quando c’erano Vieri, Cannavaro, Coco, Morfeo e gli altri e tutti gli anni facevamo incetta di trofei?

Caricata dai nuovi (?) sviluppi (?!) di calciopoli, la Juve difende a pieno organico, supera spesso quota tre passaggi di fila e tira addirittura in porta: il fatto che tutto ciò basti a far pensare che “è una buona Juve” la dice lunga sullo standard di prestazioni alle quali questo squadrone ha abituato il pubblico. Purtroppo, mentre tifosi e commentatori sono in estasi e Del Piero ha ormai completato le procedure per un decollo definitivo, arriva l’espulsione di Sissoko a spezzare la magia. Una vera disgrazia: da questo momento in poi, la Juve è costretta a difendersi in massa, ripartire se proprio deve e tentare svariate conclusioni da fuori, vedendosi obbligata a snaturare il proprio gioco e la propria vocazione al futebòl bailado. Peccato.

L’Inter attacca con foga, ma non troppo. Milito (nell’occasione perso da Cannavaro) si esibisce in quello che ormai sta diventando un abitueè, ossia il colpo-di-testa-in-tuffo-da-un-metro-dopo-sponda-da-angolo che finisce misteriosamente non dentro la porta, mentre Eto’o, dopo essersi bevuto Cannavaro, ciabatta in curva un sinistro in caduta in pieno stile Martins. Cannavaro, per le buone chiusure di cui sopra, viene più volte citato come uno dei migliori in campo, il che la dice lunga sullo standard di prestazioni alle quali l’impavido capitano ha abituato il pubblico.

Il gol, comunque, è nell’aria: la pressione è alta, i giocatori della Juve prendono a comportarsi in modo curioso. Grosso spende falli inutili su avversari chiusi e col pallone che sta comodamente rotolando fuori, poi mette un dito in bocca a Milito intimandogli di smetterla; Zebina prosegue nella regressione che lo porterà ad essere una valida pedina per la seconda categoria del Montespertoli, dispensando preziosi assist ai giocatori neroazzurri. La partita, però, non si sblocca, e lo spettro di un infausto pareggio contro la squadra dei crolli e delle dita in bocca si fa sempre più minaccioso. Diego, dinamite pura nel piede destro, dimostra a più riprese di avere dentro di sé lo spunto che potrebbe portare al colpaccio.

Quando mancano quindici minuti al termine, la svolta: Iaquinta, ormai pesantamente contuso dopo gli innumerevoli crolli autoimposti, lascia il campo all’orgoglio tricolore, al figlio della patria, alla massima espressione della pura razza italica. E’ lui, l’eroe, la speranza di un paese intero. Farà sfracelli, come sempre.

Un minuto dopo, infatti, Maicon, pur essendo nato a 12000 km dal belpaese, sombrera proprio il nostro eroe, addomestica il pallone con la coscia e spara un mezzo esterno micidiale che trafigge Buffon, fatto di per sé assurdo vista la nazionalità del portiere bianconero, status che dovrebbe automaticamente garantirgli l’invulnerabilità. La gara è ormai in discesa per la squadra di Mourinho, che per dare la mazzata definitiva all’incontro dice a Muntari di togliersi la pettorina. Non appena il nostro eroe si alza dalla panchina, Balotelli sfonda la traversa con una fucilata in stile-Diego. Il Rummenigge del terzo millenio, poco dopo, ci prova da analoga posizione spaccando le mani a Julio Cesar, che riesce però miracolosamente a bloccare nonostante la cannonata gli sfondi i guanti e gli ustioni i polpastrelli, cancellando le sue impronte digitali.

Sulley entra e, come al solito, la sua prima giocata erutta musica e poesia: tocco morbido a liberare Milito che è solissimo ma si inzebina ed inciampa, dando l’impressione di non aver ben chiare le idee sul da farsi. Manca poco, ma il campione ghanese non vuole saperne di non lasciare la sua micidiale impronta sul match.

Impronta che, ovviamente, finirà per lasciare. Ricevuta palla sulla sinistra, dal suo celestiale mancino parte un cross chirurgico che Eto’o non può fare a meno di mettere dentro, chiudendo i giochi e rispostando le attenzioni del popolo juventino a quanto non sta accadendo a Napoli.

Finita la partita, c’è tempo per riflettere  sull’impresa di Amauri, capace di non toccare un solo pallone, e per gustarsi la degna conclusione della splendida serata di sportività della squadra bianconera: il toccante piagnisteo davanti alle telecamere, con le recriminazioni e mugugni di Chiellini e Zac nei confronti di quest’arbitro che ha falsato la partita con l’espulsione inventata di Sissoko. Il consueto aplomb dei settimi in classifica, che si scordano accidentalmente di citare come lo stesso Giorgione, Grosso e Felipe Melo meritassero tutti la doppia ammonizione, provvedimento che col codice Tagliavento sarebbe stato preso circa al settimo minuto di gioco.

Finisce quindi due a zero, un risultato che sancisce la prima vittoria alla vigilia di una partita fondamentale di Champions League. Che dire, speriamo che non porti merda.

mo

About Grappa

Il mio sogno è vedere Klopp a San Siro con una tutaccia nerazzurra che si fa espellere ad ogni partita per aver staccato la testa al quarto uomo. Passo il mio tempo a ciarlare di santoni calcistici o presunti tali, ma in realtà mi ispiro a Fassone. Inoltre faccio una carbonara che te dico fermate.