Bauscia Cafè

A fari spenti

Se me lo avessero detto quel giorno di fine Gennaio, con tutto San Siro e dintorni pronti a tirare un respiro di sollievo in attesa della notizie provenienti da Siviglia, non ci avrei scommesso un centesimo. E invece a distanza di due anni e mezzo posso dire che la parabola della carriera di Brozovic ha personalmente assunto il valore didattico del capire che per ognuno di noi non c’è un destino scritto, uno segnato, ma che molto banalmente – ma anche in maniera piuttosto vera – la vita te la costruisci giorno per giorno, secondo per secondo, una scelta dopo l’altra.

Sarò forse eccessivo? Pensateci: da epurato nemmeno troppo di lusso, da testa calda dello spogliatoio nerazzurro, da insofferente cronico di una squadra in furiosa e affannosa lotta per un posto in Europa – e discontinuo per antonomasia – a vice Campione del Mondo ed insostituibile del centrocampo della capolista. Nella stessa squadra, in due anni e mezzo.


Questa è la storia di Marcelo Brozovic, e di come siano le sfumature a governare la realtà degli esseri umani.

Si è già scritto tanto, ed in svariate salse, di come quell’affare – l’affare che doveva portare il fumoso trequartista Brozovic alla corte degli andalusi – sfumò a ridosso del gong finale semplicemente perché l’Inter non trovò delle alternative decenti al croato. All’epoca Brozo era nient’affatto epic, ma un centrocampista “boh” (e per boh si intende dalla collocazione di difficile individuazione e dalla garra pari a quella di una farfalla morta) che aveva la favolosa capacità di far perdere la pazienza contemporaneamente a 80.000 persone semplicemente grazie ad un paio di palle perse e a qualche sbuffo di troppo.

Fumantino il ragazzo, senza dubbio. Ma a dirla tutta non così apatico come sembrerebbe. In quasi ogni partita in effetti risultava essere il giocatore con più chilometri sulle gambe. Brozo correva più degli altri, ma correva male, a vuoto. Da lì, in parte, la frustrazione che sfogava in maniera molto onesta ma sicuramente ingenua – con plateali segnali di dissenso, come sbuffate ai compagni, sbracciate, teste ciondolanti e quella ormai sua classica mossa ad allargare entrambe le braccia quasi disarmato, ad ogni palla persa.

Marcelo di fischi ne ha subiti tanti, va detto. San Siro non sembrava perdonargli nulla, per un lungo periodo, e l’orgoglioso croato ha a volte risposto per le rime, quando sostituito. Una infinita battaglia “uno vs il mondo”, con la simpatica caratteristica di avere entrambi le parti in causa un livello di frustrazione pari a +1000 in una scala che va da 1 a 10.
L’addio sembrava inevitabile, forse necessario sia per il popolo nerazzurro che per un giocatore che davvero viveva costantemente sull’orlo di una crisi di nervi. Poi come detto, la sliding door che non ti aspetti, l’aereo che riparte nient’affatto metaforicamente vuoto in direzione Spagna, e l’inizio, in quel preciso momento, della seconda vita di Marcelo Brozovic all’Inter.

La partita della svolta ce la ricordiamo tutti. Ed è divertente prendere atto del fatto che spesso non ci si possa ricordare tutto, o meglio è difficile stare dietro ad ogni sfumatura, con il passare delle partite e delle stagioni. Ma come detto quell’Inter – Napoli ce la ricordiamo tutti. Il croato vertice basso, insieme a Gagliardini, del 4-2-3-1 di Spalletti, in maniera finora inedita per lui. Una partita di concentrazione ed intensità inaudite. Un concentrato di qualcosa che ancora non capivamo, non riuscivamo bene a definire, ma che poi avremmo descritto con una sola parola: serietà. Gli applausi, i primi dopo tanto tempo. Il regista Marcelo Brozovic.

prendi fiato.


Dal nulla. O forse no? Seguono dieci partite non prive di errori va detto, ma tutte caratterizzate da quella voglia, quella lucida rabbia, quella concentrazione pesante, che lo portano ad essere incredibilmente confermato nella stagione successiva. Anzi, non semplicemente confermato, ma insostituibile.

Marcelo Brozovic è passato da niente a tutto nel giro di dieci partite.

E da quel momento il ragazzo di Zagabria non è più uscito. Ma letteralmente. Il giocatore è anche oggi il più utilizzato della rosa – i numeri parlano chiaro – avendo giocato ogni minuto possibile. I suoi compagni di reparto si intervallano, ma lui è lì. Ogni partita. Ogni minuto. A giocare sporco, a cadere e rialzarsi, a contrastare, ripartire, passare, ogni tanto anche godendosi un gol da lontano, prendendosi anche i complimenti di un allenatore che è famoso per non fare figli e figliastri. Sempre con quelle mani ciondolanti che nel frattempo il suo pubblico è riuscito a capire ed apprezzare, con una empatia finalmente sbocciata e mai più lasciata, tra spalti e campo.

Un giocatore che per l’importanza che ha attualmente nell’equilibrio della nostra rosa è sbocciato dal nulla, spuntato un giorno di Febbraio quando forse nemmeno più lui si aspettava ancora qualcosa da questa sua esperienza milanese. Una storia nuova, intensa, eppure leggera – epicamente leggera – perché leggero è l’animo di questo centrocampista tutto polmoni e sacrificio che ha saputo come una fenice dei nostri tempi, tempi che macinano ed ingurgitano a livelli sempre più serrati e veloci, rinascere dalle proprie ceneri e ricostruirsi il proprio futuro da zero. Da una sfumatura, da un portellone di aereo che si chiude e da un posto vuoto, sebbene prenotato, al suo interno.

Questa storia, la storia di Marcelo Brozovic da Zagabria, è la dimostrazione che non bisogna mai dare nulla per scontato, per compreso, per finito. Condividi il Tweet

Bisogna solo respirare ogni secondo, prendere fiato, e godere di quello che la vita ha da offrire. E correre, come sempre, magari più di tutti, se ci si riesce, finché ci si riesce.

A fari spenti.

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Vujen

Classe '85, marchigiano, interista da tre generazioni. Appassionato di fotografia, Balcani e cose inutili ma costosissime. I suoi pupilli sono Walter Samuel e l'indimenticabile Youri Djorkaeff. Lautaro più altri 10.

MVP INTER – ROMA

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