scritto da il 27 febbraio 2012 alle 9:36

Napoli 1 Inter 0

1 De Sanctis(77); 14 Campagnaro(80), 28 Cannavaro(81), 6 Aronica(78); 11 Maggio(82), 23 Gargano(84), 88 Inler(84), 18 Zuniga(85); 20 Dzemaili(86) (44′ st Dossena(81)); 22 Lavezzi(85) (37′ st Britos(85)); 7 Cavani(87)

1 Julio Cesar(79); 37 Faraoni(91), 6 Lucio(78), 25 Samuel(78), 55 Nagatomo(86); 4 Zanetti(73), 5 Stankovic(78) (21′ st Poli(89)), 19 Cambiasso(80); 10 Sneijder(84) (1′ st Pazzini(84)); 9 Forlan(79) (1 st Cordoba(76)), 22 Milito(79)

L’Inter perde a Napoli la quarta partita consecutiva in campionato e probabilmente domattina ringrazierà Mr. Ranieri per il lavoro svolto e annuncerà il terzo allenatore di questa stagione; Gasperini e Ranieri assumono sempre più le sembianze delle vittime di questa caotica fase di transizione.

La partita del San Paolo è identica a quella di mercoledì a Marsiglia e non offre nessun nuovo spunto alle discussioni di questi giorni, la solita difesa che lotta ma soffre per il mancato filtro del centrocampo e il solito attacco lento e asfittico che per l’ennesima volta non riesce a segnare.

Gol: un evento dimenticato

In mezzo lo stesso centrocampo visto in Champions: lento, senza intensità, con poco coraggio, travolto dal vigore e dalla forza di Maggio, Inler, Gargano e Zuniga.

Un dato chiarisce le difficoltà della nostra linea mediana, qualora ce ne fosse bisogno: i 4 del Napoli hanno intercettato e recuperato 10 palloni, i nostri solo 2; i difensori vengono così lasciati soli contro gli attaccanti avversari e al primo errore arriva il gol che diventa impossibile da recuperare; mercoledì Ayew e stasera Lavezzi.

Parlare di 4312 o del nuovo 352 provato nel secondo tempo diventa una inutile perdita di tempo, questo Napoli ci avrebbe battuti anche se avessimo schierato un 550.

Portiere a parte Mazzarri ha schierato un solo giocatore nato negli anni ’70 contro i 7 schierati dall’Inter, non voglio ridurre l’ennesima sconfitta in campionato a una mera questione anagrafica, ma è chiaro che stiamo tentando di risalire un fiume controcorrente.

Tifosi e giocatori sono oramai accumunati dal senso di impotenza di chi si è arreso perchè sa che non ce la fa più e ogni partita è diventata una agonia in attesa del gol avversario che diventa irrecuperabile perchè nessuno ha la possibilità di cambiare passo.
Probabilmente non è solo una questione anagrafica (l’undici di partenza ha una età media di 31,5 anni) ma ci sono anche problemi fisici e di testa, non c’è più nessun entusiasmo e sarà difficile farlo ritrovare a dei giocatori che 2 anni fa giocavano per vincere tutto e adesso si trovano costretti a sputare l’anima per arrivare a metà classifica.

Per questo motivo mettere in campo giocatori che ancora devono imporsi diventa importante per questa squadra, giovani che potrebbero aiutare anche i più esperti a ritrovare un minimo di entusiasmo e motivazioni per terminare la stagione in modo dignitoso.

Sangue fresco

 

scritto da il 8 dicembre 2011 alle 13:20

Inter – CSKA 1-2

In una partita che ha poco da dire con la qualificazione e il primo posto nel girone già assicurati, Ranieri ha l’opportunità di sperimentare nuovi giocatori e nuovi moduli alla ricerca della quadratura del cerchio che tarda ad arrivare.

1) Modulo 442: per la seconda partita consecutiva si prova il più semplice e utilizzato sistema tattico, rispetto alla partita con l’Udinese proviamo Coutinho al posto di Pazzini, Obi al posto di Alvarez, Nagatomo laterale destro e Zanetti in mezzo al campo con Cambiasso.  Inutile ribadire che la coperta resta corta, al di là dei 2 errori individuali sui due gol subiti, questo 442 tiene in difesa ma resta molto sterile in attacco. Coutinho non riesce a legare centrocampo e attacco, Faraoni e Obi sono bravi a contenere e a proporsi ma faticano a saltare l’uomo per andare al cross dal fondo o a trovare il taglio di Milito dietro la difesa. Nel secondo tempo con Zarate in campo al posto di Philippe la situazione non migliora, l’argentino si perde spesso in inutili ghirigori, prova a fare qualcosa Alvarez sulla sinistra al posto di Obi ma non arriva la giocata decisiva.

2) Coutinho: il suo non è un problema fisico, è alto come Sneijder e pesa pure di più, al momento ha un problema di personalità, gli manca la fiducia per cui gioca con la paura di sbagliare: si vede dalla poca forza che ci mette a volte nei passaggi e si legge dall’atteggiamento in campo dopo aver sbagliato 2-3 palloni. Ranieri avrebbe dovuto provare a incoraggiarlo e tenerlo in campo anche all’inizio del secondo tempo chiedendogli di fare il regista avanzato.

3) Faraoni: al contrario di Coutinho mi ha impressionato la sua personalità, la voglia di fare e di mettersi in mostra. Alla seconda opportunità da titolare ce la mette tutta, si propone, recupera, copre. L’ala destra non mi sembra il suo ruolo proprio perchè non ha il dribbling sullo stretto, però il suo vigore è stata una gioia per gli occhi nel grigiume della partita.

4) Cambiasso+Zanetti: è vero che il capitano è squalificato e quindi riposerà sabato, ma che senso ha farli giocare sempre? In una partita in cui non conta il risultato perchè non provare Crisetig?

5) Milito: aveva ragione Vujen a dire che in questo momento è meglio provare il principe al posto di Pazzini. Diego è molto più bravo a muoversi lì davanti e a creare spazio per i compagni o a suggerire il passaggio, resta il limite del gol che non arriva. Quale sarebbe oggi il nostro umore se all’86 avesse segnato invece di colpire la traversa da 2 metri? Anche per l’attacco serve qualche soluzione.

6) Sneijder, Maicon, Forlan: la loro presenza sarà decisiva per trovare gli equilibri giusti, con la loro qualità sarà più facile restare coperti e trovare le ripartenze giuste.

7) Forma fisica: questo novembre mi ha ricordato quello dell’anno scorso con Benitez, giocatori con poca benzina, poco fiato e poca qualità per i numerosi infortuni. Allora c’erano le scuse del Mondiale per club, del preparatore atletico sbagliato, del mercato sbagliato. E quest’anno? Abbiamo cambiato molte cose rispetto all’anno scorso, abbiamo rinunciato a partecipare al Mondiale per Club, abbiamo cambiato preparatore atletico e allenatore, i problemi però sembrano gli stessi, che ci sia da cambiare qualcosa d’altro?

 

scritto da il 19 settembre 2011 alle 21:55

Capitano, mio Capitano

Caro Capitano,
Faccio fatica a trovare le parole giuste, ma non posso proprio fare a meno di scriverti, non dopo quello che ho visto a San Siro sabato scorso contro la Roma. Voglio sperare che tu abbia ancora l’onestà intellettuale di capire di cosa sto parlando e di ammettere che ho ragione.

Questa mattina, giusto in momento prima di uscire di casa per andare in ufficio, stavo cercando di fare un po’ d’ordine nel sempiterno casino della mia scrivania e mi è capitato per le mani il foto-libro pubblicato dalla Gazzetta in occasione del Triplete. In copertina ci sei tu con la Coppa sollevata sopra la testa. Al tuo fianco Cambiasso e Cordoba, impazziti di felicità, proprio come lo eravamo noi in quel momento. Ubriachi di felicità in giro per Milano.

Devo dirtelo, a questo giro mi ha dato una sensazione strana, diversa, quasi fastidiosa.
Di solito rivivere quei momenti mi provoca un brivido di piacere. Quel 22 maggio in cui ci avete portati sul tetto d’Europa dopo tanti, troppi, anni. Il fragoroso silenzio dei nostri nemici, rinchiusi nelle loro tane, sofferenti per il fegato ingrossato, quelli che dicevano: “non ce la farete mai”.

Oggi invece non è stato così. Mi sono ritrovato a pensarti fermo in mezzo al campo, quasi a guardarti intorno, senza idee e senza grinta e in quel momento il ricordo del Campione contro cui rimbalzava un Lionel Messi con 15 anni in meno mi ha messo addosso un po’ di rabbia e un’immensa tristezza, perché è solo quello lo Zanetti che io voglio ricordare.

Uno con la tua forza il tempo lo può ingannare a lungo, ma alla fine avrà sempre ragione lui.

Per questo ti prego, dopo aver vinto tutto e aver frantumato qualsiasi record, accetta lo scorrere degli eventi. Non devi dimostrare più nulla. Non permettere che chi ti ha sempre urlato contro con la bava alla bocca abbia ragione. Solo un anno fa sono stati costretti ad ammettere a denti stretti tutto il tuo valore. Non dare loro la soddisfazione di vederti agonizzare lentamente, mentre perdi l’affetto dei tuoi tifosi.

Essere Capitano è anche essere capaci di sacrificare sé stessi per il bene della Squadra. Il momento è giunto, hai ancora qualche pulcino da accompagnare nel vasto mondo, ma poi fai il passo che consacrerà nel mito.

Vieni sotto la Curva a salutarci per l’ultima volta e noi ti accoglieremo con un grido che farà impallidire gli Dei.

scritto da il 21 maggio 2010 alle 17:30

Settecento in uno

Per arrivare a giocare una Finale di Champions occorrono 12 partite. Ma c’è chi ne impiega 700.

zanetti2Anzi, 699. Ricordo benissimo quel pomeriggio estivo del 1995: ero nel salotto della mia vecchia casa (ne ho cambiate due da allora, e mi sono spostato di circa 500 chilometri) ad ascoltare distrattamente la televisione quando mio padre entrò nella stanza. Io, che avevo appreso la notizia qualche minuto prima, gli dissi “Abbiamo preso Rambert e Zanetti”. Mi chiese spiegazioni, gli risposi che il primo era un giovane attaccante argentino di cui tutti parlavano benissimo e che il secondo boh, non lo sapevo, forse un terzino…

Boh, non lo sapevo, forse un terzino. Ancora mi viene da ridere quando ripenso a quella scena. Il giovane attaccante argentino si rivelò un gran bluff, uno dei tanti, ma l’altro…Quello che a tutti gli effetti fu il primo acquisto per l’Inter di Massimo Moratti, si è rivelato per certi versi il più azzeccato. Inutile discutere di doti tecniche, disposizioni tattiche ed evoluzioni nel gioco. Ancora più inutile elencare tutti gli sconvolgenti numeri messi in fila in anni di Inter e tutti i record infranti. Quella che raccontiamo oggi è la storia di un uomo. La storia di Javier Aldemar Zanetti.

Una storia lunga 15 anni, una storia lunga una vita. Iniziata da semi-sconosciuto in un’Inter-Vicenza, con una partita che lo portò dritto dritto ad una maglia da titolare indossata in quell’agosto del 1995 e mai più tolta. Una vita in Italia per Javier, per la sua famiglia, per i suoi bambini. Così orgogliosamente argentino, così orgogliosamente attaccato alla sua nazione da non riuscire proprio a identificarsi nel paese in cui ha vissuto ormai metà della sua vita…e allora eccolo riversare tutto quell’attaccamento sui colori che indossa, ormai come una seconda pelle.

Prese la fascia di Capitano direttamente da Bergomi, Zanetti, e la tenne stretta sull’onda di una Coppa UEFA vinta anche grazie a un suo gol in finale. Fu costretto a lasciarla per un periodo brevissimo sul braccio di Ronaldo e ne soffrì da cani. Così come soffrì al termine della stagione 1999-2000, quando le cose non andavano, quando l’allenatore non lo vedeva, non lo voleva, non lo sopportava. Piovevano offerte da mezza Europa sul tavolo del suo agente. Offerte a cui è difficile dire di no. Un giorno chiama la Casa Blanca, chiama la più prestigiosa Società del mondo: vuole portare Javier a Madrid. Come negarsi? Come rifiutare? Impossibile.

zanetti3Era pronto a partire, Zanetti. Era pronto a lasciare la sua casa, aveva il contratto già firmato. Ma una maglietta puoi toglierla, la pelle no: fu al momento di sfilarsi definitivamente di dosso i Sacri Colori che Javier capì di non poterlo fare. Una telefonata, delle scuse sentite: “Perdonatemi, non posso farlo. La mia casa è l’Inter”. Un accordo tra galantuomini e un contratto strappato.

Inizia il periodo più duro per Javier, il periodo della responsabilità. Prima poteva passare come uno dei tanti, adesso non più. Aveva superato l’ultima prova: adesso lui e l’Inter erano una cosa sola, ed era chiaro che lo sarebbero stati per sempre. Il 2001, il 2002. Anni di sofferenza indicibile, anni di sconfitte e umiliazioni, anni di prese in giro. Anni in cui sembra di vivere un destino segnato e irrinunciabile, un destino contro il quale non si può lottare.

Anni in cui viene fatto oggetto di scherno e contestato dai suoi stessi tifosi. “Porta sfiga”, “è il simbolo di quest’Inter perdente”, “sonotuttefinali e non ne vince mai una”. Anni in cui continua a lavorare in silenzio, come al solito. Basta una considerazione per comprendere il ruolo di Zanetti in campo e fuori: dato sempre sistematicamente come riserva nelle formazioni estiva, finisce sempre con l’essere titolare inamovibile. Da 15 anni. Indipendentemente dal modulo, indipendentemente dall’allenatore, indipendentemente dai compagni.

Poi arriva il 2005. Quella Coppa Italia alzata al cielo dopo anni di digiuno. Non da lui: da Ivan Cordoba. Lui era stato costretto a saltare la finale da una convocazione della sua Nazionale, alla quale non ha mai detto di no. Il collegamento telefonico da Buenos Aires durante la premiazione è stato uno dei momenti più emozionanti della storia recente dell’Inter: in quella telefonata c’era tutta la commozione, tutta la gioia, tutto l’orgoglio di un Capitano che finalmente vedeva la luce. Finalmente vedeva tutti i suoi sforzi prendere senso, ed andare in una direzione ben precisa.

zanetti1Da allora non si è fermato più, Pupi: altre 2 Coppe Italia, 3 Supercoppe e la bellezza di 5 Campionati uno di fila all’altro, senza soluzione di continuità. 5 campionati da titolare, 5 campionati da Capitano con le partite saltate che si possono contare sulle dita di una mano. Passando per un record di presenze storico, 634 come Giacinto il Grande, per arrivare fino ad oggi.

699 partite disputate e una al termine della stagione. Un girone eliminatorio lungo 699 partite per arrivare alla sua prima Finale di Champions League.

Ci sarà un tempo per elencare i numeri, ci sarà un tempo per fare la conta dei record, ci sarà un tempo per ricordare. Oggi è il tempo di giocare.

Ci hai già dimostrato di sapere affrontare queste ricorrenze, Javier. La settecentesima ti aspetta, ed è la più importante. Vorremmo farti i complimenti, ma qualcosa ci trattiene. No, i complimenti non bastano: è un’altra la cosa che vogliamo dirti.

Grazie, Capitano.

scritto da il 30 ottobre 2009 alle 0:57

Nome e Cognome

Mario Balotelli. Questa vittoria porta la sua firma marchiata a fuoco, con acciaio al calor rosso. Tutte le azioni passano da lui. Riceve palloni nelle situazioni più impossibili e li addomestica con dei tocchi di pura magia. SuperMario oggi era in serata strepitosa, virtualmente immarcabile. Vero protagonista della partita. Regia, Montaggio e Recitazione. Tutta farina del suo sacco.

Si procura il rigore del primo vantaggio facendo l’otto intorno ai difensori del Palermo, neanche fossero i birilli della prova per il patentino dello scooter. Vorrebbe tirare il rigore e si allontana stizzito quando il Capitano lo porta via prendendolo per mano, il primo rigorista è Eto’o (scusaci Mario, avresti anche ragione, ma le regole sono regole e ci ricordiamo ancora cosa succede quando si infrangono… come dici? Tu non tiri come Materazzi? Obiettivamente è un punto a tuo favore!).

Subito pace tra le punte nerazzurre, grazie all’azione diplomatica di Capitan Zanetti e del maestoso Deki, ed ecco così regalato anche il siparietto “volemosse bbene”. Poi dicono che lo Stadio non è più un posto per famiglie! Mario, dillo ad Abete che ti deve una birra.

Di nuovo da solo contro tre nell’occasione del raddoppio. Sovrasta tutti i difensori e insacca sul primo palo, andandosi a prendere l’ovazione di San Siro che non aspettava altro.

Da vero rapinatore il suo secondo goal, va a ribadire in porta un colpo di testa del Cuchu. Probabilmente sarebbe finito in porta lo stesso, Sirigu sembrava troppo in ritardo per poter recuperare, ma va bene così. Per quello che ha fatto in campo è ancora a credito.

Infine ancora protagonista sul goal del 4-0. Lanciato da solo verso l’area si porta sul fondo trascinandosi dietro i due centrali del Palermo. Difende palla si gira e la appoggia per Eto’o, che non deve fare altro che calare il poker sul piatto.

Quando all’inizio del scondo tempo accusa un malore ed è costretto a uscire la differenza si nota subito. Passa un minuto e il Palermo accorcia le distanze. Il nostro ritmo cala, la concentrazione dei nostri pure. Difficile mantenerla quando chiudi il primo tempo con 4 reti di scarto sull’avversario. La manovra rallenta e diventa prevedibile, il Palermo prende coraggio e gli svarioni di Cordoba e del Bambino, in coabitazione con Muntari mettono a dura prova le nostre coronarie.

La temperatura scende, il Severgnini Inter Club inizia a mugugnare alle nostre spalle. La febbre del mio vicino di posto sembra aumentare, cerco di tranquillizzarlo, ma io stesso ho dimenticato la sciarpetta a casa e non ho molto conforto da offrire. Non sento ancora il tragico odore della beffa, ma confesso di aver lanciato un paio di occhiate all’orologio.

Si fa male anche Eto’o, però ritroviamo il Principe Milito e Thiago Motta. Sono al rientro e si vede, manca la velocità e un po’ di lucidità, ma c’è la classe a sopperire. Motta inizia ad amministrare il possesso palla a centrocampo, mandando fuori giri i giocatori del Palermo.

Maicon, fà il Maicon e manda in goal il Principe che battezza nel modo migliore il suo ritorno.

Potremmo dirne tante ancora su questa emozionante partita: potremmo parlare dello strepitoso momento di Deki che anche oggi ha giocato in modo esemplare.

Potremmo compiacerci della potenza di un Maicon che a tratti continua ad essere irritante, talvolta lento a rientrare o svogliato nell’alimentare l’azione certo, ma che quando scala di marcia e affonda sul gas, non ce n’è proprio per nessuno. Semplicemente immenso.

Potremmo, appunto, ma scusate questa sera è tutta per lui. Mario Balotelli.

Segna e fa segnare. Terrorizza gli avversari. Incanta i tifosi con numeri di pura magia.

Per caso vi ricorda qualcuno?

scritto da il 24 ottobre 2009 alle 12:26

il segreto del suo successo

C’è poco da dire, prima o poi tutti gli altarini si svelano, caro Presidente Vitarob (per i nuovi, è il presidente onorario del blog).

Ergo, nei commenti ci hai fatto una testa tanta, per anni, su Zanetti, ma la Gazza di oggi ristabilisce la verità, una volta per tutte:

la "prima" che inchioda il Presidente vitarob alle sue responsabilità...

la "prima" che inchioda il Presidente vitarob alle sue responsabilità...

Battute (e montaggio) a parte, complimenti al Capitano per la longevità atletica, indipendentemente da altre considerazioni tecnico-tattiche, perchè a certi numeri si può arrivare solo con il lavoro e la vita da atleta, quella che non faceva per esempio un noto bomber che poi si andava a disintossicare in svizzera…

scritto da il 10 novembre 2008 alle 11:39

Lo sapevate perfettamente che Cruz…

Tempi di recupero: siamo ancora fiduciosi!
Quella fiducia che non ci ha abbandonato per tutti i novanta minuti. Sapevamo che avremmo segnato: un’invenzione di Ibra, un inserimento di Cambiasso, una discese delle sue di Maicon, o Cruz!
E Cruz è stato.

Ora possiamo discutere fino a domenica prossima se abbiamo giocato bene o male, meglio delle precedenti o se ci stiamo involvendo. Se il 433 è meglio del 424 o del 4231 anomalo. Era da vincere e abbiamo vinto.

Non è stata una bella partita, ma credo che ci dobbiamo abituare a non vedere molte belle partite con questa Inter e con questo allenatore.
Ed evitiamo per favore squallidi paragoni con l’Inter del Mancio.
L’unico paragone che io accetto è come i due trattano i giornalisti. E mi pare che entrambi sappiano il fatto loro.

Note positive io ne ho viste (ma io sono ottimista per natura; scrivo infatti queste due righe sperando che tutti capiscano):

Samuel! Ve lo aspettavate così? Lui in campo non solo è una garanzia ma succedono altre due cose estremamente positive: la prima è che non gioca Burdisso; la seconda che Cordoba ha un punto maggiore di riferimento e i suoi interventi ne guadagnano in efficacia e precisione.

Julio Cesar! Non serve quasi mai, ma quando serve è là. Puntuale.

Cambiasso e Zanetti da par loro, inutile ripetere le stesse cose ad ogni partita.

Fine delle note positive.

Ibra è stanco, Maicon pure, Maxwell sa e può fare molto di più. Vieira che si perde in un bicchiere d’acqua. Balotelli senza infamia e senza lode. Quaresma… Quaresma chi…?

Eppure, se ci fate caso, ognuno di questi ultimi, con un pizzico di fortuna in più avrebbe potuto segnare, e allora i commenti, le pagelle e il primato in classifica (ve lo ricordo sennò ce lo scordiamo) avrebbero avuto un altro sapore.

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scritto da il 7 novembre 2008 alle 12:40

Ma le coppe hanno detto che noi siamo indietro

La metafora del bivio l’ho usata in altri post e voglio evitare. Altre volte ho auspicato che Mourinho incominciasse a fare il turnover, per restituire un po’ di lucidità a Ibrahimovic, Maicon e Zanetti. Purtroppo non so cosa aspettarmi, per cui veniamo al dunque: l’Udinese.

Se c’è una squadra rognosa questa è l’Udinese. Non siamo riusciti a batterla nemmeno quando abbiamo distrutto tutti – nel campionato record di due anni fa. Certo, in casa abbiamo spesso vinto, ma ultimamente non ci gira proprio bene, come l’esordio della scorsa stagione, contrassegnato da un autogol al novantesimo abbondante.

Il problema resta comunque l’Inter. Se la squadra interpreta in modo giudizioso i propri compiti, ammesso che ne abbia, l’Udinese, per quanto temibile non può rappresentare un ostacolo. Altrimenti è meglio riporre i sogni di gloria in qualche valigia e aspettare i tempi migliori.

Di sicuro c’è che le coppe hanno parlato chiaro: l’Inter è la più indietro di tutte. Il Milan è entrato nel classico circolo vizioso del culo, che non è un ritrovo di sfaccendati a caccia di emozioni proibite. Se giocano male arrivano gli arbitri, quando non ci sono gli arbitri arrivano le invenzioni di uno dei loro abbronzati. Ieri nella contesissima Uefa Cup, i nostri parenti rinnegati hanno giocato veramente male, asfissiati dal calcio assonado dello Sporting Braga (e ho detto tutto, dato che l’unica Braga che io ricordi sia quella benedetta chiappona che faceva Dona Flor e i suoi due mariti e sapeva come cucinarsi il suo amante fantasma). La Roma è un enigma: nel senso che può vincere a Bordeaux, può surclassare il Chelsea, poi magari torna in Italia e le prende sonoramente. Se avessero avuto Galliani al posto di Rosella Sensi, avrebbero potuto dire che loro si allenano per la Champions e giocano bene solo con la musichetta.

Maggiore impatto ha avuto la prestazione della Juventus, che sinceramente mi ha colpito. Nel primo tempo non ha giocato splendidamente, ma non ha fatto nulla per incasinarsi la vita, ha tenuto botta e alla prima vera possibilità (leggi: autostrada del Brennero lasciata libera da Cannavaro) sono passati in vantaggio, sfruttando bene le abilità di Del Piero, che sul gioco da fermo rimane un interprete di primo livello.

La Fiorentina conferma di essere una squadra in qualche modo incompiuta, ma in campionato ha i mezzi per emergere e penso che sarà così. L’Udinese, per tornare a noi, ha dimostrato tutto il suo valore: hanno saputo tener botta prima di portare a casa una vittoria che ci sta tutta. E vincere in Russia, di questi tempi e nonostante le abbronzature, non è molto semplice.

Il problema dunque rimane l’Inter. A proposito dell’atteggiamento tattico di Mourinho m’è venuto da pensare ultimamente. Ma non è che essendo stato preceduto dalla meritata fama di allenatore difensivista, il nostro non abbia deciso di sconvolgere tutti con il suo alter ego zemaniano? Perché non è questione di equilibri tattici, di distanze o di interpreti. Se metti quattro punte e due centrocampisti, dopo un’ora ti trovi la squadra in asfissia e il centrocampo in mano all’avversario, a meno che non schieri Ray Misterio e Schwarzenegger, con la licenza di stroncare a vista le carriere degli avversari. Dico questo perché tutte le squadre di Mourinho, e quindi anche l’Inter-fotocopia-del-Chelsea, avevano nell’accortezza difensiva il primo grande valore. Cosa che era venuta fuori alla grande nelle prime uscite, quando infarciti di terze linee affrontavamo avversari di un certo tenore senza subire gol e nemmeno troppe occasioni. Questa grande qualità è stata consumata dalla voglia di stupire e di dimostrare che in Italia si può fare calcio offensivo. Meglio farebbe, a mio parere, se riprendesse il discorso interrotto a settembre: che cioé si può fare un calcio più compatto degli allenatori italiani.

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scritto da il 2 novembre 2008 alle 0:45

In pellegrinaggio a Cordoba

E’ andata, non proprio come doveva andare, ma è andata. Non fosse perché martedì c’è una trasferta a Cipro, José dovrebbe prenotare un bel pellegrinaggio a Cordoba e accendere un cero di un Kg alla Madonna (quella vergine). Intendiamoci l’Inter ha corso e creato tanto, ma la fatica fatta in casa dell’ultima in campionato è difficilmente spiegabile alle mie oronarie.

Come sempre cominciamo dalle cose positive. Mario Balotelli, il migliore in campo, ha tenuto la fascia saltando l’uomo con un’autorità e una facilità quasi imbarazzante per un ragazzo della sua età. Si è accentrato quando poteva, ahimè mai abbastanza, ed è tornato a coprire a centrocampo. Manca solo il goal a suggellare una prestazione fantastica, meriterebbe di poter vedere più spesso lo spazio della porta.

Quaresma è finalmente riuscito a far vedere una discreta prestazione, sfortunato nell’occasione del palo, mette sui piedi di Vieira il pallone del raddoppio completamente alla cieca e una trivela finalmente azzeccata per poco non permette a Crespo di chiudere il conto. Fa tutti i movimenti giusti, ma manca ancora di velocità e ancora non riesce a saltare l’uomo, che in fondo è un po’ quello che si chiede a uno che gioca nel suo ruolo. Comunque in netto miglioramento, spero davvero che continui così perché mi seccherebbe dire che porto sulla maglia il numero di Coco invece che il suo.

Gli aspetti negativi ci sono e non da trascurare. Per quanto riguarda i giocatori stanno in un ManSini fuori dal gioco tanto quanto lo era stato Quaresma nelle gare passate e in un Ibra un po’ sottotono, che forse meriterebbe un po’ di riposo, insieme al Capitano.

Però è l’aspetto tattico quello che fatico a ingoiare del match di stasera. Per tutta la partita la squadra è rimasta divisa in due parti, difesa e attacco, senza riuscire a presidiare la zona mediana del campo, concedendo più del dovuto a una Reggina che, per quanto ci abbia messo il cuore e l’anima, di certo non rappresenta un avversario degno di questa Inter. I nostri avversari superavano il centrocampo in modo relativamente semplice, costringendo la difesa a un superlavoro che, di quando in quando può anche portare alle disattenzioni che sono state la causa del momentaneo pareggio.

Il 4-2-4 andava bene giusto quando si giocava a Kick Off sull’Amiga, ma il campionato Italiano si vince a centrocampo e sullo 0-2 forse dare alla squadra un maggiore equilibrio non sarebbe guastato. Ora capita che si sia vinto, nel recupero, con un goal su calcio piazzato di un centrale difensivo, un tiraccio di punta alla disperata (ma che stop da attaccante di razza ndL*******z).

Quando si vince va tutto bene, ma nulla mi toglie dalla testa che i problemi sono sempre gli stessi e che con un altro avversario non andremmo a dormire con il sorriso. Vedo almeno tre elementi che sui quali mi auguro che il Mou abbia da pensare:

1. Balotelli deve giocare di più
2. Ibra punta centrale con Crespo (o chi per lui) all’esterno non si può vedere
3. Last but not least, il chiaro scollamento tra il reparto offensivo e quello difensivo, il centrocampo deve avere un peso maggiore, l’assenza di Cambiasso e Muntari non può essere un’alibi

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scritto da il 1 novembre 2008 alle 10:31

Reggina-Inter: scatta l’ora del turnover?

nicolas burdissoLa trasferta di Reggio Calabria dello scorso anno mise la parola fine all’esperienza di Adriano all’Inter, almeno sotto l’egida di Roberto Mancini. Un pallone appena sfiorato su punizione di Figo, con la successiva sostituzione e la sfuriata a fare da contorno a una partita maschia e complicata.

Proprio quella Inter di Mancini stava già attuando un robusto turnover, limitato solo dagli infortuni, che nel tempo sarebbero aumentati, costringendo la squadra a una lunga resistenza in primavera. Escluso Adriano, le cose oggi sono diverse: Mourinho ha una rosa lunga, tanti infortunati, ma fa poche scelte. Che questo sia un tratto distintivo dello Special One lo sapevano tutti, presumibilmente anche Branca e Moratti, che come prima richiesta non hanno avuto quella di comprare Lampard, ma di sfoltire la rosa (concetto espresso più volte, anche a riguardo della disciplina). Tuttavia, gli incontri ravvicinati nel tempo non consentono altre dilazioni: dobbiamo fare turnover, perché la poca brillantezza di Ibrahimovic, Zanetti e Maicon è apparsa evidente a chi ha l’occhio clinico, per queste cose.

Che Mourinho sia del nostro avviso non è scontato, anche se qualcosa ha fatto trapelare nel corso della conferenza stampa di ieri. Vieira è al rientro dal primo minuto, mentre Cambiasso verrà impiegato martedì, se tutto va bene. Diversa è la situazione dell’attacco, dove gli esclusi Cruz e Adriano, soprattutto il secondo, faticheranno parecchio a trovare spazio. In compenso tra oggi e martedì è quasi scontato che vengano impiegati tutti: Ibrahimovic, Quaresma, Mancini, Crespo e Balotelli. Obinna può essere la carta per stasera, ma non ne sarei tanto sicuro. Per la difesa Mourinho ha ribadito che guarda alla qualità e che si sente rassicurato dai recuperi di Materazzi e Samuel, ancora parcheggiati. Cordoba e Burdisso partiranno centrali, Chivu a sinistra, con Maxwell impiegato in Champions (una soluzione che non mi soddisfa per niente!). A centrocampo le scelte sono obbligate: Dacourt non è stato convocato, perciò saranno Zanetti, Stankovic e Vieira a spartirsi i compiti. Con i primi due apparsi davvero sfasati nelle ultime uscite.

C’è comunque una sola esigenza, che ci riporta alla ruvida vittoria di un anno fa: conta vincere e portar via tre punti, sperando che il tempo faccia assorbire le incomprensioni con Cruz (che per un anno è utile alla causa) e il modulo dell’allenatore. Il suo credo l’ha ribadito ieri: i giocatori devono applicarsi. Per Mourinho conta questo e dobbiamo provare a seguirlo.

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