State calmi, se potete.

Ci risiamo. Sì, al “moriremo tutti”, evergreen che sembrava scomparso dopo quell’ormai opaco ricordo di Juventus-Inter 1-3 e che torna sempre più frequentemente a palesarsi ogni qualvolta i nostri regalano ai posteri un’altra prestazione non all’altezza, evento non esattamente infrequente da novembre ad oggi.

Ma non all’altezza de che, di grazia? Una rosa incompleta, falcidiata da infortuni spesso quasi impossibili da spiegare (Chivu ha già esaurito il bonus invulnerabilità e il povero Mudingayi probabilmente ha chiuso la stagione con largo anticipo), ulteriormente impoverita da cessioni forse economicamente inevitabili, ma ancora in attesa di alternative che ne colmino la depauperazione tecnica, un allenatore esordiente che si trova costretto a cambiare modulo dagli eventi e dagli scarsi risultati, trova la quadratura del cerchio ma è costretto ad arrendersi davanti all’usura di troppe pedine importanti e all’immobilismo (obbligato?) di una società che sembra non ascoltarlo e non proteggerlo mai abbastanza.

Non parteciperò al tiro al bersaglio nei confronti di Stramaccioni: non tanto per la stima che nutro nei suoi confronti, quanto perché i problemi e le difficoltà di questa rosa sono tali da almeno due anni e la sensazione, sempre più netta, è che l’aspetto finanziario stia fagocitando tutto il resto. Il mister nicchia, tiene botta, sembra fare buon viso a cattivo gioco, chiede diplomaticamente rinforzi senza alzare troppo la voce né invocare ultimatum che, per ovvi motivi, non può permettersi. Per adesso si ode soltanto un tonfo sordo.

L’Inter di ieri sera conferma soltanto uno stato confusionale generico che, stavolta, rapisce anche uno dei recenti salvatori della patria: l’errore di Guarin, schierato inspiegabilmente largo nel 442, è di quelli pesanti, ma l’assunzione di colpa del colombiano negli spogliatoi è tipica di chi ha le palle, e gente simile preferisco sempre averla in nerazzurro.

Sbagliano un po’ tutti, contro un Torino rodato e dai meccanismi ben oliati dal vecchio volpone Ventura, che si prende anche il lusso di protestare per un pareggio che gli sta stretto. Non ha tutti i torti.

Handanovic è stato ancora una volta decisivo tanto quanto il palo colpito da Bianchi e diventa difficile appellarsi all’ennesimo, mancato rigore non sanzionato su Ranocchia: un episodio negativo che non permette di glissare su una prestazione deludente, nella quale la squadra perpetua le proprie debolezze e dà l’impressione di essere in attesa di una scossa che non arriva mai.

Moriremo quindi tutti? Non credo. Lungi da me voler apparire come l’ottimista decerebrato che punta soltanto ad imbonire il popolo inferocito, ma la classifica recita -9 dalla vetta e -3 dal vero obiettivo stagionale. Con sedici partite ancora da giocare. Certo, abbiamo perso mille occasioni per accorciare una classifica che resta deficitaria ma non disastrosa e la partita di ieri non induce a pensieri positivi, ma quell’Inter-Siena 0-2 del 23 settembre 2012 vi aveva procurato sogni erotici? A me soltanto colorite bestemmie, cui poi seguirono dieci vittorie consecutive.

Nelle stagioni cosiddette “di transizione”, ed in una situazione economicamente molto delicata come quella dell’Inter, gli alti e bassi sono di casa. Dovremmo tenerlo ben presente tutti quanti. E dovremmo anche sapere che mai come in questi casi ogni singolo difetto, ogni più piccolo problema, ogni sciocchezza tattica, tecnica o mediatica diventa macroscopica, irreparabile, apocalittica.

Adesso non ci resta che vedere se qualcuno ha ancora voglia di cominciare a rendere il percorso di Stramaccioni meno ostico di quanto già non sia adesso. Porre la prima pietra, aprire bene gli occhi e focalizzare una volta per tutte le lacune da colmare. Ed agire, per quanto possibile, senza procrastinare ad una data che coinciderebbe ancora una volta con il “troppo tardi”.

Il gioco del colpevole non mi entusiasma e mi arrenderò soltanto davanti all’evidenza: il calendario dice meno tre giorni alla fine del mercato invernale e meno tre punti all’aggancio di quel gradino basso del podio che rimane condizione ineludibile per tornare ad essere grandi.

O quantomeno per provare a farlo con tutti gli strumenti necessari e senza ulteriori smobilitazioni di massa. No, non Felipe, pirloni.

Keep calm and meditate.

Keep calm and meditate.

 

About NicolinoBerti

Nasco meritatamente in provincia di Livorno e capisco immediatamente di non voler fare nulla nella vita. Ci sono brillantemente riuscito fino ad ora. Amo l'Inter dal 1987. Walter Samuel mi ha lasciato senza neanche un bacio d'addio. Spalletti è più sopportabile di Mazzarri e Lippi come toscano. Odio il 352.