La questione poteva quindi considerarsi definitivamente chiusa, almeno fino al giorno in cui maaaatteo, senza che nessuno glielo avesse chiesto e soprattutto senza che nessuno gliene avesse riconosciuto l’autorità, si è autonominato Feldmaresciallo del Cotoletta e ha comunicato che entro il 2026 avremmo rifatto tutto.
Naturalmente non gli ha creduto nessuno.
Il problema è che Maaaatteo invece ci credeva davvero e, continuando imperterrito a parlare di date, campi, alberghi e programmi mentre gli altri lo assecondavano con quella benevolenza che normalmente si riserva alle persone alle quali non si vuole dare un dispiacere, è riuscito a insinuare il dubbio che la cosa potesse essere fatta davvero.
Sono quindi comparsi un campo, un campeggio, delle adesioni.
Sotto la sapiente guida del Feldmaresciallo, in appena tre mesi siamo riusciti a raggiungere un traguardo che ai tempi delle prime Operazioni Cotoletta sarebbe sembrato inimmaginabile: abbiamo compilato un Excel.
Il programma elaborato dallo Stato Maggiore era peraltro piuttosto ambizioso: ritrovo, calcetto, partita dell’Inter, cena, pernottamento, un secondo calcetto la domenica mattina, pranzo e infine il rientro a casa.
Tenete a mente il secondo calcetto, ci torneremo.
Sabato 5 settembre quindi, contro il pronostico di chiunque e probabilmente anche di buona parte dei partecipanti, alle 13.30 ci ritroviamo all’US Quinto Romano, tutti puntuali e pronti a giocare con una temperatura di circa quaranta gradi all’ombra, condizione climatica ideale per un gruppo di persone la cui ultima Operazione Cotoletta risaliva a undici anni e mezzo prima e che già allora, a essere sinceri, non era esattamente composto da atleti professionisti.

Di fronte alle timide rimostranze della truppa, il Feldmaresciallo farà peraltro autocritica con ammirevole lucidità: «Sembra che io non abbia considerato le condizioni ambientali, effettivamente».
Effettivamente.
Si comincia comunque a giocare e, incredibilmente, si gioca anche parecchio: la prima partita finisce 3-4, mentre la seconda si chiude sul 7-3. È più o meno a questo punto, quando sono già state disputate due partite, che fa finalmente la sua comparsa Nk, con circa un’ora e mezza di ritardo e rispettando perfettamente le aspettative. Il suo arrivo provoca la sospensione immediata della partita in corso perché un evento di tale portata richiede evidentemente celebrazioni adeguate, e tra abbracci, saluti e scene di giubilo, qualcuno arriva persino a proporre di annullare tutto quanto fatto fino a quel momento e ricominciare il torneo da capo.
La proposta viene presa sorprendentemente sul serio per un paio di secondi buoni, finché tutti non si ricordano dei quaranta gradi, delle due partite già disputate e soprattutto della propria carta d’identità. Si opta quindi per una più ragionevole Royal Rumble finale, finita 5-3 e tutti possono finalmente dedicarsi alla più importante attività di recupero delle funzioni vitali.

Sul campo bastano pochi minuti per distinguere abbastanza chiaramente quelli che con il gioco del pallone hanno mantenuto una certa familiarità – Fabio, Giuseppe, Cata, Mario e Stefano A. – da quelli che invece sembrano essersi trovati dentro un campo da calcetto in seguito a una serie di sfortunate coincidenze. Tra questi si distingue per esempio Vandroy che, schierato in porta, a un certo punto decide di dare le spalle al campo per conversare con gli astanti, che hanno però la cortesia di avvertirlo dell’arrivo del pallone consentendogli di girarsi e, inspiegabilmente, parare. Marco P. gioca invece con tale dedizione da rompere letteralmente le proprie scarpe e dover tornare a casa con quelle di Mariolino, il quale nel frattempo aveva già dato il proprio contributo alla giornata presentandosi in accappatoio per la foto di gruppo.
Alessio documenta tutto con una GoPro, nella speranza di ricavarne qualcosa a metà tra un vecchio spot Nike e del materiale utile alla Procura, mentre a bordo campo BigMama – occhiali da sole e sigaretta – osserva la situazione con l’aria del presidente di una società di serie inferiori che da un momento all’altro potrebbe ordinare l’invasione di campo. Non lo farà, per la cronaca.
Tra le altre cose l’occasione ci permette finalmente di vedere Zwuru a colori, dopo anni trascorsi a individuarlo sostanzialmente attraverso una foto in bianco e nero: riconoscerlo non è immediato, ma dopo alcuni controlli incrociati possiamo confermare che si tratta effettivamente della stessa persona, peraltro più bello di quanto appaia su Telegram. Gianluca, invece, si è presentato a un raduno di Bauscia Café con la maglia del Palermo. Ma preferiamo non parlarne.
Alla fine della giornata la classifica marcatori incorona Alessio e Norbit con quattro reti a testa, mentre nella categoria del gol più bello si verifica qualcosa che nessuno aveva seriamente preventivato: Maaaatteo conquista infatti sia il primo sia il secondo posto del Puskás Award grazie a quelli che lui stesso definisce con ogni probabilità gli ultimi due gol della sua carriera. Alla domanda «quale carriera?», peraltro legittima, il Feldmaresciallo preferisce non rispondere.
Tecnica sopraffina, nonostante i ritmi forsennatiNon essendoci alla fine un vero vincitore, e non essendoci del resto nessuna particolare necessità di individuarne uno, vengono premiati tutti i partecipanti con il Piatto d’Oro ideato per l’occasione da Rupert e sollevato simbolicamente, come ormai impone il culto della personalità instauratosi nel corso degli ultimi tre mesi, dal Feldmaresciallo Maaaatteo. Sara, Chiara e Gabriella, immancabile quota rosa di questa edizione, assistono alla cerimonia e più in generale a tutto quanto accaduto fino a quel momento con un commiserevole silenzio che interpretiamo naturalmente come approvazione.

Terminata la parte atletica (ehm) della giornata iniziano finalmente le cose serie: uno sparuto gruppo di persone che evidentemente ritiene di non avere sofferto abbastanza si dirige verso San Siro per Inter-Napoli, mentre gli altri raggiungono il campeggio dove vedranno insieme la partita e dove è prevista la cena. Non tutti quelli partiti per lo stadio torneranno vivi, ma non divaghiamo.
Prima ancora dell’inizio della partita, senza bisogno di riunire alcuna giuria il premio di MVP assoluto dell’Operazione Cotoletta viene unanimanente assegnato a Hendrik, arrivato apposta dall’Olanda e capace nel giro di poche ore con la sua simpatia, la sua disponibilità e soprattutto un buon cuore fuori scala, di conquistare praticamente tutti. Amore a prima vista, insomma, anche se in quel momento ancora non sappiamo che Hendrik, oltre a essere una splendida persona, possiede delle evidenti facoltà paranormali. Ci arriveremo.
Inter-Napoli è infatti una di quelle partite che aiutano a capire perché Fulvio ha interrotto ogni contatto con i social. Dopo il 2-2, entra in uno stato di agitazione che gli rende materialmente impossibile stare fermo: cammina, si agita, si siede, si rialza, mentre Zwuru affronta invece i momenti più difficili della partita con una strategia diametralmente opposta: costruendo metodicamente una indigestione di uva, patatine e birra. Ognuno gestisce l’ansia come può.
Ma Hendrik, dicevamo. Lui osserva tutto con una calma quasi fastidiosa e a un certo punto, mentre noi comuni mortali stiamo ancora cercando di capire come finirà, sentenzia semplicemente: «Ora arriva il gol». Un istante dopo Bisseck si fionda su un pallone di Jones, Akanji lo aggiusta, Lautaro lo corregge.
3-2, Hendrik, è finita.
"in culo a quelli che dicono che faccio il pessimista"Dopo undici anni e mezzo anche l’Inter aveva evidentemente ricevuto la convocazione per l’Operazione Cotoletta e decide di festeggiarne il ritorno con una rimonta che trasforma definitivamente il campeggio in qualcosa di difficilmente descrivibile e Fulvio in qualcosa di ancora più difficilmente descrivibile.
Una volta recuperata una condizione psicofisica accettabile scopriamo però un piccolo particolare logistico che, nella meticolosa pianificazione degli ultimi tre mesi, era sfuggito al Feldmaresciallo: il campeggio nel quale abbiamo appena festeggiato il 3-2 e nel quale dobbiamo cenare è adiacente al punto di ritrovo dei pullman dei tifosi del Napoli.
La vita dei partecipanti, già messa seriamente in discussione qualche ora prima dal calcetto, torna quindi improvvisamente in bilico. Mantenendo un low profile degno della Curva Sud prima dei derby, però, la pelle è portata a casa e possiamo sederci e dedicarci a una pizza che non è buonissima, non è nemmeno buona, ma in quel momento è soprattutto necessaria.

La serata prosegue tra racconti dell’internet che fu, fotografie di qualità e soprattutto dignità variabile e un discreto quantitativo di alcool, mentre Sgrigna, Maaaatteo e Rupert cercano inutilmente di smorzare l’ingiustificata ammirazione manifestata da alcuni giovani ingenui nei confronti di Nk, evidentemente inconsapevoli di avere davanti tre persone che possono vantare sull’argomento una quantità di evidenze empiriche difficilmente contestabile.
L’allegria della cena è però bruscamente interrotta dal Feldmaresciallo, che con una profonda quanto insperata analisi dei propri limiti si alza in piedi su una sedia e tuona:
Tutti d’accordo vero che per domani disdico il campo?
Feldmaresciallo maaaatteoIl silenzio che segue è abbastanza eloquente da non rendere necessaria alcuna votazione e consente di apportare la prima modifica ufficiale all’Excel: il secondo calcetto viene cancellato e sostituito da una molto più ragionevole passeggiata in centro, dimostrando ancora una volta l’importanza di saper adattare i piani alle mutate condizioni di contesto. Soprattutto quando le mutate condizioni di contesto sono le nostre ginocchia.
Alle undici della mattina successiva i superstiti si ritrovano davanti all’Inter Store. Rupert, che già il giorno prima aveva dimostrato di avere con le maglie da calcio un rapporto talmente contorto da devastarne due con il proprio cognome, tiene davanti alle vetrine una lectio magistralis sulle maglie di questa stagione, completa di analisi estetica e approfondimento tecnico che nessuno aveva richiesto ma che tutti, a quel punto, accettano come parte naturale dell’esperienza.
Verso mezzogiorno arriva finalmente il momento dell’aperitivo e Maaaatteo, nonostante le fatiche organizzative, atletiche e alcoliche delle precedenti ventiquattro ore, continua a guidare la truppa con l’esempio: «per me uno Sbagliato». Del resto, alla domanda «quanto alcool sei disposto a bere?», il Feldmaresciallo ha sempre risposto con grande coerenza: sì.

Ma non vuole che si usino acronimi.
Per il pranzo succede però qualcosa di molto grave. La quota rosa, dopo avere osservato per quasi ventiquattro ore uomini adulti correre dietro a un pallone sotto quaranta gradi, attribuirsi premi, parlare di cose spesso poco decorose e bere a orari progressivamente meno giustificabili, decide che è arrivato il momento di ribellarsi all’autorità militare, prende in mano l’organizzazione e riesce a introdurre nell’Operazione Cotoletta l’unica cosa sulla quale il Feldmaresciallo aveva posto un veto esplicito.
La cotoletta.
Addirittura con il limone.

Lorenzo comprende immediatamente la portata della provocazione, prende lo spicchio e lo spreme sulla propria cotoletta guardando maaaatteo dritto negli occhi con aria di sfida, in un gesto che in altri contesti avrebbe probabilmente provocato un incidente diplomatico. Non risultano al momento epurazioni, degradazioni o deferimenti alla giustizia militare, ma il Feldmaresciallo ha buona memoria e soprattutto possiede ancora l’Excel.
Tra chiacchiere, racconti e risate finisce così anche il pranzo e la truppa comincia lentamente a sciogliersi tra Cadorna e Lampugnano, mettendo ufficialmente fine a un’Operazione Cotoletta che, undici anni e mezzo dopo l’ultima, aveva tutte le caratteristiche per essere una pessima idea ed è invece riuscita nell’impresa molto più grave di funzionare.
In quei due giorni, del resto, si erano ritrovati nello stesso posto nomi e realtà che ai tempi d’oro riuscivano a spostare e coinvolgere decine di migliaia di interisti sui social e che nel 2026 hanno finalmente deciso di mettere tutto questo patrimonio di esperienza, autorevolezza e seguito al servizio dell’unico obiettivo per il quale valesse davvero la pena farlo: organizzare una partitella a quaranta gradi e guardare degli stranieri mettere il parmigiano sulla pizza.
E quindi, per favore, niente amarcord o malinconici confronti tra quello che eravamo e quello che siamo diventati, anche perché quello che siamo diventati è sotto gli occhi di tutti e non ci sembra il caso di insistere. Questa non è stata la celebrazione di qualcosa che facevamo undici anni fa, ma semmai la prova generale di qualcosa che possiamo ricominciare a fare da adesso, magari con meno calcetto, qualche grado in meno e senza toccare invece il quantitativo di alcool.
Più che la quarta Operazione Cotoletta, insomma, consideratela la Data Zero della seconda era.
Un ringraziamento va quindi ai superstiti delle precedenti Operazioni Cotoletta Vandroy e Mariolino, ai volti storici come BigMama, Fulvio, Rupert, Fabio, Hendrik, Sgrigna, Nk, Gianluca, Jonathan alla quota Fantabauscia composta da Davide, Marco P., Zwuru, Lorenzo, Giuseppe, Stefano A., Norberto e Mattia, e all’immancabile chat con Marco B., Cata, Michele, Massimiliano, Alessio e Stefano C., oltre naturalmente a tutti quelli che hanno partecipato, accompagnato, sopportato o semplicemente assistito senza sentire la necessità di avvertire le autorità.
Ma il ringraziamento finale non può che andare a lui, all’uomo che tre mesi prima si era autonominato Feldmaresciallo quando nessuno gli credeva, che ha continuato imperterrito quando tutti pensavano che prima o poi gli sarebbe passata, che è riuscito a trovare un campo, mettere insieme un programma, organizzare un pernottamento e soprattutto farci compilare un Excel; all’uomo che ha previsto due giorni consecutivi di calcetto, segnato i due gol più belli della sua inesistente carriera, sollevato il Piatto d’Oro e infine assistito impotente all’arrivo della cotoletta che aveva espressamente vietato, per di più con il limone.
Il Feldmaresciallo Maaaatteo.
A Operazione conclusa qualcuno gli ha finalmente riconosciuto la leadership che merita:
«Sei un eroe, come Oronzo Canà».
In effetti lo avevamo preso per un coglione.

