Questione di stile

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Noi lo sapevamo già

Mi chiamava Facchetti, certo. Era uno dei più assidui, e una vol­ta la sua chiamata è stata al limite del lecito. Sì, mi spiace che Facchetti non ci sia più, ma così stanno le cose. E Moratti sa bene come erano i miei rapporti con Facchetti”.

Queste le parole infamanti del miglior arbitro di sempre – affermazione difficilmente smentibile, dopo il capolavoro (cit.) di Lecce-Parma 3-3 – in seguito allo scoppio dello scandalo di Moggiopoli. L’obiettivo era semplice: aggiungere un ulteriore elemento alla strategia mediatico-difensiva del “tutti colpevoli nessun colpevole”. Arriva puntuale la querela della famiglia Facchetti volta a difendere la lealtà dell’Uomo che ha contribuito a fare la storia dell’Inter.

Oggi, un po’ meno puntuale, arriva la smentita. Parole clamorose che svelano il trucco, l’intento e la bassezza di alcuni personaggi, nonostante il ravvedimento. Solo questo basterebbe per mettere in dubbio le dichiarazioni di tutti coloro rinviati a giudizio per “associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva”.

“Oggi non ripeterei quelle parole che non corrispondono per nulla al vero. Quelle frasi, di cui mi dolgo, sono false e gravi per l’offesa che hanno creato alla memoria di una persona sempre correttissima. Mi dispiaccio di quelle parole per le quali mi scuso pubblicamente”.

Immaginando il dolore di De Santis, sottolineiamo la scelta della famiglia Facchetti di ritirare la querela. Questione di stile.

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