Ventunesimo minuto di gioco del primo tempo di una partita incolore: Tissone scodella un pallone apparentemente innocuo in area di rigore nerazzurra, Ranocchia interviene in modo maldestro e anche un po’ sfortunato, la carambola finisce sui piedi di Munari che, in tutta tranquillità, porta in vantaggio la Sampdoria.
Un mese fa sarei sbiancato in volto e, tra una bestemmia e l’altra, avrei seguito il resto del match con bruttissimi pensieri e sgradevoli sensazioni: ma non mercoledì sera.
Mercoledì infatti è ricomparsa, quasi magicamente, quella magnifica serenità che accompagnava tutti i tifosi nerazzurri durante l’epopea targata Mourinho. La certezza che, in un modo o nell’altro, con pazienza e fiducia, l’avremmo comunque portata a casa, perché in campo si avvertiva chiaramente la voglia da parte di ogni singolo giocatore di fare il massimo per ottenere i tre punti: lo si vedeva dagli sguardi, dalla corsa, dalla tranquillità nella gestione del pallone. Tutto questo nonostante un nuovo cambio di modulo, azzardato sì ma fino ad un certo punto, e a dispetto di una indiscutibile fatica nel far male ad una catenacciara Sampdoria nei primi 45 minuti. Niente mi turbava, neppure quando il bell’inserimento di Pereira si schiantava sulle mani protese di Romero e la successiva ribattuta di Guarin a porta vuota finiva di poco a lato, in una delle poche occasioni vere costruite dall’Inter nel primo tempo.
Già, Pereira e Guarin: eccolo qui, l’ennesimo passo avanti dell’Inter.
Non capisco l’accanimento critico contro l’esterno uruguagio, davvero. Ha spinto con continuità, si è reso pericoloso, ha sfornato almeno due cross perfetti sui quali avremmo potuto far male alla Sampdoria; unica macchia un brutto intervento su Berardi, da “arancione”.

Nella vittoria di mercoledì c’è anche la gioia del calcio di quei tre là davanti, che anche in serate apparentemente contrassegnate da una insolita mole di errori banali, sanno rappacificarti con il nostro gioco preferito con azioni come quella del 2-1: un contropiede che mi ha letteralmente stordito per rapidità di esecuzione e perfezione nei tempi, nei passaggi e nella finalizzazione. Cassano parte palla al piede ad una velocità folle, ed è lucidissimo nell’assist a Palacio: la pippa ex Genoa (cit.) si conferma tale e la mette là dove si annidano i nemici dell’igiene (e qui ringraziamo Roberto Scarpini) con una semplicità disarmante.
Ma la cosa più bella della serata, forse sfuggita ad alcuni, è quel gesto fraterno, affettuoso, da vero capitano del buon Javier Zanetti: Guarin segna il terzo gol e lui se ne va in panchina per un gimme five con Mudingayi e Pereira. Un episodio che racchiude, in pochi secondi, la vera forza di questa Inter: l’unità di intenti, gregari (di lusso, concedetemelo) e fuoriclasse insieme per un unico obiettivo, quello di fare tutto il possibile per provare a vincere, sempre. Sabato potrebbe essere proprio questo a fare la differenza, a casa dell’Impero del Male.
Un vero peccato quel brutto gol preso a partita finita: Stramaccioni è un perfezionista e si sarà incazzato quanto se non più del sottoscritto. Un errore ininfluente sì, ma legato ad un calo di concentrazione che questa squadra, per considerarsi davvero grande, non può concedersi: esagero?

